Riportiamo la traduzione di un post di Jonathan Cook apparso su Facebook, con allegata anche la traduzione di un articolo di circa tre settimane fa, apparso sul suo blog e a cui fa riferimento nello post stesso. Cook è un giornalista britannico che ha lavorato per anni sul tema Palestina, con importanti reportage fatti direttamente da Nazareth per varie importanti testate, tra cui il The Guardian e Middle East Eye: insomma, un attento commentatore dei fatti.
In questo caso, i fatti sono quelli della solidarietà internazionale con i palestinesi che resistono al genocidio. E la deriva repressiva e lesiva dei diritti di manifestare e di espressione del dissenso in una cosiddetta “democrazia”, come sta avvenendo nel Regno Unito con la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, e così come avviene in tanti altri paesi occidentali che devono affrontare il sommovimento delle coscienze dovuto alla complicità dei propri governi con i crimini israeliani.
La necessità per il capitale occidentale in crisi, economica ed egemonica, è quella di stroncare questo movimento, e soprattutto di far morire prima ancora che nascano ipotesi organizzate che mettano in discussione in maniera sistemica l’ordine mortifero su cui le nostre classi dirigenti hanno fondato il proprio dominio negli ultimi decenni.
L’Occidente come blocco sta mostrando in maniera sempre più evidente le proprie divisioni strategiche, ma quello che i suoi paesi condividono è la deriva bellicista come strumento per mantenere la propria primazia. Alla guerra esterna, ovviamente, corrisponde poi la guerra interna, fatta sempre più attraverso legislazioni speciali dal sapore fascista e legislazioni antiterrorismo.
Sotto la corona di Re Carlo, però, la “democratura” occidentale ha subito un colpo non indifferente. Buona lettura.
*****
Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo.
Oggi la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse.
Se sei sconcertato dal motivo per cui la giuria si è rifiutata di condannare gli imputati di Palestine Action, è perché, a differenza loro, non hai sentito le prove reali. Hai sentito quello che i media volevano farti sapere.
____________________________________________
Il potente discorso dell’avvocato al processo Filton ricorda alla giuria il suo diritto di sfidare il giudice.
Keir Starmer e i media hanno bisogno di condanne per giustificare la proscrizione di Palestine Action come gruppo terroristico. Rajiv Menon KC spiega alla giuria perché rappresenta un’ultima, vitale difesa contro la tirannia del governo.
Ringrazio Craig Murray, ex ambasciatore del Regno Unito diventato whistleblower (informatore, o segnalatore di illeciti o condotte dannose per l’interesse pubblico, ndr), per avermi segnalato quello che lui giustamente definisce “uno dei più grandi discorsi legali – compresi quelli storici – che abbia mai letto“. E lo è davvero.
È stato realizzato da Rajiv Menon KC ed è indirizzato alla giuria dell’attuale “Processo Filton” presso la Woolwich Crown Court. Lì, sei attivisti legati a Palestine Action sono processati per un’irruzione nell’agosto 2024 in una fabbrica di Bristol di proprietà del più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. I sei hanno usato dei martelli per distruggere i droni killer che venivano costruiti nella fabbrica e inviati in Israele per essere utilizzati nel genocidio di Gaza.
Al momento dell’irruzione, Palestine Action era un’organizzazione legale. Quasi un anno dopo, il governo di Keir Starmer la dichiarò un gruppo terroristico: la prima volta nella storia britannica che un’organizzazione di azione diretta non violenta veniva messa al bando.
Gli imputati, come altri attivisti di Palestine Action detenuti in custodia cautelare, sono stati trattati come terroristi – con restrizioni speciali e disumane in carcere – sebbene nessuno di loro sia accusato di reati di terrorismo. Questo è il contesto del prolungato sciopero della fame di altri tre attivisti – non quelli attualmente sotto processo – che sta mettendo le loro vite in imminente pericolo (lo sciopero della fame è stato sospeso, ndr).
Il processo Filton è stato strumentalizzato a fini politici dal governo di Starmer, attivamente complice del genocidio israeliano, e dai media britannici istituzionali, che hanno cercato di oscurare la natura criminale delle azioni di Israele. Entrambi sperano di usare un eventuale verdetto di colpevolezza come giustificazione per la proscrizione di Palestine Action come organizzazione terroristica.
Come sottolinea Murray, un’altra commissione dell’Alta Corte (di Giustizia, ndr), incaricata di esaminare la legalità della messa al bando decisa dal governo, ha finora rinviato la sua decisione. È probabile che attenda la conclusione del processo Filton per potersi avvalere di un eventuale verdetto di colpevolezza per schierarsi dalla parte del governo.
Tutti riporranno le loro speranze sulla condanna di uno degli imputati, Samuel Corner, per l’accusa di aver ferito una poliziotta durante una colluttazione avvenuta per uno dei martelli utilizzati per distruggere i droni di Elbit.
L’obiettivo è stato quello di suggerire che questo incidente fosse intenzionale e indicativo di una presunta agenda terroristica segreta di Palestine Action. È palesemente ridicolo, ma sembra aver preso piede tra le fasce più impressionabili dell’opinione pubblica, esposte a una copertura mediatica costantemente distorta.
Il signor Menon è l’avvocato che rappresenta Charlotte Head, la quale, come altri quattro attivisti, è accusata di tre reati: furto con scasso aggravato, danneggiamento e disordini violenti.
Nel suo discorso, smantella con attenzione le contestazioni dell’accusa – e, naturalmente, del governo – secondo cui l’irruzione sia ascrivibile al furto con scasso aggravato. Come sottolinea Menon, affinché ciò sia vero, Head e gli altri avrebbero dovuto nutrire l’intenzione di usare i martelli per colpire le guardie quando irruppero nella fabbrica. Non ci sono prove che ciò sia avvenuto.
Respinge anche l’accusa mossa a Head di disordini violenti. Affinché anche ciò sia vero, avrebbe dovuto essere attivamente in collusione con gli altri nell’uso o nella minaccia di violenza – violenza che non fosse legittima difesa o per difendere qualcun altro. Questa accusa di solito si applica in circostanze come risse da pub o risse durante partite di calcio. Il test è se un ipotetico “spettatore di ragionevole fermezza” – qualcuno estraneo – riterrebbe la propria incolumità in pericolo a causa della rissa.
Ancora una volta, Menon sostiene in modo convincente che questa fattispecie non è applicabile al caso di Head e suggerisce che il motivo per cui il filmato dello scontro tra gli attivisti e le guardie di sicurezza appare così minaccioso è dovuto in gran parte al fatto che una delle guardie ha minacciato le donne e ha aggredito due volte con una mazza un attivista disarmato, Jordan Devlin.
Ma la parte più sorprendente del suo discorso riguarda la terza accusa: il danneggiamento. Gli imputati hanno una sola linea di difesa disponibile contro questo reato. In gergo legale, si chiama “giustificazione legittima”. Significa che qualsiasi danno penale da loro causato può essere considerato legittimo perché concepito per impedire la commissione di un crimine ben più grave – in questo caso il genocidio.
A un certo punto del processo, un membro della giuria ha inviato una nota al giudice “Justice” Johnson, ponendo proprio questa domanda: “se decidessimo che loro [gli imputati] credono sinceramente di aver compiuto un’azione che ha tutelato delle vite e di essere stati moralmente obbligati a distruggere le armi che ritenevano sarebbero state usate per uccidere civili in quello che ritengono essere un genocidio illegale, ciò costituirebbe una giustificazione legittima?“
Il giudice, che ha ripetutamente soffocato i tentativi della difesa di fornire prove del coinvolgimento di Elbit System nel genocidio, ha risposto che la giuria non deve prendere in considerazione tale “giustificazione legittima”. Le sue parole sono state: “non vi è alcuna prova in questo caso di qualcosa che possa, in base alla legge, costituire una giustificazione legittima, quindi non è qualcosa che dovreste prendere in considerazione“.
Menon si rifiuta di accettare la situazione senza reagire e sta sfidando con i suoi discorsi la decisione del giudice, in un modo che sfiora, ma evita accuratamente, l’oltraggio alla corte.
Egli sta difendendo con entusiasmo il diritto delle giurie di rifiutare l’interferenza dei giudici e il loro diritto di farsi un’opinione autonoma sia sulla colpevolezza sia sui fattori che potrebbero attenuarla, e lo fa proprio nel momento in cui Starmer e i suoi ministri cercano di sradicare il principio dei processi con giuria.
Vale la pena leggere tutto il discorso di Menon, sebbene sia molto lungo. Ne riporto solo una piccola parte: la sua sfida diretta al giudice, con il passaggio più coraggioso evidenziato in grassetto. È una difesa efficace di uno dei nostri diritti fondamentali, diritti che vengono gradualmente indeboliti dal crescente autoritarismo dell’establishment.
Rajiv Menon KC per conto dell’imputata Charlotte Head, 8 gennaio 2026:
La signora Heer [l’avvocato dell’accusa], nel suo discorso conclusivo, più o meno sullo stesso tema, vi ha detto che gli imputati che hanno testimoniato non hanno sollevato alcuna vera e propria contestazione all’accusa di danneggiamento. Mi dispiace, ma non è corretto affermare che gli imputati che hanno testimoniato non abbiano sollevato alcuna contestazione. Una ne hanno sollevata. Hanno sostenuto di avere una “giustificazione legittima”. Questa era la loro contestazione. Ma quello che è successo è che Sua Signoria [il giudice] ha precluso tale difesa, e questa è la situazione in cui ci troviamo. La loro contestazione era la “giustificazione legittima” e la corte l’ha poribita come difesa legittima. Quindi, dove vi porta questo, membri della giuria?
Potreste essere perdonati se pensaste che Sua Signoria vi stia di fatto ordinando, per legge, di condannare Charlotte [Head], su cui mi concentrerò per ora, per danneggiamento. Ma sbagliereste a pensarlo. Sua Signoria non vi sta ordinando di condannarla. Anzi, non solo non vi sta ordinando di condannarla, ma gli è anche assolutamente vietato farlo per legge. La legge è chiarissima su questo punto. Nessun giudice, in nessun caso penale, è autorizzato a ordinare a una giuria di condannare un imputato per qualsiasi accusa penale, qualunque siano le prove. Questa è la legge.
Vi prego di ricordare questo principio fondamentale quando vi ritirerete per deliberare. Vi prego di non fraintendere nulla nelle istruzioni di Sua Signoria o nella sua sintesi (che seguirà l’arringa della difesa) come se equivalesse a un’ordine di condannare l’imputata. Sarebbe un terribile errore. Ripeto, Sua Signoria non vi sta assolutamente ordinando di condannare, perché per legge gli è vietato farlo.
La giuria ha tutto il diritto di essere confusa su questo punto, perché è un punto confuso. Avete tutto il diritto di pensare che la distinzione tra proibire l’unica difesa disponibile a un’accusa penale basata sui fatti e ordinare la condanna sia, nella migliore delle ipotesi, una distinzione senza differenza. Avete tutto il diritto di pensare che le due cose equivalgano effettivamente alla stessa cosa. Ma il fatto è che non sono assolutamente la stessa cosa. Sono fondamentalmente diverse. Lasciate che provi a spiegare perché.
Se date un’occhiata alle istruzioni legali e alla prima sezione, intitolata “Funzioni del giudice e della giuria”, vedrete che è piuttosto lunga. Non la esaminerò punto per punto, ma vi chiedo di leggerla attentamente quando vi ritirerete. Tutte le istruzioni contenute in questo documento sono importanti, ma suggerirei che quelle sulle funzioni del giudice e della giuria siano particolarmente importanti in questo caso. Il punto chiave da riassumere è che i fatti, e i verdetti che emettete dopo averli considerati, sono esclusivamente per voi.
Quindi nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare. È semplice. Questa è la legge. Quindi, a scanso di equivoci, non vi chiedo assolutamente di ignorare le direttive legali di Sua Signoria. Al contrario, vi chiedo di seguirle, in particolare questa sezione sulle funzioni del giudice e della giuria, e vi ricordo che nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere esaminando questo caso, né può ordinarvi di condannare gli imputati per nessuna delle accuse a loro carico.
In effetti, fu già nel 1670 che l’indipendenza della giuria fu definitivamente sancita senza ombra di dubbio. William Penn e William Meade erano quaccheri. Furono processati per aver predicato a un’assemblea illegale. Nel 1670 (circa 20 o 30 anni dopo la fine della guerra civile inglese) era considerato un reato tenere un’assemblea religiosa di più di cinque persone al di fuori degli auspici della Chiesa d’Inghilterra. E William Penn e William Meade avevano predicato a un gruppo di più di cinque persone per le strade di Londra. Furono processati all’Old Bailey (storico tribunale penale di Londra, ndr) davanti a un giudice e a una giuria e, al termine dell’udienza, il giudice ordinò alla giuria di condannarli, ma la giuria si rifiutò di farlo.
Il giudice, furioso, ordinò nuovamente alla giuria di condannarli, affermando che non sarebbero stati congedati finché non l’avessero fatto. La giuria si rifiutò nuovamente di condannarli. Il giudice pose l’intera giuria sotto custodia per due giorni e ordinò che venissero loro negati cibo e acqua. Mentre i giurati venivano condotti dal tribunale alla prigione, si dice che William Penn abbia gridato: “siete inglesi, difendete i vostri privilegi, non cedete i vostri diritti”, al che un membro della giuria, Edward Bushel, rispose: “non lo faremo mai”. Quando la giuria tornò in tribunale due giorni dopo, senza aver ricevuto né cibo né acqua, il giudice ordinò nuovamente di condannare gli imputati. La giuria continuò a rifiutarsi e emise un verdetto di non colpevolezza.
Il giudice multò la giuria per oltraggio alla corte e li tenne in custodia fino al pagamento delle multe. Otto giurati hanno pagarono le loro multe, ma quattro si rifiutarono, e uno di questi era Edward Bushel, che ha quindi presentato istanza a un tribunale superiore per quello che viene chiamato un ordine di habeas corpus, che, se emesso dal tribunale, avrebbe comportato il suo immediato rilascio. Il tribunale superiore emise tale ordine, ed Edward Bushel e gli altri tre giurati furono rilasciati, sancendo il diritto di una giuria a emettere un verdetto senza timore di punizioni da parte del giudice del processo.
La sfida legale di Edward Bushel è diventata nota come il “caso Bushel” ed è tra i più celebri nella storia del diritto britannico. All’interno dell’Old Bailey, nel centro di Londra, c’è una targa in marmo che recita quanto segue:
Nei pressi di questo sito, William Penn e William Meade furono processati nel 1670 per aver predicato a un’assemblea illegale in Grace Church Street. Questa targa commemora il coraggio e la perseveranza della giuria, composta da Thomas Veer, Edward Bushel e altri 10 giurati, che si rifiutarono di emettere un verdetto contro di loro, nonostante fossero stati rinchiusi senza cibo per due notti e multati per il verdetto finale di non colpevolezza. Il caso di questi giurati fu rivisto per mezzo di un ordine di habeas corpus e il Giudice Capo Vaughan emise il parere della corte, che stabilì il diritto delle giurie di emettere il verdetto in base alle proprie convinzioni.
Considerando tutto questo insieme, membri della giuria, potete dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. È un verdetto perfettamente giusto e appropriato da parte vostra, in questo caso. Vi prego di non pensare nemmeno per un attimo che vi sia in qualche modo impedito dalla legge di farlo. Anzi, dovreste dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. Ci vorranno senza dubbio grande coraggio e indipendenza, lo ammetto, per farlo. Ma i fatti, in ultima analisi, sono solo per voi. Vi prego di non dimenticarlo. E non preoccupatevi: la buona notizia è che siamo andati avanti dal 1670. Non c’è alcuna possibilità che veniate incarcerati o multati per le conclusioni fattuali a cui giungerete o per il verdetto che avrete emesso.
E questo mi porta, per quanto riguarda il reato di danneggiamento, alla sintesi delle prove da parte di Sua Signoria, che seguirà l’arringa della difesa. Ora, non ho idea di come proporrà la questione, di come affronterà tale sintesi. Potrebbe fare quello che fa la maggior parte dei giudici oggigiorno, ovvero riassumere le prove senza fare alcun commento, senza esprimere alcuna opinione, senza alcuna argomentazione, senza alcuna distorsione, senza alcuna insinuazione, ovvero con assoluta neutralità. Potreste pensare che questo sia l’approccio più equo, dato che un giudice di primo grado è come un arbitro. Ma il nostro sistema consente ai giudici di commentare ed esprimere opinioni, anche con fermezza, in determinate circostanze. Finché la sintesi rimane equilibrata e imparziale, finché non viene violato il diritto fondamentale di ogni imputato a un giusto processo, finché la giuria è informata che avete il diritto di respingere qualsiasi parere giudiziario sui fatti, se lo desiderate, come come quello che vi ha indicato Sua Signoria, e finché qualsiasi parere o commento giudiziario non viene erroneamente espresso come un’indicazione legale da seguire. Pertanto, se Sua Signoria decide di esprimere un parere sulle prove, vi prego di non interpretare erroneamente, in nessuna circostanza, tale parere come un’indicazione legale, perché non lo è.
Ovviamente, se siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete adottarla. Ma è altrettanto vero il contrario. Se non siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete respingerla. È un vostro diritto. È un vostro privilegio, in quanto giurati, perché, ripeto, siete gli unici giudici dei fatti. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare in questo caso. Ecco cosa dico sul reato di danneggiamento.
Nota bene: Craig Murray sta promuovendo una revisione giudiziaria separata da quella inglese in Scozia, dove il sistema giuridico è diverso. Ci sono buone probabilità che riesca a far togliere la proscrizione di Palestine Action in Scozia, rendendo così ridicolo il mantenimento di questa condizione in Inghilterra e Galles.
Di fatto, sta sfidando il governo britannico. Possiamo essere certi che Starmer farà tutto il possibile per far annullare qualsiasi sentenza scozzese che gli vada contro. Murray ha bisogno di soldi per sostenere la sua causa e difenderci tutti dalla terrificante ingerenza del governo.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa