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La Monaco del Terzo Millennio, nucleare

Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.

Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.

Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.

E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale nucleare ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento nucleare, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.

Le premesse non sembrano ottime, visto che ancora ieri – proprio a Monaco – a fronte delle richieste di alcuni paesi perché la Francia aderisca al processo ufficiale di pianificazione nucleare della NATO (ne è rimasta sempre fuori) in modo da legare più strettamente l’arsenale francese alla sicurezza europea – la viceministra della Difesa transalpina, Alice Rufo, ha dichiarato che Parigi non ha alcuna intenzione di farlo.

Parigi potrebbe al massimo prendere in considerazione l’aumento del suo arsenale nucleare, se sovvenzionato da altri paesi. Fare la grandeur napoleonica con i soldi altrui, insomma. Bisogna essere del tutto scemi solo per pensarlo possibile…

Come per tutti i temi “europei”, insomma, si ripropone sempre l’alternativa secca tra “processo federativo” (che mette in comune tutto, “sovranamente”, creando un centro decisionale sottratto alla contrattazione quotidiana tra titolari con diritto di veto) e “comunità di Stati” che lavorano insieme con regole collettive magari stringenti (sulle politiche di bilancio, la politica monetaria, ecc), ma senza dismettere la propria sovranità.

Ma se non si riesce neanche a mettere in comune il debito pubblico appare molto onirico pensare che lo si possa fare con un arsenale nucleare. Magari in mano ai nazisti tedeschi, quando o se torneranno di nuovo al Reichstag (e l’Afd a questo punta) e dunque al vertice della UE…

Comunque sia, il messaggio consegnato da “Narco” Rubio per conto di Trump è stato identico a quello giù trasmesso un anno fa dal più insultante JD Vance; giusto un po’ più morbido nei toni, secondo funzionari ammessi alle riunioni riservate: “Ha espresso la volontà di lavorare insieme, ma con un messaggio chiaro: l’Europa deve fare di più, e che siamo passati da un ‘mondo basato sui valori’ a un mondo ‘basato sugli interessi’“.

E quindi gli Stati Uniti di Trump stanno costruendo un altro “ordine internazionale” cui l’Europa può partecipare, se vuole, ma in posizione totalmente subordinata e senza garanzie certe di “tutela militare”. Altrimenti Washington farà da sola.

Gli interessi di America ed Europa sono insomma qualitativamente simili (controllo delle risorse naturali del pianeta, in continuità col vecchio colonialismo dei secoli passati, che ha garantito la “ricchezza” dei paesi occidentali), ma rispondenti a soggetti diversi. Quindi in competizione. Dunque va sciolto subito l’interrogativo su quale sia l’interesse dominante e quelli subordinati.

Si può insomma partecipare all’ipotetico banchetto a spese del resto del mondo, ma deve essere chiaro che le porzioni verranno tagliate da Washington.

Ipotetico banchetto”, diciamo, perché quel resto del mondo (Russia, Cina, Iran, India, ecc) non è più da tempo una pianura attraversabile e recintabile in pressoché totale tranquillità, sia dal punto di vista economico che militare.

Lo stesso attacco alla sola Russia – condotto negli ultimi venti anni tramite un’Ucraina “nazificata” con il golpe di Majdan – si è rivelato molto meno efficace del previsto. Checché ne dica ancora quella poveretta di Kaja Kallas, l’economia di Mosca non è “finita in pezzi” (quella europea sì, anche grazie alle “sanzioni” suicide), la società non si è frammentata, il sistema politico è solido, l’esercito anche (i numeri sulle perdite altrui sono esercizi di propaganda, da entrambe le parti) e l’armamento molto modernizzato dalle nuove forme della guerra (droni, missili ipersonici, ecc).

L’esplicita intenzione “europea” di far continuare la guerra anche se le trattative tra Trump e Putin dovessero arrivare ad un accordo di pace sembra un caso clinico davvero originale, più che una strategia dotata di senso. Nelle attuali condizioni – industriali, militari, di sviluppo tecnologico dedicato, ecc – che la UE possa “competere” da sola con la Russia è fuori questione. Che possa arrivare ad avere un arsenale nucleare senza che questa minaccia solleciti una “risposta preventiva” russa, anche.

Ma gli attuali vertici europei sono fatti di scappati di casa reclutati col manuale Cencelli, che ignorano l’abc dei rapporti di forza internazionali e parlano come se la loro volontà di stamattina fosse un “piano” per il futuro. Senza gli Stati Uniti a protezione, alla Ue serviranno anni di “sacrifici” e risorse colossali dirottate verso gli armamenti.

Ma a sottolineare che le priorità statunitensi sono ora cambiate, lo stesso Rubio ha disertato l’incontro preparato dalla UE con Zelenskij per andare invece in visita dai “dissidenti” ungheresi e slovacchi, contrari al proseguimento della guerra e quindi degli aiuti a Kiev.

Riassumendo (perché la materia è oggettivamente sterminata e non mancheranno motivi per tornarci sopra): la guerra è per l’Occidente capitalistico l’unica strada per uscire da un crisi che si prolunga ormai da quasi venti anni e che vede crescere a velocità almeno tripla le “economie emergenti” perché orientate da una progettualità politica (magari brutalmente “nazionalistica”) anziché dalla prevalenza degli interessi privati, ricche di risorse, popolazione in età da lavoro, “senso di sé e della propria storia”, intelligenza e competenze.

Il fatto che sia l’unica strada significa che questa parte del mondo si prepara a percorrerla, distruggendo quel che resta di istituzioni internazionali, diritti e valori umani, popolazioni intere (il genocidio è nel dna del suprematismo bianco coloniale).

Che sia una strada facile non è però affatto detto. Che Europa e Stati Uniti riescano di nuovo a camminare insieme, neanche. Che l’Unione Europea possa reggere la tensione interna tra interessi nazionali contraddittori, neanche.

Il tutto, oltretutto, non per “far avanzare la civiltà” – la veste angelicante adottata dal colonialismo dei secoli passati – ma per “mantenere il nostro sistema di vita”. Ossia i profitti di sempre meno multinazionali (finanziarie, industriali, “piattaforme”) sottratte a qualsiasi obbligo e responsabilità.

Un obiettivo veramente miserabile, degno della “corte di Epstein”. Destinato a fallire, certo. Il problema è il prezzo che l’umanità sarà costretta a pagare per espellerlo dalla Storia.

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