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Lo show al posto del “discorso sull’Unione”

Il momento che dovrebbe segnare il punto più alto di riflessione interno alla superpotenza – il discorso “sullo stato dell’Unione” – nelle mani di Donald Trump diventa sempre uno spettacolo di quart’ordine, da tv trash, inframezzato da insulti (reciproci) con gli avversari “dem”, i quattro giudici della Corte Suprema presenti (tra dei quali gli hanno appena bocciato i dazi).

Uno spettacolino con gli ospiti stile Sanremo (la squadra di hockey vincitrice alle Olimpiadi, un pilota rimasto ferito durante il rapimento di Maduro – smentita indiretta per il “colpo perfetto” rivendicato in un primo momento), tante chiacchiere, promesse, medaglie e distintivi.

Non si tratta di una sottolineatura riguardante solo il “cattivo gusto” del tycoon. E’ un modo di gestire il potere che accomuna ormai tutto l’Occidente capitalistico, con le ovvie – e storiche – differenze tra la monarchia britannica, “la classe stilistica” parigina e il pesciarolismo italico.

In comune resta pur sempre il distacco assoluto, verticale, tra classe dirigente e popoli, certificato da una partecipazione elettorale ben al di sotto del 50% e da movimenti di resistenza presenti ovunque.

Movimenti che hanno persino qualche sponda parlamentare, anche negli Usa, come le deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar (di Michigan e Minnesota, ma di origine araba e somala), che hanno più volte interrotto il discorso dando apertamente del bugiardo al presidente, insultandolo a loro volta, mostrando cartelli con i nomi dei morti per mano dell’ICE a Minneapolis.

Parlare dei contenuti politici è quasi impossibile. Trump descrive un mondo che non esiste, più e meglio di quanto non sappia fare la sua omologa “Gioggia”. L’economia va a gonfie vele, tutti si stanno arricchendo, la borsa sale, tutti ci temono, andremo sempre meglio, ecc. Con tirate da tossicodipendente con le convulsioni e la vocetta stridula, tipo “Stiamo vincendo così tanto che non sappiamo davvero cosa fare al riguardo. La gente mi chiede: ‘per favore, per favore, per favore, signor Presidente, stiamo vincendo troppo. Non ne possiamo più. Non eravamo abituati a vincere nel nostro paese finché non è arrivato lei. Perdevamo sempre’.

Naturalmente non è vero nulla. La crescita economica ha rallentato, il dollaro si è svalutato di oltre il 10%, Wall Street vive ogni giorno in attesa che la bolla dell’intelligenza artificiale esploda, l’occupazione regge solo con i “lavoretti” precari a salario infame, i maxi-investimenti stranieri pretesi imponendo i dazi tardano ad arrivare e tarderanno anche di più ora che non si sa più esattamente a quanto ammontano (10 o 15%, ma solo per cinque mesi, poi si vedrà, dopo la sentenza della Corte Suprema).

Che la situazione economica pesantemente negativa, per la popolazione, si nota anche dalla promessa trumpiana di estendere a tutti i lavoratori il sistema pensionistico in vigore per i dipendenti federali (“gli statali”, insomma), visto che 50 milioni ne sono completamente privi. E per una popolazione che invecchia è una tragedia annunciata…

C’è anche da dire che Trump non può fare altro che mentire, ormai. Sparandola ogni volta più grossa. In parte perché è nel suo stile – come avevamo spiegato oltre un anno fa – non ammettere mai una sconfitta e rilanciare sempre, da giocatore di poker senza buone carte in mano. Ma in parte maggiore perché da qui a novembre – le elezioni midterm in cui si rinnova metà del Congresso e del Senato – mancano ormai solo otto mesi, e la sua credibilità è scesa al 40% (di coloro che comunque vanno a votare, altrimenti scende a livelli quasi incalcolabili).

Un disastro per i repubblicani lo metterebbe nella posizione infelice dell’”anatra zoppa”, ovvero un presidente senza maggioranza parlamentare costretto a mediare con il Parlamento ogni scelta invece di procedere come un rullo compressore a forza di “decreti esecutivi” più o meno cervellotici.

Il terrore di finire come un “loser” – il massimo degli insulti, nella sua retorica – è tale che sta lavorando strenuamente per ridurre la partecipazione elettorale dei gruppi etnici più colpiti dalle sue politiche contro l’immigrazione (un assaggio si è avuto persino in Texas, dove senza lavoratori chicanos, non importa se regolari o semi-clandestini, la produzione si ferma).

Un lavorio addirittura incostituzionale – le liste elettorali sono responsabilità dei singoli Stati dell’Unione – da far baluginare persino lo spettro di un mini-golpe all’interno della “principale democrazia del mondo” (o sedicente tale).

Dunque fanfare, chiacchiere e ottimismo a go-go, musiche e paillettes. Mentre i files di Epstein escono fuori a spizzichi e bocconi, senza produrre – da parte dei pm, che negli Usa sono addirittura una carica elettiva, ergo politica a tutti gli effetti – neanche una incriminazione.

Un’impunibilità di fatto dell’intera classe dirigente “wasp” e “jewish” (Epstein selezionava i suoi “inviti” su basi rigorosamente razziste e suprematiste) che diventa ogni giorno più indifendibile a fronte di quel che sta avvenendo in Gran Bretagna, dove personaggi come un principe reale e un ex ministro degli esteri sono finiti almeno momentaneamente in galera e molte carriere vengono improvvisamente stroncate.

Donald ride sempre, non può far altro. E’ il mondo che deve preoccuparsi.

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