Quattro settimane di guerra, trattative finte o impraticabili, intervento di terra “limitato” alle viste. La sintesi di molte notizie rende più chiaro il quadro e permette di bypassare la “nebbia di guerra” e diplomatica che avvolge il conflitto.
Mentre lo scambio tra bombardamenti e missili prosegue, una indicazione sembra venire dalla conferma che il Pentagono stia preparando il trasferimento delle consegne di “munizioni” dalla destinazione Ucraina al Golfo Persico. Per munizioni si intende in primo luogo “missili intercettori”, che tutti gli analisti militari hanno inquadrato come il “lato debole” dello schieramento militare Usa/Israele.
La strategia militare degli aggressori è quella tipica dei conflitti “asimmetrici” degli ultimi 40 anni: loro hanno tutto (aerei, missili, mezzi corazzati e navali, gli avversari quasi nulla di corrispondente o che non possa essere sostanzialmente eliminato in pochi giorni di bombardamenti.
In questo modo Usa e Israele “possono fare quello che vogliono” e il nemico sta lì a subire, imbastendo una resistenza più o meno efficace solo quando l’invasore mette fisicamente “gli scarponi sul terreno” e può essere finalmente “ringraziato” in scontri a fuoco in area urbana, agguati, attentati, trappole e quanto la fantasia – oltre che le possibilità concrete – permette. E’ il “modello Iraq” di inizio millennio, poi “affinato” nel genocidio a Gaza.
Per essere praticata, però questa strategia militare ha bisogno di uno “scudo” antimissile che protegga efficacemente dalla risposta fatta di razzi, droni e missili. E qui la “qualità” tecnologica degli antimissile statunitensi (Patriot, Thaad, ecc) si scontra con la “quantità” che uno Stato come l’Iran ha costruito nel corso dei decenni, tra un’aggressione e un omicidio mirato.
Di fatto, i “proiettili” iraniani si sono dimostrati precisi quanto i mezzi impiegati da Tel Aviv e Washington, ma molto meno costosi. Per i Patriot si parla di cifre a seconda del modello che vanno dai 3 ai 12 milioni l’uno, che vengono “bruciati” per colpire roba da poche decine di migliaia di dollari, ma che arriva in grande quantità.
Il mismatch qui rivela anche un punto critico del modello di sviluppo industriale-militare, dove l’hi tech aiuta ma non risolve. Per di più Tehran sembra aver ftto un uso molto razionale delle proprie risorse “volanti”. In prima battuta “ondate” quantitative per saturare l’utilizzo di antimissile da parte di Israele e Usa, prendendo di mira soprattutto i radar che consentono l’individuazione dei proiettili in arrivo. Subito dopo un minor numero di lanci che però potevano contare sullo sbrindellamento dello “scudo.
La cosa “divertente”, diciamo così, è che le dotazioni antimissile che verranno dirottate verso il Golfo sono quelle pagate dai paesi dell’Unione Europea come “sostegno” all’Ucraina (altra guerra voluta da Washington, seppure sotto la gestione Obama-Biden). Di fatto la UE viene fatta partecipare economicamente all’aggressione all’Iran anche quando non dovesse volerlo fare a viso aperto (ma in forme “caute” e limitate sta comunque facendo).
Alcune migliaia di marines sono già arrivati nelle basi Usa intorno al Golfo (e quindi già si candidano a diventare bersagli per droni e missili di Tehran), probabilmente per invadere alcune isole strategiche (Kharg, Qeshm, Hormuz, ecc) che darebbero un controllo sulla produzione petrolifera iraniana e soprattutto sul traffico di navi nello Stretto.
L’unica buona notizia è che Trump ha prorogato la scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz fino al 6 aprile, sospendendo gli attacchi ai siti energetici, ovviamente affermando che era stato l’Iran aveva chiesto una proroga, mica perché serve agli Usa….
Anche qui ex generali Usa sono prodighi di analisi militari che indicano come il “controllo dello Stretto” sia quasi impossibile per una potenza fisicamente lontana come l’America. Le caratteristiche geografiche (il corridoio fisicamente navigabile è largo appena 3 km, tutta la costa circostante è decisamente montuosa e “preparata” nel corso degli anni) e la già avvenuta deposizione di mine magnetiche, attivabili a comando, rende la navigazione sia commerciale che militare impossibile da “assicurare”.
Tehran, oltretutto, ha adottato una logica di “blocco selettivo”, che consente il passaggio – dopo controllo e contrattazione – solo alle navi di paesi non nemici, e in questi giorni un certo numero di petroliere e porta-container sono effettivamente transitate. Una selezione che rende meno urgente e “spiegabile” al resto del mondo un’escalation anche sul terreno.
Un intervento militare nello Stretto richiederebbe insomma un impegno notevole di uomini e mezzi, uno sforzo logistico impegnativo e costoso, senza garanzie di raggiungere il risultato: il libero fluire del 20% del greggio e del gas mondiale.
Le “trattative” strombazzate da Trump sembrano la terza edizione di una truffa ormai consumata, con gli Usa che mandano Witkoff e Kushner a fare chiacchiere per prendere tempo, mentre il Pentagono prepara l’attacco.Non sapendo più cosa fare, ha rinviato di 10 giorni l'”ultimatum” inizialmente dichiarato per due e poi per cinque.
Il “piano in 15 punti” fatto arrivare tramite Pakistan a Tehran è già stato definito inaccettabile, un autoritario “prendere o lasciare” che non prevede contrattazioni. Così come i “cinque punti” che l’Iran contrappone. A quanto risulta finora, lo “sforzo per la pace” è interesse prioritario dei Paesi arabi del Golfo, le cui economie sostanzialmente “mono-prodotto” sono di fatto ferme da un mese e con impianti in parte danneggiati che richiederanno mesi – o anni, nel caso del Qatar – per essere ricostruiti.
“Quando le persone non possono volare a Dubai e sentirsi al sicuro negli aeroporti, perché colpite dall’Iran, dall’altra parte dell’Atlantico, non è un bene per il turismo“, ha affermato una fonte qatariota. “Quindi si potrebbe verificare una situazione che impedisca di investire i trilioni di dollari che i Paesi del Golfo hanno promesso di investire negli Stati Uniti“. Con buona pace dei sogni “Maga” di reindustrializzare gli Stati Uniti…
Anche l’Iran ovviamente soffre, sia per i bombardamenti che per la profonda crisi economica conseguenza della guerra, ma appare “condannato” a battersi fino ad ottenere la sicurezza di poter agire come uno Stato a tutti gli effetti sovrano e non vassallo, sempre esposto al terrorismo israeliano.
Gli Usa, al contrario, non possono permettersi un conflitto che dura mesi, inchioda l’economia mondiale, solleva critiche sia degli alleati che degli investitori finanziari (il crollo delle borse è un incubo in parte già realtà), e rischia di costare all’amministrazione Trump una clamorosa sconfitta alle elezioni di novembre, da cui potrebbe uscire un Congresso a maggioranza “democratica” (magari anche con qualche propaggine “socialista”) che ne condizionerebbe grandemente le possibilità operative.
Per non parlare dell’esplosione di un debito pubblico già ciclopico, del minor dominio del dollaro sugli scambi commerciali (la Cina e la Russia stanno lavorando attivamente per implementare monete e sistemi di pagamento alternativi), in definitiva di un indebolimento economico che accompagna e “prescrive” un minore interventismo militare, specie se prolungato e su teatri distanti.
Questo ci sembra il quadro, per sommi capi. Trovarci un senso “progressivo” è difficile, ma toccherà provarci, vista qual è l’alternativa.
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