Nel mezzo di una delle crisi più dure degli ultimi decenni, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel sceglie una linea che tiene insieme due parole apparentemente opposte: resistenza e dialogo. È questo il cuore dell’intervista concessa al quotidiano messicano La Jornada, un documento politico che fotografa con chiarezza il momento che l’isola sta attraversando.
Díaz-Canel parte da un dato che è insieme storico e umano: la maggioranza dei cubani non ha mai conosciuto un Paese senza embargo. Circa l’80% della popolazione è nata e cresciuta sotto il blocco economico imposto dagli Stati Uniti. Non è solo una misura politica, ma una condizione esistenziale che attraversa generazioni.
Oltre 60 anni di persecuzione
Nell’intervista, il presidente cubano interpreta la pressione statunitense non come un fatto contingente, ma come l’espressione di una lunga continuità storica: il tentativo mai abbandonato di esercitare un controllo sull’isola. Secondo Díaz-Canel, questa tensione si inserisce oggi in un contesto globale mutato, segnato dal declino dell’egemonia unipolare e dall’emergere di nuovi equilibri internazionali.
È in questo scenario che, a suo giudizio, si spiega anche l’inasprimento delle politiche contro Cuba: una risposta a chi difende modelli alternativi e rivendica la propria sovranità.
Crisi economica e pressione energetica
Le parole del presidente arrivano mentre Cuba affronta una crisi senza precedenti recenti: carenza di carburante, blackout diffusi, difficoltà nell’approvvigionamento di beni essenziali. Una situazione aggravata dal rafforzamento del blocco energetico statunitense, che ha interrotto o ostacolato le forniture di petrolio, lasciando il Paese in una condizione di estrema vulnerabilità.
La crisi non è solo economica: è sociale, quotidiana, tangibile nella vita delle persone. E proprio per questo, nell’intervista emerge un tono che alterna denuncia e ricerca di soluzioni.
Dialogo sì, ma senza condizioni
Uno dei passaggi più significativi riguarda i rapporti con gli Stati Uniti. Díaz-Canel conferma l’esistenza di contatti e colloqui, ma ribadisce un principio non negoziabile: il rispetto della sovranità.
Cuba — afferma — è disposta a discutere qualsiasi tema, ma solo su basi di reciprocità e senza imposizioni. Nessuna apertura, dunque, a negoziati che mettano in discussione il sistema politico o l’autodeterminazione del Paese.
È una posizione che riflette una linea storica della diplomazia cubana: disponibilità al dialogo, ma rifiuto di qualsiasi forma di subordinazione.
Il rapporto con il Messico
Nell’intervista emerge anche un forte riferimento al ruolo del Messico, descritto come un alleato importante in un momento difficile. Díaz-Canel esprime riconoscenza per il sostegno politico e umano ricevuto, sottolineando il valore della solidarietà internazionale in un contesto di isolamento crescente.
Non è solo un gesto diplomatico: è il segnale di una strategia che punta a rafforzare legami alternativi in un mondo sempre più multipolare.
I nostri incontri confermano questa analisi
L’intervista restituisce l’immagine di un Paese stretto tra pressioni esterne e difficoltà interne, ma determinato a non cedere, ed è proprio questa la realtà che abbiamo incontrato nei giorni come delegazione della Rete dei Comunisti. La parola “resistenza” domina a Cuba ogni discorso, come elemento identitario prima ancora che politico.
E caratterizza questa fase delicata. Il dialogo con Washington appare arduo e quasi impossibile perché l’interlocutore vuole mostrarsi armato e invincibile, in grado di imporre la propria dispotica volontà. Ma anche se il futuro resta incerto, una cosa appare chiara dalle parole di Díaz-Canel: per l’Avana, qualsiasi cambiamento dovrà avvenire senza rinunciare a ciò che considera il proprio principio fondamentale la sovranità.
Cuba è ancora una volta al centro del dibattito internazionale, spesso raccontata con categorie semplicistiche e con uno sguardo deformato da interessi geopolitici che poco hanno a che vedere con la realtà dell’isola. Eppure, se c’è un elemento che attraversa la storia della Rivoluzione cubana fino ai giorni nostri, questo è il principio irrinunciabile della sovranità nazionale.
Per comprendere Cuba, non si può prescindere da ciò che ha rappresentato il processo rivoluzionario guidato da Fidel Castro: una rottura radicale con un passato di subordinazione economica, politica e militare agli interessi degli Stati Uniti. È proprio questa eredità che oggi viene messa sotto pressione, non solo attraverso il perdurare del bloqueo economico, ma anche mediante una narrazione mediatica che mira a delegittimare qualsiasi forma di autonomia.
Sovranità non è un concetto astratto
I cambiamenti in atto all’Avana sono reali e necessari. Nessuno, nemmeno all’interno del progetto socialista cubano, nega la necessità di aggiornare il modello economico e sociale. Tuttavia, il punto decisivo è un altro: tali trasformazioni non possono e non devono tradursi in una restaurazione capitalistica subordinata, né in una perdita di controllo sulle leve strategiche dell’economia.
La sovranità, infatti, non è un concetto astratto. È la possibilità concreta per un popolo di decidere il proprio destino, di pianificare il proprio sviluppo, di garantire diritti fondamentali come sanità, istruzione e sicurezza sociale, che a Cuba continuano a rappresentare conquiste indiscutibili nonostante le difficoltà.
Non è un caso che ogni apertura economica sia stata attentamente calibrata dalle autorità cubane, nel tentativo di evitare quelle dinamiche di dipendenza che hanno caratterizzato altri paesi dell’America Latina. Il rischio, ben noto, è quello di scivolare verso forme di neocolonialismo economico, dove il mercato diventa lo strumento principale di subordinazione.
Le pressioni esterne restano fortissime. Gli Stati Uniti continuano a esercitare un’azione di strangolamento economico che ha pochi precedenti nella storia contemporanea, e che incide pesantemente sulla vita quotidiana dei cittadini cubani. In questo contesto, parlare di “transizione” senza considerare l’assedio economico equivale a falsificare la realtà.
Un’idea alternativa di sviluppo
Eppure, nonostante tutto, Cuba resiste. Resiste non solo per una questione ideologica, ma perché esprime un’idea alternativa di sviluppo, fondata sulla centralità del sociale e sulla difesa dell’interesse collettivo. È questa la vera posta in gioco: non semplicemente il futuro di un paese, ma la possibilità stessa di un modello diverso rispetto all’egemonia neoliberista.
Per l’Avana, dunque, qualsiasi cambiamento dovrà avvenire senza rinunciare alla propria sovranità. Senza di essa, ogni riforma perderebbe significato, trasformandosi in una resa. Con essa, invece, anche le trasformazioni più complesse possono diventare strumenti di rafforzamento del progetto nazionale.
La sfida è aperta. Ma una cosa è certa: chi continua a leggere Cuba con le categorie della subordinazione o della “normalizzazione” imposta dall’esterno, dimostra di non aver compreso la lezione più profonda della sua storia.
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