Oggi è il giorno che le borse risalgano un po’ in modo da permettere al clan degli amici di Trump (non solo a loro, comunque) di “capitalizzare” i titoli acquistati a prezzi stracciati nei giorni scorsi, quando sembra imminente “la fine di una civiltà” e l’uso dell’atomica.
Ieri sera, infatti, il puttaniere pedofilo insediato alla Casa Bianca ha rilasciato a Fox News l’atteso messaggio ottimistico: “la guerra è vicina alla fine” e “i colloqui con l’Iran riprenderanno entro un paio di giorni in Pakistan”. Per mantenere la suspence e non sembrare troppo arrendevole ha deciso di non prorogare la sospensione delle sanzioni per il petrolio iraniano già caricato su nave.
Le borse asiatiche, però, hanno capito il gioco e si sono mosse pochissimo. La credibilità della leadership Usa dev’essere veramente ridotta al minimo…
Sul terreno, o meglio in acqua, tutto resta abbastanza calmo. Gli Usa rivendicano di aver fermato sei navi che provavano a passare per lo Stretto di Hormuz, ma cinque ci sono riuscite senza problemi. Il “doppio blocco” – sia iraniano sulle navi di paesi ostili, sia statunitense sulle altre – presenta insomma smagliature, probabilmente contrattate, in attesa degli sviluppi diplomatici.
A Washington arrivano solo messaggi “pacifisti”, del resto. L’Arabia Saudita starebbe facendo pressione, secondo molti media economici, per farla finita temendo che – in risposta alla mossa di Trump – l’Iran possa interrompere altre rotte.
Le sue esportazioni di petrolio sono appena tornate al livello prebellico (circa sette milioni di barili al giorno), facendo passare il suo greggio, prevalentemente destinato all’Asia, nel deserto in direzione Mar Rosso. Ma se gli Houthi dessero seguito alla minaccia di chiudere lo stretto di Bab al-Mandeb ci ritroverebbe nella situazione di partenza.
Per il resto, è un bagno di sangue nei rapporti internazionali. Una valanga di alleati e di servi è stata obbligata a criticare gli Usa per l’imbarazzante attacco al papa, cosa che persino Hitler aveva evitato di fare, ai tempi, seguendo i consigli di quell’anima nera di Goebbels, preoccupato che i cattolici tedeschi potessero prenderla male.
Al contrario, Pechino sembra diventata la nuova sede di una Onu informale ma decisamente più efficace. Stanno correndo da Xi Jinping non solo i paesi arabi del Golfo, alla ricerca di una “superpotenza responsabile” che li aiuti a ritornare ad una certa normalità, ma anche vietnamiti, ovviamente i russi (il ministro degli esteri Lavrov) e persino europei (lo spagnolo Sanchez, ma prima era arrivato anche Macron). E la fila si allunga…
Del resto tutti sanno che l’iniziativa presa dal Pakistan e stata fortemente caldeggiata da Pechino che, davanti al rischio di una escalation senza ritorno della guerra all’Iran, è scesa in campo con un proprio “piano” in quattro punti che sarà difficile ignorare, anche se appare come la presentazione di “principi generali”, più che di un dispositivo articolato.
In estrema sintesi, come riferisce il corrispondente de il manifesto, si tratta delle regole fondamentali violate sistematicamente da Usa e Israele negli ultimi decenni.
“Primo: attenersi alla coesistenza pacifica, perché i «vicini non possono essere spostati».
Secondo: rispettare sovranità nazionale e integrità territoriale, «così come la sicurezza di personale, strutture e istituzioni di tutti i paesi».
Terzo: adesione alla carta Onu, perché «non si può applicare il diritto internazionale solo quando conviene e abbandonarlo quando non conviene».
Quarto: coordinare sviluppo e sicurezza, perché «la sicurezza è la premessa dello sviluppo e lo sviluppo è la garanzia della sicurezza»”.
E’ la cornice minima per gestire le relazioni internazionali, ma anche l’opposto di quanto fatto negli ultimi decenni dall’imperialismo euro-atlantico e dall’appendice sionista.
Difficile insomma che l’ombra di questo “piano” – e dei suoi autori – non aleggi sul nuovo appuntamento ad Islamabad. La stessa delegazione statunitense, peraltro guidata dal vicepresidente J.D. Vance, ha dovuto spiegare che la “differenza inconciliabile” con l’Iran sul programma nucleare si riduceva in fondo a una questione risolvibilissima: gli Usa chiedono una moratoria di venti anni sull’arricchimento dell’uranio, mentre Tehran contropropone uno stop di cinque anni.
Non sarebbe complicato trovare la via di mezzo, visto che i controlli e le garanzie sarebbero in ogni caso le stesse (con l’intervento dell’Aiea, come peraltro avveniva fin quando Trump, nel 2018, non disdettò l’accordo siglato da Obama e dai paesi europei).
Se il contenzioso tra Usa e Iran fosse davvero tutto qui, andare avanti con la guerra diventa ingiustificabile.
Il problema resta sempre Israele, che dopo aver visto in questa fase l’occasione per emergere come il padrone crudele del Medio Oriente, tramite la possibilità di azzerare l’asse della Resistenza, fondamentalmente sciita, non vuole rinunciare all’obbiettivo.
Ma chi troppo vuole rischia di stringere ben poco. Il tentativo di assorbire mezzo Libano sembra ormai alla portata – i colloqui sotto controllo Usa sono iniziati ieri – ma sullo sfondo è ormai emerso il secondo “antagonista strategico”, ovvero la Turchia. Che è anche membro importante della Nato (il secondo esercito, per dimensione, dopo quello Usa).
E’ chiaro insomma che o si disinnesca ora la bomba che Trump e Netanyahu (mezza America e tutta Israele) hanno piazzato nell’area più “sensibile” del pianeta, oppure la corsa verso il baratro nucleare diventa velocissima.
Questo e non altro significa l’intervento degli “adulti”, ossia le “potenze responsabili” – Pechino, ma anche la Russia – nella possibile soluzione dell’aggressione all’Iran.
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