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A piccoli passi nel delirio

Se la guerra diventa una gara social diventa impossibile capire quello che sta veramente accadendo, sia sul campo che sul terreno diplomatico. Guardando i grandi media di tutto l’Occidente si vede chiaramente che non sanno nulla. Per necessità di riempire lo spazio che si sono conquistati si buttano a pubblicare un po’ di tutto, ovviamente con i tweet di Trump come “driver”, alternando così informazioni terrorizzanti e speranze di pace.

Visto che per una volta giochiamo tutti alla pari, proviamo spiegare quel che abbiamo capito noi in questo guazzabuglio.

Fatto numero uno. La “liberazione” dello Stretto di Hormuz annunciata da Trump, e che sarebbe iniziata ieri, si limita per ora all’indicazione – per le navi che intendono uscire dal Golfo Persico – di una “rotta consigliata”, il più vicino possibile alle coste dell’Oman. Niente “scorta armata” con le navi militari statunitensi. In pratica, le navi possono provarci, ma a proprio rischio e pericolo (anche perché la “nuova rotta” passa su fondali rocciosi assai meno profondi). Stando ai dati satellitari di tracciamento marittimo, comunque, sembra che nessuna nave abbia attraversato lo Stretto; l’unica affermazione positiva, relativa al passaggio di una nave Maersk non è stata ancora confermata ufficialmente.

Fatto numero due. L’Iran per ora minaccia di colpire le navi che provano a transitare senza aver ottenuto l’autorizzazione con Tehran, ma al momento solo una nave sudcoreana lamenta un’esplosione con successivo incendio a bordo. Identica minaccia riguarda anche le navi militari Usa, che dovessero invece entrare nello Stretto – sono stati pubblicati video con lanci di missile, ma non se ne vede l’effetto pratico – e assicura di averne colpita una, al largo del porto di Jask (ben prima dello Stretto vero e proprio), costringendola a tornare indietro.

Washington naturalmente smentisce, come sempre, data la sua pretesa di presentarsi come “invulnerabile” – al pari di Israele – ma stavolta sembra un po’ credibile. Se non altro perché risulta evidente che l’intenzione dell’amministrazione Trump è cercare semmai un “incidente” che consenta di far partire una nuova offensiva aerea generalizzata dandone la colpa all’Iran, e neutralizzare così – nella misura del possibile – la reazione negativa dell’elettorato Usa, per i due terzi ormai completamente contrario a questa guerra.

Anche la pubblicazione, da parte Usa, di foto di imbarcazioni iraniane bombardate, non sembra proprio una “prova decisiva”, dato che risulta impossibile verificare luogo e data di quei “colpi”. Potrebbero benissimo risalire alle prime sei settimane di guerra vera e propria, insomma, o addirittura alla “guerra dei dodici giorni” del giugno scorso. E dopo aver rivisto in tv “Sesso e potere” – film di 30 anni fa che sembra una cronaca di questi giorni – chiunque dovrebbe diffidare di quel che arriva da Washington, anche se non prodotto con l’intelligenza artificiale.

Ma una imbarcazione – denuncia Tehran – è stata effettivamente affondata. Portava a bordo civili e non era della marina militare.

Fatto numero tre. Le pre-trattative diplomatiche stanno proseguendo, fuori dai riflettori e dai tweet della Casa Bianca. “Gli eventi a Hormuz chiariscono che non esiste una soluzione militare a una crisi politica. Poiché i colloqui stanno facendo progressi grazie al cortese sforzo del Pakistan, gli Stati Uniti dovrebbero guardarsi dall’essere trascinati di nuovo in un pantano da parte di malintenzionati. Lo stesso dovrebbero fare gli Emirati Arabi Uniti“. Lo scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dopo che Teheran ha smentito di aver preso di mira i dirimpettai di Dubai.

Fatto numero quattro. Il prezzo del petrolio torna a salire, la speculazione (anche e soprattutto della “banda Trump”) continua a far soldi sulle oscillazioni continue, l’economia asiatica sta soffrendo oltremisura (è la prima destinataria del greggio proveniente dal Golfo), al punto che il Giappone ha ricevuto la prima fornitura di petrolio… russo.

Il resto sono chiacchiere e distintivo, con la ripresa delle sparate trumpiane (“Se attaccano le nostre navi L’Iran sarà spazzato via dalla faccia delle Terra) a coprire crescenti problemi interni e lo stallo in cui è impigliato.

Tra i fatti si dovrebbe aggiungere il cotrasto crescente con le forze armate statunitensi, e in particolare con la Marina (l’arma più utilizzata e sotto stress negli ultimi mesi), fortemente contrariate da una conduzione della guerra fuori da ogni schema consolidato.

Non è che al Pentagono – già shokkato dall’essere alle dipendenze di un cretino come Hegseth – siano diventati tutti “pacifisti”. La loro è una dissidenza completamente “tecnica”, che però non è un’opinione qualunque, visto che sono loro a dover fare quel che ordina il Commander in chief più lunatico di sempre.

La situazione appare così tutta appesa a decisioni che vorrebbero essere “di portata limitata” (come “aprire un corridoio”, anziché riprendere l’offensiva generale), ma che sono sempre sul punto di scatenare l’esatto opposto. Con Israele che scalpita per l’Armageddon finale, ma inciampa ogni giorno nella resistenza di Hezbollah nel piccolo Libano.

Del resto è così che si sprofonda nel pantano e ogni soluzione si allontana…

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