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Gli Usa sparano e tirano indietro la mano

Ti sparo, ma il cessate il fuoco prosegue”. Lo stile israeliano sembra essere stato assunto dagli Stati Uniti, che stanotte hanno condotto una serie di attacchi contro postazioni iraniane mentre ufficialmente Washington stava attendendo una risposta di Tehran alla propria proposta di “memorandum” per riprendere le trattative.

Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz“.

Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.

Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.

Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.

In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.

La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile“.

Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran“.

Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando “il cessate il fuoco resta in vigore”.

Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc) restano irrisolte.

Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’ammnistrazione una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.

Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.

Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due…).

Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del jet fuel.

L’amministrazione Usa appare sempre ingrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le sue mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.

Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Tehran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.

Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.

La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee“. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati“. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio“.

Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.

In pratica, potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.

In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita… ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è…

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