Menu

Il PKK cambia nome in “Movimento Apoista” e chiede provvedimenti legali

Due dirigenti dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), nonché storici membri del PKK, Mustafa Karasu e Sozdar Avesta hanno tenuto una conferenza stampa in occasione dell’anniversario del congresso di scioglimento del PKK, tenuto lo scorso anno fra il 5 e 7 maggio 2025.

I due hanno dichiarato che l’organizzazione ha pienamente adempiuto agli obblighi derivanti dalla richiesta di disarmo, venuta dal leader incarcerato Abdullah Ocalan, nell’”Appello alla pace e ad una società democratica” del 25 febbraio 2025. Contestualmente, hanno annunciato un cambio di nome dell’organizzazione in “Movimento Apoista”, da Apo, “lo zio”, soprannome di Ocalan.

Il cambiamento di denominazione simboleggia la transizione irreversibile dalla lotta armata ad un movimento politico che persegue non più uno stato indipendente curdo o un’area autonoma curda, bensì la democratizzazione dello stato turco, come da tempo propugnato dal leader.

L’organizzazione, dunque, proclama di aver effettuato tutti i passi possibili, dai quali non può più tornare indietro, mentre lo Stato, da parte sua, non fatto nulla.

Allo Stato si richiede di definire apertamente lo status di Ocalan come capo negoziatore, con un annesso percorso che ne porti alla liberazione. Inoltre, ovviamente, si richiede di emanare i provvedimenti legislativi promessi dal Parlamento per consentire la riammissione alla vita politica pacifica dei membri del PKK e il parziale smantellamento dell’apparato repressivo dello stato turco.

Da parte loro, i leader politici turchi continuano a parlare in maniera ottimistica del processo di pace. Erdogan ha dichiarato recentemente che tutto sta andando bene, mentre il suo alleato Bahceli ha proposto di istituire la carica di coordinatore del processo di pace, attribuendola ad Ocalan.

Tuttavia, i provvedimenti pratici non arrivano, anche perché i servizi di sicurezza frenano. Nei giorni scorsi, resoconti di quotidiani filogovernativi – i quali attribuivano le loro fonti al servizio segreto MIT – riportavano di un rallentamento del processo di disarmo, essendo stati smantellati solo sette depositi di armi sui trenta censiti nei rifugi montuosi del Kurdistan iracheno, a causa di due eventi regionali: il ridimensionamento drastico dell’area a guida curda in Siria dopo l’accordo-capestro con il governo centrale qaedista e l’inizio dell’aggressione all’Iran.

I miliziani del PKK, dunque, secondo il MIT, contrariamente a quanto dichiarano, avrebbero deliberatamente deciso di mettere in pausa il processo di disarmo dopo quei due fatti.

Riguardo l’Iran, persiste, in aggiunta, l’incognita relativa al PJAK, ovvero l’”organizzazione sorella” del PKK, che ha base sulle stesse montagne irachene ed è stata interessata, nelle prime fasi della guerra, assieme ad altri gruppi curdi di differente ideologia, dalle voci su un possibile loro impiego per un’offensiva di terra su comando USA.

In tal caso, per la Turchia si sarebbe trattato della riproposizione in Iran del problema dell’area autonoma in Siria, il cui smantellamento era l’obiettivo principale di tutto il processo di pace.

L’impressione netta è che si attenda la fine definitiva delle ostilità in Iran, anche per sventare possibili tentativi di rebranding di alcuni miliziani dal PKK al PJAK; eventualità, per altro, già scoraggiata dai tantissimi attacchi iraniani nei confronti della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, proseguiti anche dopo il cessate il fuoco di aprile.

A quel punto, con ogni probabilità, la ripartenza del processo di pace, con la piena implementazione del disarmo e l’emanazione dei conseguenti provvedimenti legislativi, sarà l’opzione migliore per tutti, benché difficile da percorrere.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *