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L’intelligence tedesca propone una stretta sulla solidarietà con la Palestina

La Germania rappresenta un’avanguardia della repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina. Lo dimostra il recente dossier redatto dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV), i servizi segreti interni del paese. Il documento è intitolato “Estremismo laico pro-palestinese“, e opera una vera e propria equiparazione tra il sostegno alla lotta dei palestinesi e l’eversione politica.

Secondo l’intelligence tedesca, simboli come la mappa della Palestina storica o lo slogan “dal fiume al mare” sono prove di ostilità verso lo Stato di Israele. Ma il dossier si spinge oltre, inserendo nella lista dei simboli “estremistici” persino l’immagine di una fetta d’anguria (i cui colori richiamano la bandiera palestinese) e l’iconico Handala, il bambino rifugiato disegnato da Naji Al-Ali.

Questi simboli vengono usati da quella che, per il BfV, è una rete che unisce gruppi radicali di sinistra, di destra e persino islamisti, accomunati dalla negazione del “diritto a esistere di Israele“. Tutti insieme, vengono raggruppati in un calderone in cui tutte le differenze politiche vengono ignorate e le rivendicazioni radicate in ragioni storiche e nel diritto internazionale vengono cancellate: questo insieme viene definito solo in qualità di minaccia contro la sicurezza nazionale.

Questa linea dura non è passata inosservata a livello internazionale, e non è nuova. Già nell’ottobre 2025, un rapporto delle Nazioni Unite esortava Berlino a interrompere la criminalizzazione dell’attivismo pacifico e solidale con la Palestina. Gli esperti dell’Onu erano allarmati dalle reiterate violenze della polizia contro gli attivisti e per le restrizioni crescenti imposte alle proteste che chiedono, tra le altre cose, la fine delle esportazioni di armi verso Israele e il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Alla base di questa intransigenza viene spesso ricordato il tabù politico tedesco legato al passato nazista. Il ricordo dell’Olocausto ha trasformato il sostegno a Israele in una Staatsräson (ragione di Stato). E concretamente, ciò si traduce nel fatto che Berlino rimane il secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti e, nonostante brevi sospensioni nell’ottobre 2025, i trasferimenti sono ripresi a pieno regime già a novembre.

Poche settimane fa, il 21 aprile, la Germania (insieme all’Italia) ha bloccato la mozione di Spagna, Irlanda e Slovenia per sospendere l’accordo commerciale UE-Israele. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha liquidato l’iniziativa come “inappropriata“, ribadendo la necessità del dialogo con Tel Aviv.

Eppure, senza nessuna pressione politica ed economica, e col sostegno materiale alla macchina da guerra sionista, le sue parole esprimono semplicemente la strumentalizzazione di una retorica che si presenta come diplomatica, ma che serve a far rimanere impunita l’azione di Israele. E lo stesso meccanismo, in realtà, riguarda anche l’appena citato tabù proveniente dalla memoria dell’Olocausto.

Il governo guidato da Friedrich Merz (CDU) ha detto esplicitamente che Israele sta facendo “il lavoro sporco” per il resto dell’Occidente. Il che significa che c’è un interesso concreto nel promuovere il genocidio e la ridefinizione degli equilibri e dei confini dell’Asia Occidentale. Non c’è nessuna attualizzazione della condanna al nazismo, ma c’è invece una significativa proiezione imperialistica.

Come è fisiologico che accada, a questa proiezione si accompagna una stretta repressiva e il peggioramento delle condizioni per una libera dialettica politica. Uno studio di Liber-net, presentato a Berlino dal ricercatore Andrew Lowenthal, rivela come la Germania sia diventata il fulcro europeo di un vasto apparato di censura e controllo dei contenuti online.

Nonostante i buoni punteggi formali nei ranking sulla libertà digitale, Berlino influenzerebbe attivamente le politiche europee per limitare la circolazione di contenuti ritenuti non allineati. Un’inchiesta ripresa anche dal giornalista dei Twitter Files Matt Taibbi, che descrive una democrazia che, dietro la scusa di proteggere se stessa, sacrifica i suoi pilastri fondamentali: la libertà di espressione e il diritto al dissenso.

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