Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Tehran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’”inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre“.
Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.
L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Tehran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.
Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base dell’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.
La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata anni contro gli Houthi.
L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Tehran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.
Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.
Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.
Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.
Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.
Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile.” Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.
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