Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza del e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.
Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.
Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.
Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un mecccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.
L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico“.
Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli“.
Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.
Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.
Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.
Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non proviene dall’oro nero.
Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.
Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.
Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).
Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.
Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).
Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.
Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.
È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.
Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.
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