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Cuba resiste perché il suo popolo non si arrende

Il documento pubblicato dalla REDH-Cuba, intitolato “Cuba sigue en pie, trabaja, crea y lucha contra la amenaza del imperialismo” denuncia l’inasprimento delle aggressioni statunitensi verso l’isola, ma offre anche una lettura storica e geopolitica della resistenza cubana come esperienza ancora viva di sovranità popolare e autodeterminazione.

Il testo si colloca nel quadro delle recenti prese di posizione della Rete in Difesa dell’Umanità contro le minacce di dell’amministrazione Trump e contro il rafforzamento del bloqueo economico e finanziario. 

C’è una verità che l’imperialismo nordamericano non riesce ad accettare: Cuba continua a esistere, a produrre, a educare, a curare, a creare cultura e coscienza collettiva nonostante oltre sessant’anni di bloqueo, aggressioni, sabotaggi economici e campagne mediatiche.

Il documento pubblicato dalla Red en Defensa de la Humanidad, “Cuba sigue en pie, trabaja, crea y lucha contra la amenaza del imperialismo”, rappresenta molto più di un comunicato politico. È la testimonianza concreta di una dignità storica che continua a sfidare il dominio unipolare e la logica della subordinazione coloniale.

In una fase storica segnata dalla crisi strutturale del capitalismo globale, Cuba continua a rappresentare una contraddizione vivente. Una piccola isola caraibica, priva delle immense risorse finanziarie delle grandi potenze, riesce ancora a garantire sanità pubblica, istruzione gratuita, ricerca scientifica, cooperazione medica internazionale e un sistema sociale fondato sulla centralità dell’essere umano e non del profitto.

È esattamente questo il punto che il documento della REDH mette in evidenza: l’attacco contro Cuba non nasce dalla “mancanza di democrazia”, formula ipocrita utilizzata dall’Occidente, ma dalla necessità dell’imperialismo di distruggere ogni esempio alternativo al neoliberismo.

Non è casuale che proprio nel 2026 si assista a una nuova escalation aggressiva da parte degli Stati Uniti. Le dichiarazioni provenienti dall’area trumpiana, le nuove sanzioni e le minacce militari denunciate dalla REDH mostrano come Washington consideri ancora Cuba un problema strategico e simbolico. (

Il vero “pericolo” cubano non è militare. È politico e morale.

Cuba dimostra che anche sotto assedio si può costruire un modello sociale differente. Lo dimostra la lunga tradizione internazionalista delle brigate mediche, riconosciuta in decine di paesi del Sud globale; lo dimostra la capacità di resistenza durante le crisi energetiche e sanitarie; lo dimostra il livello di sviluppo scientifico raggiunto nonostante l’embargo.

Naturalmente nessuna analisi seria può ignorare le difficoltà reali che oggi attraversano la società cubana. La crisi energetica, l’emigrazione crescente, le difficoltà produttive e monetarie sono elementi concreti che incidono duramente sulla vita quotidiana del popolo cubano. Anche osservatori internazionali lontani dalle posizioni della Rivoluzione riconoscono il carattere drammatico della congiuntura economica attuale.

Ma proprio qui emerge l’ipocrisia occidentale: si pretende di giudicare Cuba senza considerare il peso devastante di un bloqueo che da decenni impedisce accesso al credito internazionale, approvvigionamenti energetici, tecnologie e normali relazioni commerciali.

Questo non significa negare la necessità di riforme, autocritica e innovazione nel modello economico cubano. Significa però rifiutare la narrazione tossica secondo cui tutte le difficoltà deriverebbero esclusivamente da errori interni. Persino nei dibattiti popolari presenti sui social latinoamericani emergono letture contrastanti ma convergenti su un punto: il bloqueo è un fattore strutturale della crisi. (Reddit)

La solidarietà internazionalista con Cuba oggi non può essere rituale o nostalgica. Deve diventare iniziativa politica concreta contro il bloqueo, contro la militarizzazione delle relazioni internazionali e contro la nuova offensiva neofascista globale denunciata dalla stessa REDH.

Difendere Cuba significa difendere il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino senza ricatti economici, invasioni finanziarie e terrorismo mediatico.

Per questo Cuba continua a essere in piedi.

Lavora.
Crea.
Lotta.

E proprio per questo continua a fare paura all’impero.

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Di seguito il testo della dichiarazione di REDH

Cuba resiste. Lavora, crea e lotta contro la minaccia dell’imperialismo

L’imperialismo pianifica con freddezza ogni mossa. Ogni mossa fa parte della sua ossessione storica di impadronirsi di Cuba.

All’embargo storico — il più lungo della storia — ha aggiunto il blocco sui combustibili, ricorrendo al ricatto e alle minacce contro chiunque tenti di vendere petrolio a Cuba. A ciò ha aggiunto una serie di sanzioni tra il 29 gennaio e il 7 maggio.

In quel contesto di privazioni calcolate che arrivano all’asfissia, in mezzo agli sforzi titanici del Governo Rivoluzionario di Cuba per installare fonti di energia solare, è arrivata una nave in aprile, inviata dalla Russia, che ha contribuito ad alleviare la grave situazione energetica.

Non è un caso che, con l’esaurirsi del carburante e l’avvicinarsi dell’estate, l’amministrazione Trump abbia giocato due carte: richiedere il permesso per la visita del direttore della CIA e offrire 100 milioni di dollari come aiuto umanitario.

In mezzo a enormi pressioni si impone come mantra la frase del segretario di Stato Marco Rubio: «Cuba è uno Stato fallito». A ciò si aggiunge la convinzione di Trump: «Verranno da noi».

Marco Rubio ha tirato fuori dal suo baule di bugie l’allarme: «Le basi di Cina e Russia installate a Cuba sono una minaccia per l’emisfero occidentale».
È tutto assolutamente falso, e lo sanno tutti: dai membri del Congresso che hanno visitato Cuba fino ai grandi media.

Non si tratta di una diagnosi, ma della perversa strategia di un impero in declino che crede di aver trovato la sua frutta matura. Ora è iniziata la nuova narrativa: «I droni cubani sarebbero stati attivati». Stanno cercando di preparare il colpo di grazia.

La loro sconfitta in Iran, l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, la firma di oltre sei milioni di cubani disposti a difendere la loro sovranità, il fatto di non essere riusciti a provocare un’esplosione interna e di aver constatato che il popolo continua a lavorare e a resistere li ha fatti disperare.

La minoranza fascista anticubana radicata in Florida ha finalmente trovato un governo su cui cavalcare, fare pressione e cercare di piegare ricattando con i propri voti. Vogliono una vittoria rapida. Vogliono reintrodurre il casinò, la droga e la prostituzione. Vogliono il porto, le scuole, le proprietà nazionalizzate.

È la fretta dell’impero quando sente che il tempo gli sta sfuggendo.

Un feroce blocco di oltre sei decenni non è servito loro a comprendere il costo della loro politica punitiva e fallimentare. Non capiscono con quale popolo hanno a che fare.
: Questo è lo stesso popolo e lo stesso Esercito Ribelle che, dopo anni di lotta internazionalista in Africa, si sedettero al tavolo delle trattative dove l’imperialismo cercò di strappare loro la certezza se avrebbero attraversato o meno il confine della Namibia. E il capo cubano rispose: «Non possiamo dire né che lo faremo né che non lo faremo».

Non sapranno mai quale sia la nostra decisione silenziosa.

Non conosceranno mai i sacrifici che siamo disposti a compiere.

Quell’internazionalismo ereditato da Fidel e Raúl non ha ampliato i nostri confini geografici, né ha portato con sé oro e argento; ha solo riportato sul nostro suolo i morti che abbiamo consegnato. Ma ha ampliato per sempre i nostri confini politici, di solidarietà e di rispetto senza pari.

E questo è il dato che l’impero, nella sua disperazione, non riesce a comprendere: che un’invasione di Cuba non sarà solo contro Cuba. Sarà contro tutti i popoli del mondo che iniziano a firmare e ad arruolarsi, come fecero a Girón per difendere Cuba dall’aggressione.

La resistenza non avrà una sola trincea: si moltiplicherà in ogni angolo della Nostra America e oltre

Cuba conosce bene il copione perché lo ha subito per più di sessant’anni. Sa che dietro ogni accusa c’è un piano di dominio, dietro ogni “minaccia” inventata c’è una flotta pronta a salpare, e dietro ogni “nazione fallita” c’è l’avidità di chi sogna di spartirsene i resti.

Ma questo popolo non è nuovo alla resistenza.* Ha una lunga tradizione alle spalle e ricorda bene da dove ha avuto inizio la sua prima missione.

Quando nella Sierra Maestra i razzi statunitensi caddero sulla casa dell’umile contadino Mario Sariol, Fidel pronunciò le parole che oggi risuonano con identica attualità: «Vedendo i razzi che hanno lanciato sulla casa di Mario, mi sono giurato che gli americani pagheranno a caro prezzo ciò che stanno facendo. Quando questa guerra finirà, per me inizierà una guerra molto più lunga e grande: la guerra che combatterò contro di loro. Mi rendo conto che quello sarà il mio vero destino».

Quella certezza non era uno slogan di emergenza, era la bussola fondante della Rivoluzione. Ed è quella bussola che continua a guidarci. Vogliono il nostro crollo. Vogliono la nostra umiliazione. Si sbagliano di popolo. Si sbagliano di storia.

Solo quando tenteranno il colpo finale capiranno che Cuba è ancora in piedi, aggrappata alla sua prima missione, che è anche la sua ultima trincea: lottare contro l’imperialismo.

¡Hasta la victoria siempre!

 Dichiarazione della sezione cubana della Rete in Difesa dell’Umanità

L’Avana, 18 maggio 2026

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