“Stiamo sparando, ma con moderazione. Quindi non è una violazione del cessate il fuoco”. Lo stato zero dell’attendibilità degli Stati Uniti è certificato da questa breve sintesi, peraltro espressa da un portavoce ufficiale dell’esercito Usa.
Ancora una volta (ed è la quarta), nel mentre i negoziati con l’Iran “fanno progressi” – come dichiarato dal segretario di Stato “Narco” Rubio, dalo stesso Trump e dai mediatori – gli Stati Uniti hanno attaccato postazioni di Tehran nel Golfo Persico.
Bersagli dell’attacco un sito per il lancio di missili e imbarcazioni iraniane che, secondo gli yankee, cercavano di collocare mine. Da qui l’altra stupefacente affermazione per cui questa sarebbe un’azione “di autodifesa” (a 9.000 km da casa!).
Con la solita faccia tosta dei portavoce, il capitano Tim Hawkins, ha dichiarato: “Oggi, le forze statunitensi hanno effettuato attacchi difensivi nel sud dell’Iran per proteggere le nostre forze dalle minacce poste dalle forze iraniane. Continueremo a difendere le truppe pur se con moderazione durante il cessate il fuoco”.
In effetti, sembra il “comma 22” (“chiunque sia pazzo può chiedere di essere esentato dall’andare in guerra, ma chi chiede di essere esentato non è pazzo”) che ha fatto la fortuna di un grande gruppo di attori hollywoodiani, 50 anni fa.
L’azione, oltretutto, è avvenuta mentre il ministro degli esteri Araghci e il presidente del parlamento Ghalibaf – i due incaricati delle trattative – si trovavano in Qatar per approfondire i termini della futura riapertura dello Stretto di Hormuz. Sollevando insomma l’incertezza su possibili “estensioni” delle operazioni militari di Usa e Israele direttamente contro la delegazione trattante.
Sullo sfondo – per modo di dire – resta la spinta guerrafondaia di Israele, totalmente contraria a qualsiasi trattativa (la fine dell’invasione del Libano è il primo punto dell’eventuale accordo in discussione).
Le agenzie mediorientali in questi giorni stanno riferendo che diversi attacchi con droni contro gli Emirati Arabi Uniti erano stati in realtà condotti da Israele come parte di un’operazione di “false flag”. Lo scopo, trasparente, era quello di provocare una reazione emiratina tale da bloccare l’evoluzione della trattativa mediata dal Pakistan.
Alla base c’è ovviamente la preoccupazione di Netanyahu, che avrebbe esortato Trump a lanciare un’altra serie di attacchi contro l’Iran.
Non troppo ironicamente, l’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che «durante lo scambio di messaggi tra Iran e Stati Uniti, diversi mediatori, così come funzionari americani coinvolti nei colloqui, hanno inviato un messaggio alla parte iraniana affinché non prestasse attenzione ai post pubblicati dal Presidente Trump». Andare in giro per il mondo a fare “gli egemoni che dettano legge”, a questo punto, diventa un tantino problematico…
Quella che vediamo all’opera è una logica bambinesca, o da cowboy, che di fronte all’evidente sconfitta – nessun obbiettivo è stato raggiunto – prova ad uscire dalla guerra tirando colpi a casaccio pur di poter rivendicare una “vittoria” che giustifichi la ritirata.
Una logica bambinesca che non tiene per niente conto, come normalmente fanno militari e diplomatici professionali, della possibile reazione dell’avversario. Il quale, avendo mantenuto quasi intatte le sue energie, può permettersi di dire senza apparire per nulla “sbrasone” che “Se verremo attaccati, i nostri attacchi saranno più duri, più intensi e più potenti. La nostra risposta andrà oltre la regione. L’obiettivo è già stato individuato ed è pronto. La risposta a qualsiasi nuova aggressione sarà diversa. Se impediranno le nostre esportazioni, l’Iran impedirà al petrolio di lasciare la regione”.
Se ciò avvenisse, chiaramente, la parola tornerebbe alle armi. Dunque bisogna sperare che a Tehran siano più responsabili e lungimiranti della controparte. Alla faccia dei leccapiedi di casa nostra, questa è la situazione. Ed è tutto dire…
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