Nel condizioni attuali della competizione globale, l’America Latina è tornata prepotentemente al centro delle priorità di difesa degli Stati Uniti (leggi: della politica imperialista degli States). Il 5 maggio, un rapporto pubblicato dalla RAND Corporation, intitolato “Force Multipliers in the Americas“, traccia delle linee guida da presentare al Dipartimento della Guerra (DOW) come consiglio per una nuova strategia in quello che viene considerato il “cortile di casa” di Washington.
Il nodo centrale riguarda come sfruttare le attività di assistenza alle forze di sicurezza (SFA) di altri paesi per blindare la sicurezza interna e arginare l’influenza di altri attori globali sulla regione, attraverso investimenti mirati, costi ridotti, e pressioni ben posizionate. In sostanza, l’assistenza militare deve diventare un mezzo privilegiato per contrastare l’espansione economica di Pechino, o i legami russi nell’area.
Ovviamente, come è successo già per il rapimento di Maduro, per le minacce a Gustavo Petro e anche a Cuba, la RAND segue il copione del Segretario di Stato: le minacce di stati avversari si legano all’azione di attori non statali violenti, con confini molto sfumati tra Pechino e Mosca, organizzazioni terroristiche e, soprattutto, cartelli del narcotraffico.
La Cina viene vista come un pericolo soprattutto per l’estensione della sua influenza economica, attraverso investimenti massicci in infrastrutture critiche. Tra queste, spiccano il porto di Chancay in Perù e i terminal in gestione alle due estremità del Canale di Panama, che, secondo la RAND, presentano forti rischi per un duplice uso civile-militare. A questo si aggiunge l’esportazione di precursori chimici verso il Messico per la produzione di fentanyl e sofisticate reti di riciclaggio di denaro che offrono linfa vitale ai cartelli della droga.
La Russia, invece, viene vista come coinvolta direttamente sull’ambito bellico con molti attori americani, attraverso la cooperazione militare e la fornitura di tecnologie e strumenti digitali a tre partner in particolare: Nicaragua, Cuba e Venezuela. Secondo il rapporto, ormai anche il Messico va considerato un hub fondamentale per lo spionaggio russo nella regione.
Per rispondere a questa situazione senza ricorrere a un dispiegamento militare massiccio e palese (perché la verità è che gli USA non se lo possono permettere), il think tank suggerisce di ottimizzare le capacità SFA e renderle sempre più indispensabili alle forze degli altri paesi americani, attraverso programmi di addestramento, equipaggiamento e consiglio strategico.
Tre sono le formazioni chiave su cui Washington dovrebbe focalizzare i propri sforzi: l’Army Security Cooperation Group-South (ASCG-S), nato all’inizio del 2026 dalla trasformazione della 1ª Brigata SFA, questa unità ha assunto la gestione della scuola di addestramento nella giungla a Panama. Il suo compito principale è formare le forze partner, migliorando l’interoperabilità e contrastando la corruzione istituzionale che favorisce i trafficanti… e gli interessi cinesi, ovviamente.
Il 7° Special Forces Group (SFG) è attivamente impegnato nell’addestramento dei marines messicani. Parallelamente, a Panama, forze simili collaborano strettamente con le autorità locali per rafforzare il controllo sui flussi migratori e, soprattutto, “contrastare l’influenza di attori statali esterni“, si legge nel documento della RAND.
Infine, il State Partnership Program (SPP) è un programma della Guardia Nazionale che punta a costruire relazioni di fiducia per la gestione internazionale di dossier considerati di interesse per la sicurezza statunitense. È successo in passato con Panama, ancora una volta, e recentemente anche con l’approvazione di una partnership tra la Guardia Nazionale della California e il Messico.
La RAND individua tutta una serie di criticità, legali e istituzionali, tanto interne quanto esterne. Ma la realtà è che il nodo centrale è il modo esplicito in cui questa presunta “assistenza” rappresenta l’altra faccia della medaglia dell’aggressività sempre più esplicitamente militare degli USA, già mostrata col Venezuela e, in questi giorni, con Cuba.
Rappresenta, insomma, una forma sottile di “occupazione” armata su cui si vuole far vivere la strategia sul controllo “emisferico” da parte di Washington, che deve però fare i conti con le contraddizioni che tutto ciò crea, e dunque con la resistenza di governi e soggetti sociali e politici locali. Ad ogni modo, ancora una volta la RAND segna la via dell’imperialismo stelle-e-strisce.
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