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Ripristinate le sanzioni a Francesca Albanese, esultano i sionisti

La prevaricazione sistematica di Washington, nel silenzio generale dei suoi servi europei, continua a colpire una persona singola, alto funzionario dell’ONU, solo perché continua a denunciare il genocidio dei palestinesi, di cui tutto l’Occidente è complice e finanziatore: la Corte d’Appello del District of Columbia, cioè di Washington, ha temporaneamente concesso all’amministrazione Trump il potere di imporre nuovamente le sanzioni contro Francesca Albanese.

Si pensava che la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi potesse finalmente liberarsi dalle catene sanzionatorie imposte dalla Casa Bianca, dopo che il 13 maggio una sentenza del tribunale distrettuale di Washington aveva accolto l’ingiunzione preliminare presentata dai legali di Albanese contro quelle misure inique, e il 21 maggio il Dipartimento di Stato americano si era trovato costretto a revocarle.

Ora, però, tre giudici della Corte d’Appello hanno bloccato la delibera precedente, riservandosi di esaminare il ricorso governativo nel merito. In questo modo, viene restituita immediata validità alle misure restrittive che erano state annunciate originariamente dal Segretario di Stato stelle-e-strisce, Marco Rubio, il 9 luglio 2025.

La causa per la revoca delle sanzioni era stata intentata dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, il quale agiva anche per conto della figlia (nata negli States e, dunque, sua cittadina). Le limitazioni imposte alla moglie colpivano tutta la famiglia, e violavano così anche il diritto alla libertà di espressione della consorte.

Bisogna ricordare che la lista sanzionatoria in cui era stata inscritta Francesca Albanese è pensata per soggetti stranieri considerati ostili agli interessi geopolitici ed economici degli Stati Uniti, e non è di certo un errore che ci sia finita una funzionaria dell’ONU che svolgeva il proprio lavoro.

Infatti, i dettagli della pronuncia della Corte di Washington sono stati resi noti sul sito web della Organizzazione Non Governativa UN Watch, risaputamente uno strumento della politica estera di Israele per colpire il sistema multilaterale delle Nazioni Unite ogni volta che prova a denunciare i crimini di Tel Aviv.

Fondata a Ginevra nel 1993, l’organizzazione ha radici profonde nell’estrema destra israeliana. Il suo creatore fu Morris Abram, avvocato e diplomatico statunitense di primo piano all’interno della comunità ebraica d’oltreoceano, già presidente dell’American Jewish Committee e della Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche statunitensi.

Sebbene oggi UN Watch si presenti pubblicamente come un organo indipendente, le sue attività sono quasi interamente focalizzate sulla difesa diplomatica di Israele. Una linea politica che non è un mistero nemmeno per i media vicini all’esecutivo di Benjamin Netanyahu, dato che nel 2022 il Times of Israel ha definito chiaramente l’ONG come “un importante gruppo di pressione pro-Israele presso le Nazioni Unite“.

Insomma, appare evidente come ci sia una “internazionale sionista” – e perciò razzista, suprematista e fascista – che si sta muovendo per continuare la prevaricazione contro una delle figure che più di tutte è diventata simbolo della denuncia della pulizia etnica in corso in Palestina. Una cittadina italiana sottoposta a sanzioni da parte di uno stato straniero: ancora una volta Tajani rimarrà in silenzio? Purtroppo, non abbiamo dubbi.

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