E’ quasi una regola automatica. Se si cambiano le carte in tavola, ossia le richieste “imprescindibili”, durante una trattativa è scontato che seguirà una qualche forma di attacco militare teso a “convincere” la controparte.
Trump aveva riscritto la parte di accordo “concordata” dai suoi stessi mediatori relativa al “nucleare iraniano” (il solito Witkoff, che ormai ovunque vada viene accolto con sorrisi di compatimento), e nella notte successiva l‘aviazione statunitense ha attaccato postazioni radar e siti di droni iraniani nella città di Goruk e sull’isola di Qeshm, in pieno Stretto di Hormuz.
Tehran aveva più volte avvertito che “restava con il dito sul grilletto”, vista l’inaffidabilità statunitense (ogni volta che aprono una trattativa finiscono per sparare e farla saltare), e ha dimostrato che era vero, colpendo con droni una base Usa in Kuwait, utilizzata per attaccar un’altra isola, quella di Sirik. In precedenza era stato abbattuto – come riconosciuto anche dal Pentagono – un drone MQ1, usato per le missioni di “informazione e spionaggio”.
Attacco Usa e risposta iraniana sono comunque di intensità al di sotto della soglia che comporterebbe una ripresa generalizzata delle ostilità. Il quadro strategico non è del resto cambiato. L’interesse Usa è chiudere una partita ormai persa senza dare l’impressione di una fuga disordinata, stile Kabul, magari vantando una qualche “vittoria” minore.
Quello iraniano è tornare alla vita normale, visto che ha di fatto ottenuto una vittoria importante soltanto resistendo. Di più non poteva pretendere e l’ottusità Usa ha conferito ora a Tehran una capacità egemonica sul Golfo che prima di certo non aveva.
“Merito” dell’altro ottuso genocida che comanda a Tel Aviv e vede una qualsiasi pace come una sconfitta epocale o divina. L’azione di Israele su Gaza e la Cisgiordania (dove non c’è neanche la scusa di Hamas), nonché l’aggressione quasi identica contro il Libano, ha costretto persino le monarchie del Golfo a frenare sui cosiddetti “accordi di Abramo” e la normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista.
Anche da lontano, insomma, i ripensamenti di Trump sugli obbiettivi della trattativa (e, prima ancora, della decisioni di aprire la guerra) sono giustificabili solo come una “finestra di opportunità” lasciata ad Israele per “completare il lavoro”, annettendo più territori possibile in barba a qualsiasi equilibrio internazionale.
Ma proprio questo risulta di fatto indigeribile anche per stomaci abituati a tutto come quelli degli sceicchi. Le scene messe in atto dai coloni israeliani che hanno invaso la moschea di Al Aqsa – terzo luogo sacro dell’Islam – ha costretto addirittura gli Emirati Arabi Uniti (la più anti-iraniana delle monarchie petrolifere) a condannare duramente quella che è a tutti gli effetti una “provocazione”.
Altrettanto hanno dovuto fare il cautissimo Qatar e finanche l’Egitto, abituato a nascondersi per non esser preso di mira dallo scomodissimo vicino sionista.
Persino i derelitti europei, di fronte all’insulto della bandiera sionista piantata sul castello di Beaufort – ricordo dei crociati e più recentemente del protettorato francese sul Paese dei cedri – hanno dovuto pigolare espressioni di dissenso esplicito.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che “nulla giustifica” la grave escalation in corso in Libano, dando ordine al suo ministro degli Esteri di richiedere una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (dove è uno dei cinque paesi con diritto di veto).
La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha chiesto a Israele di interrompere le sue attività militari in Libano, affermando che l’escalation ha “ridotto lo spazio per la diplomazia” (si possono continuare a dire sciocchezze anche quando si è obbligati a mostrarsi “critici” contro la propria volontà).
Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha affermato che l’avanzata di Israele è “motivo di seria preoccupazione“, coprendosi subito dopo di ridicolo con l’invito “a tutte le parti di cessare le ostilità”.
Francia, Gran Bretagna e Germania sono peraltro i paesi che fin qui hanno sostenuto Israele senza alcuna critica, e i più duri nella repressione dei movimenti di solidarietà con i palestinesi, fino a vietare quasi tutte le manifestazioni – anche solo verbali – contro le politiche genocide di Tel Aviv.
Il bilancio per gli Stati Uniti, insomma, non potrebbe essere più negativo.
Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center, ha provato a sintetizzare il disastro in un’intervista ad Al Jazeera dicendo “Non credo che l’amministrazione [Trump] abbia una reale comprensione di quanto sia grave la situazione negli Stati Uniti“.
«Abbiamo sostituito la Guida Suprema iraniana con un prodotto delle Guardie Rivoluzionarie, molto più giovane e intransigente. Lo Stretto di Hormuz è ancora di fatto chiuso. E gli Stati Uniti hanno esaurito il loro arsenale missilistico, il che limiterà la nostra capacità di agire in qualsiasi altra parte del mondo».
«Abbiamo sempre snobbato gli europei, non li abbiamo consultati, li abbiamo derisi e poi abbiamo detto: “Perché non venite qui a procurarvi il vostro petrolio e ad aprire lo stretto?”»
«Si è trattato di una grave negligenza in politica estera, che sta lasciando gli Stati Uniti in una posizione ben peggiore rispetto a quella in cui ci trovavamo anche solo uno o due anni fa».
Trump non ha una via d’uscita indolore. Qualsiasi cosa faccia risulta perciò un autogol.
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