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Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani…

Il fallimento dell’illusione euroatlantica, ossia le divergenze strategiche tra Stati Uniti e Paesi dell’Unione Europea, da qualche mese a questa parte appare in modo sempre più evidente.

Quelli che fino a qualche anno fa potevano sembrare dei normali elementi di competizione interna, oggi si manifestano come delle vere e proprie contraddizioni su come affrontare dossier comuni.

Il disimpegno dalla guerra in Ucraina, la vicenda della Groenlandia o il picconamento dell’Alleanza atlantica sono alcuni esempi di come l’amministrazione Trump abbia intensificato l’aggressività dell’imperialismo nordamericano anche nei confronti degli “alleati” europei.

L’ultimo caso, di peso politico forse inferiore ma crediamo indicativo dell’aria che tira, riguarda la Bosnia Erzegovina.

A Sarajevo si è conclusa infatti la riunione del Consiglio per l’attuazione dell’accordo di pace (istituito dagli Accordi Dayton nel 1995), che avrebbe dovuto nominare il successore del dimissionario Christian Schmidt.

L’appuntamento tuttavia è stato un fallimento perché i partecipanti non sono riusciti ad accordarsi sulla candidatura del nuovo Alto rappresentante.

L’ambasciata Usa in Bosnia-Erzegovina ha rilasciato una durissima dichiarazione, accusando i partner europei di “indecisione e divisione” e di aver paralizzato il processo di selezione. Per tutta risposta, Washington ha minacciato “di rivedere il proprio ruolo” nell’attuale conformazione internazionale in Bosnia-Erzegovina.

Il motivo dello stallo è lo scontro tra due i candidati dietro i quali si celano approcci opposti per il futuro della regione.

Da un lato c’è Antonio Zanardi Landi, italiano sostenuto dal governo Meloni e dagli Stati Uniti, accreditato come un profilo di abile negoziatore e mediatore maturato nella lunga esperienza diplomatica, tra cui spiccano Mosca e Belgrado.

Tutto il contrario insomma dell’era Schmidt, simbolo di pressioni, sanzioni e costante espansione dei poteri dell’ufficio dell’Alto rappresentante.

Dall’altro c’è Rene Trocaz, francese sostenuto da Francia, Germania e Regno Unito, figura da spendere per provare a mantenere una forte pressione sulla Repubblica Srpska in funzione anti-Belgrado.

A Banja Luka l’istituto dell’Alto rappresentante è da sempre considerato uno strumento di pressione esterna, nonché una violazione dello spirito degli accordi di Dayton.

La divergenza sulla nomina quindi significherebbe una divergenza sulla strategia da adottare nel cuore della pentola a pressione che continuano a rappresentare i Balcani occidentali. 

La partita per l’indipendenza energetica della Serbia sul controllo della compagnia Nis, l’adesione del Montenegro all’Unione Europea o la triplice alleanza militare tra Albania, Croazia e Kosovo sono solo alcuni esempi di quanto l’instabilità, spesso creta ad arte dalle forte pressioni esterne, sia ancora il fattore dominante nell’area.

Un dividi et impera funzionale fino a oggi alla cura degli interessi occidentali nella penisola, crocevia importante di flussi energetici e migratori, nonché serbatoio di forza lavoro industriale qualificata e a basso prezzo per la periferia produttiva europa.

Ma se a divergere sono quegli stessi interessi, allora l’instabilità potrebbe non bastare più a descrivere una terra tutt’oggi alle prese con le ferite sanguinanti dell’infame guerra fomentata per smembrare la Repubblica di Jugoslavia. 

Fonti: Balkanar, Jugocoord 

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