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Una guerra in stile mafioso

Idee poche, ma rigorosamente confuse. L’America di Trump dichiara di soffrire della sindrome di Gulliver, gigante impigliato in un numero incalcolabile di “lacci e lacciuoli” gestiti da nanerottoli.

Così a giorni alterni riprende il sopravvento l’ipotesi di “liberarsi” con un’azione “decisa e netta”, agitando missili e bombardieri.

Ieri sera, per la seconda notte consecutiva, Trump ha fatto bombardare l’Iran. Gli attacchi – sembra con una cinquantina di missili Tomahawk – avrebbero preso di mira installazioni militari (radar, rampe di lancio, ecc) nel su del paese.

Tehran, come al solito, ha risposto simmetricamente, indirizzando missili vero le basi Usa nel Golfo Persico, e soprattutto verso il centro di comando della Quinta Flotta, in Bahrein, con risultati per ora impossibili da accertare.

Per capire quanto sia grave lo stato confusionale alla Casa Bianca, gli attacchi sono stati giustificati con la “frustrazione” del tycoon, da giorni in attesa di una risposta alla sua ultima “proposta di accordo”. Come se la soluzione di una guerra possa dipendere dal numero di ore o giorni che ci vogliono per risolvere un contenzioso così grave.

Contemporaneamente, però, i vertici Usa “assicurano” che la proposta è sempre sul tavolo, e che i bombardamenti servono esplicitamente a “fare pressione” sull’Iran perché risponda al più presto. Ma se ciò non avverrà, si dice esplicitamente, “stasera faremo altrettanto, anzi di più”. In questo quadro la guerra diventa l’equivalente della “proposta che non si può rifiutare”, in perfetto stile mafioso (Il padrino).

Trasparente, in questa schizofrenia “comunicativa”, è solo il peso il peso delle contraddizioni interne agli States. La contrarietà della popolazione Usa alla guerra, e soprattutto alle sue conseguenze sul portafoglio, si è allargata ormai ben oltre il livello della recuperabilità.

I costi diretti della guerra superano i due miliardi al giorno (quando non si spara, se no anche di più), la benzina è ormai a 5 dollari al gallone e il diesel a 6, la Camera dei rappresentanti è già ingovernabile ora e sicuramente sarà più “oppositiva” dopo le elezioni di inizio novembre. Persino l’apparizione al Madison Square Garden, in occasione della popolarissima finale del campionato Nba di basket, è diventata occasione per una marea di fischi (e quello era un pubblico di benestanti, visto il prezzo dei biglietti di ingresso).

Non stranamente, il presidente iraniano – il chirurgo e laico Pezeshkian – ha affermato che le minacce di Trump dimostrano non forza, ma “disperazione“.

Ma la disperazione di un gigante scimunito è un pericolo per tutti. Il più autorevole tra i giornalisti statunitensi, il premio pulitzer Seymour Hersh, ha scritto che Donald Trump avrebbe iniziato di recente a discutere con i suoi collaboratori della possibilità di usare armi nucleari contro l’Iran per accelerare la fine del conflitto. Come con il Giappone nel ’45…

Il che implica un rovesciamento drammatico delle relazioni internazionali, soprattutto tra grandi potenze dotate di arsenali nucleari, perché la rottura del tabù impostosi in tutto il dopo Seconda guerra mondiale (quando gli Usa persero il “monopolio dell’atomica”), obbligherebbe tutti a prendere contromisure immediate che alla lunga non possono che portare ad uno scontro senza vincitori né sopravvissuti.

Quel che è chiaro è che non si può “esercitare egemonia” sul mondo esclusivamente con il ricatto militare. Questa fogna intellettuale in cui Israele si è cacciata – nessuna mediazione con i vicini e col mondo intero, solo guerra – sembra che abbia inquinato anche quel poco di razionalità che aveva albergato ai piani alti del potere statunitense, dove il suprematismo spudorato si era sempre (o quasi) saputo contenere di fronte a rischi incontrollabili.

La superiorità militare infatti “aiuta”, ma senza obbiettivi realistici diventa un abbaglio. E proprio questi primi 100 giorni di guerra all’Iran lo hanno dimostrato. Partita come una “guerra lampo” – la milionesima che fallisce in corso d’opera – si è trasformata in una trappola “frustrante”. Pensare di uscirne con un “colpo e via” dà la misura del livello pericolosamente basso della classe dirigente attuale nella superpotenza occidentale.

E in Europa è anche peggio.

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