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Francia, licenza di uccidere

Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.

Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.

L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.

L’inversione dell’onere della prova

La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.

Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.

L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco:

«Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».

La lezione della legge Cazeneuve

Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.

La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.

Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.

Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.

Un colpo al controllo democratico

La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.

La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.

Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.

La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.

Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere

Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.

Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.

La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.

Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.

* da Osservatorio Repressione

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