Il 6 luglio, Ismail al-Thawabta, direttore generale dell’ufficio stampa del governo di Gaza guidato da Hamas, ha annunciato lo scioglimento della struttura governativa della Striscia dopo circa 20 anni.
“Ci auguriamo che questo importante passo sul campo contribuisca a porre fine all’aggressione, a fermare il genocidio, a garantire il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, a riaprire i valichi per consentire l’ingresso dei camion degli aiuti e a porre fine alla politica della fame”, ha dichiarato.
A prendere il posto del “Comitato d’emergenza” (com’era denominato il governo di Gaza di Hamas) dovrebbe essere il “Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza” (NCAG), un organismo tecnocratico gestito da Palestinesi – non dall’Autorità Nazionale Palestinese – e sostenuto dalle Nazioni Unite, creato a seguito della risoluzione 2803/2025, che istituiva anche l’ormai desaparecido “Board of Peace”.
A proposito di questo nuovo organismo governativo, al-Thawabta ha aggiunto che: “Tutti i dipendenti che lavorano nell’erogazione dei servizi sono dipendenti statali e sono pienamente preparati a lavorare sotto l’egida del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza”.
Nelle dichiarazioni di al-Thawabta non si fa alcun cenno né riguardo il disarmo unilaterale di Hamas, rispetto al quale l’organizzazione si è più volte detta indisponibile, né riguardo chi svolgerà le funzioni di polizia, le quali, al pari delle funzioni civili, appartengono all’ambito di azione attribuito al NCAG.
In una serie di post su X, il commissario capo del NCAH Ali Shaath ha affermato che l’organismo è “Pienamente preparata ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno poste in atto le condizioni necessarie e le misure abilitanti per lo svolgimento del suo lavoro. Questi prerequisiti sono fondamentali per la creazione del contesto politico, amministrativo e di sicurezza necessario affinché il Comitato possa adempiere efficacemente alle proprie funzioni, in un modo tale da servire gli interessi di tutti i palestinesi nella Striscia di Gaza”.
Nel frattempo, come noto, l’occupazione sionista continua ad espandersi ad uccidere e a creare le condizioni per la diffusione di infezioni ed epidemia nella Striscia di Gaza. Il bilancio dei Palestinesi trucidati dall’inizio della cosiddetta tregua nell’ottobre 2025 ha superato i mille e la porzione di territorio occupato è giunta ormai a circa il 70% dell’intero territorio dell’enclave.
Il Ministero degli Esteri dell’esecutivo nazisionista ha ovviamente dichiarato che lo scioglimento dell’organismo governativo di Hamas “Non è una strada verso la soluzione, perché ciò che Hamas sta cercando di fare è copiare il modello di Hezbollah”. Ciò che si chiede sono il disarmo e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Un atto del genere, date le pratiche genocidarie messe in atto dal regime sionista, equivarrebbe al via libera per la “soluzione finale” per Gaza.
Dal canto suo, Hamas, con quest’atto, vuole eliminare – di fronte agli organismi internazionali e ai paesi dell’area – il maggiore alibi dietro cui si nasconde il perdurare dell’occupazione della Striscia e, in generale, tiene il fronte di Gaza isolato dal contesto regionale in trasformazione.
Il fronte libanese, ad esempio, essendo entrato a pieno titolo nel gioco negoziale legato allo Stretto di Hormutz, alle rappresaglie militari iraniane e alle pressioni diplomatiche esercitate dai paesi del Golfo sugli USA, ha visto almeno uno stop dell’avanzamento dell’occupazione.
Da questo punto di vista, attualmente, Gaza sembra fuori dai giochi, se non del tutto dimenticata, nonostante sia implicitamente citata nel primo punto del “memorandum of understanding” (in cui si parla di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano”).
Si spera, in definitiva, che il subentro di un organismo neutro a Gaza possa costituire un passaggio tattico funzionale a far rientrare l’enclave nella nuova ”architettura di sicurezza” più sfavorevole all’imperialismo che sta scaturendo nel quadrante dell’Asia Occidentale, dopo il pessimo esito della guerra degli USA contro l’Iran.
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