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Fadwa Barghouti in Francia «aiutateci a liberare Marwan»

Avvocatessa e attivista palestinese, Fadwa Barghouti è alla guida della campagna per la liberazione di suo marito, Marwan Barghouti, detenuto dal 2002 nelle carceri israeliane. È in Francia da una settimana per incontrare la popolazione, personalità politiche e sindacali.

Fadwa Barghouti qual è lo scopo del suo viaggio in Francia?

Da oltre vent’anni la Francia è uno dei paesi più attivi nella campagna internazionale per la liberazione di mio marito, dove riscuote ampio sostegno. Diverse decine di comuni gli hanno conferito la cittadinanza onoraria. Il primo luglio il comune di Saint Denis, nella periferia parigina, ha voluto accordagli questa onoreficenza e voglio ringraziare il sindaco Bally Bagayoko della France Insoumise per questo passo.

Mi sono recata in seguito a Marsiglia dove ho incontrato i resposabili del partito comunista francese e del sindacato Cgt. L’accoglienza popolare, infine, è stata ampia e commovente. Dal 7 ottobre e con la crescente attenzione intorno alla causa palestinese, è molto importante assicurarsi di portare avanti questa campagna, poiché Marwan incarna la speranza per il popolo palestinese.

Ha in programma numerosi incontri con personalità politiche di sinistra. Sono le uniche a sostenere la sua battaglia?

Ogni volta che mi reco in Francia o in qualsiasi altro paese, mi assicuro di incontrare diversi partiti, sia di centro-destra che di sinistra. È molto importante parlare con tutti perché non vogliamo che questo diventi un motivo di divisione, al contrario.

Qualche mese fa, il governo francese ha annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina. Affinché tale riconoscimento non sia puramente simbolico, occorre adottare misure concrete sul campo a favore della creazione di uno Stato palestinese che conviva fianco a fianco con Israele, in conformità con il diritto internazionale.

L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è sostenere gli attori e le iniziative che vi contribuiranno. La liberazione di mio marito è in cima alla lista, poiché è una figura unificatrice.

È il leader palestinese più popolare, che ha chiaramente affermato di condividere le convinzioni del governo francese, ovvero la soluzione dei due Stati e il rispetto del diritto internazionale.

Cosa sa delle condizioni di detenzione di suo marito?

Dal 7 ottobre è in atto una politica di punizione collettiva contro l’intero popolo palestinese. Nessuno è al riparo dagli attacchi israeliani. A Gaza regnano la devastazione e il genocidio. In Cisgiordania, si assiste al saccheggio delle terre e al terrorismo dei coloni.

All’interno di Israele, i palestinesi devono affrontare discriminazione e razzismo estremi. In questo contesto, ciò che subiscono i prigionieri politici palestinesi è ciò che io chiamo «il retro del genocidio».

Più di 100 palestinesi sono stati uccisi in carcere. Non si tratta né di combattenti né di persone che rappresentino una qualche minaccia, ma di detenuti, uccisi all’interno stesso del carcere.

Disponiamo dei rapporti dell’ONU e del New York Times riguardanti gli stupri di prigionieri palestinesi e i maltrattamenti inflitti ai prigionieri politici palestinesi. Mio marito è una di queste vittime. Lo hanno preso di mira fin dal 7 ottobre, data in cui lo hanno trasferito in isolamento.

Da allora si trova lì, e viene trasferito da una prigione all’altra. Secondo i documenti in nostro possesso, è stato aggredito almeno dieci volte. Gli vengono negate tutte le visite dei familiari. Sono l’ultima dei suoi cari ad averlo visto, e questo è successo tre anni e mezzo fa.

È quindi molto importante che la gente capisca che questa situazione va avanti da molto tempo, ben prima del 7 ottobre. Le sue condizioni di salute ci preoccupano: ha perso molto peso ed è stato ferito più volte. Temiamo davvero per la sua sicurezza all’interno di un sistema penitenziario ormai fuori controllo, guidato nientemeno che da Ben-Gvir [ministro israeliano di estrema destra, responsabile della Sicurezza nazionale, N.d.R.], noto per essere un sostenitore del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese.

Proprio nell’agosto del 2025, Itamar Ben-Gvir ha diffuso sui social media un video in cui minaccia suo marito nella sua cella. Il governo israeliano teme suo marito?

È una vergogna per Israele violare apertamente il diritto internazionale. Ma anche la comunità internazionale ha la sua parte di responsabilità per non aver denunciato chiaramente il fatto che un deputato eletto al Parlamento palestinese, una persona che è, come ho detto, una figura di riferimento, un attivista pacifista, venga umiliato agli occhi del mondo intero. È semplicemente rivoltante.

Questa scena tra Itamar Ben-Gvir e mio marito illustra perfettamente la lotta. Perché qui vediamo un leader palestinese che è stato aggredito e umiliato, proprio come lo è il suo popolo. In questo senso, egli incarna la lotta palestinese. E voi avete, nella persona di Itamar Ben-Gvir, il volto dell’attuale governo israeliano e della sua politica.

Conoscendo mio marito, penso che abbia incontrato decine di Ben-Gvir nel corso della sua vita e che rimanga comunque forte. Non nutriamo alcun timore riguardo al suo stato mentale, alle sue capacità intellettuali e alla sua forza d’animo. Siamo invece davvero preoccupati per la sua salute.

Marwan Barghouti viene spesso paragonato a Nelson Mandela. Quali sono le somiglianze tra i due?

Nelson Mandela e mio marito hanno entrambi lottato contro il regime dell’apartheid. In Palestina, purtroppo, a ciò si aggiungono la pulizia etnica, il genocidio, l’occupazione e numerosi crimini di guerra. Marwan Barghouti combatte contro tutto questo da oltre 50 anni.

Ciò che li accomuna è che entrambi sono figure di riferimento per il loro popolo. Entrambi hanno incarnato la speranza in un periodo di disperazione. Se aveste detto a un sudafricano all’inizio degli anni ’80 che entro dieci anni l’apartheid sarebbe finita nel suo paese, non credo che vi avrebbe creduto. È questa speranza che Nelson Mandela ha infuso nel popolo.

Queste figure storiche sono essenziali affinché i movimenti di liberazione mantengano viva la speranza. È proprio per questo motivo che l’attuale governo israeliano sta cercando di ridurre mio marito al silenzio, perché non vuole qualcuno che incarni questa speranza.

Il fatto che anche Nelson Mandela sia stato definito un “terrorista” dall’Occidente e dal regime dell’apartheid in Sudafrica costituisce un’altra somiglianza, poiché “terrorismo” è un termine coloniale che è sempre stato utilizzato per designare gli oppressi che cercano di lottare contro il proprio oppressore.

Mahmoud Abbas ha annunciato lo svolgimento delle elezioni legislative nel prossimo novembre e delle presidenziali all’inizio del 2027. Marwan Barghouti si candiderà?

È ancora troppo presto per esprimersi al riguardo. Spetta a lui prendere questa decisione, non a noi. Tuttavia, accogliamo con favore la decisione di organizzare le elezioni, poiché non se ne tengono da oltre vent’anni. Non abbiamo un consiglio legislativo operativo, il che pone numerosi ostacoli a qualsiasi sistema politico.

Accogliamo quindi con favore questa iniziativa e guardiamo al futuro, non solo per le elezioni presidenziali ma per l’intero sistema politico, che ha bisogno di un rinnovamento e che si rinnoverà.

La visione politica di mio marito è sempre stata incentrata sulla lotta alla corruzione e su una maggiore partecipazione delle donne e dei giovani al potere. Ciò potrà avvenire solo se ci impegneremo in un processo democratico.

Marwan crede nella democrazia ed è orgoglioso di non aver mai ricoperto alcuna carica senza essere stato eletto. Credo che sia lieto di questa decisione, così come lo siamo tutti noi, in quanto popolo palestinese. Ne abbiamo un disperato bisogno. In questo modo, l’Autorità palestinese potrà rafforzarsi di fronte alle sfide e ai tentativi del governo israeliano volti a far scomparire le istituzioni palestinesi.

L’ambasciatore della Palestina presso l’ONU ha lanciato l’allarme, lunedì, sull’accelerazione dell’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele. Come fermarla?

Se l’esperienza sudafricana ci insegna qualcosa, non è che il regime dell’apartheid si sia svegliato una bella mattina decidendo di trattare in modo equo le popolazioni autoctone, ma che è stata la pressione della comunità internazionale a rendere possibile tutto ciò.

L’unico modo affinché Israele cessi le sue azioni e comprenda che è necessario un cambiamento è che si renda conto che c’è un prezzo da pagare per aver violato il diritto internazionale.

Non chiediamo alla comunità internazionale di schierarsi dalla nostra parte, ma di adottare misure contro qualsiasi paese e qualsiasi Stato che violi il diritto internazionale.

E Israele sta palesemente violando tale diritto.

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