Render conto delle dichiarazioni di Trump è un lavoro inutile. Meglio concentrarsi sulla quantità di schiaffi che sta ricevendo da una realtà complessa che non capisce e che, in ogni caso, non si piega alla volontà dell’America.
E’ scaduta la «tregua» dichiarata a metà aprile nella guerra all’Iran, e nel frattempo è finito al macero anche il Memorandum of Understanding firmato in Svizzera, dopo la mediazione di Pakistan, Qatar e Oman.
Quest’ultimo, mediando mediando, si è quasi accordato con Tehran sulla futura gestione dello Stretto di Hormuz, che è di fatto chiuso da quasi sei mesi (l’inizio della guerra risale ormai al 28 febbraio), mentre prima era completamente libero e senza alcun pagamento di pedaggi o «servizi alla navigazione».
I contenuti di questo accordo in via di limatura non sono ancora del tutto esplicitati, ma in generale le navi che vorranno entrare nel Golfo Persico si rivolgeranno all’Iran, mentre quelle in uscita faranno lo stesso con l’Oman. L’entità del pagamento dei «servizi alla navigazione» non è ancora definita, ma qualcosina ci sarà da versare.
Di fatto è un accordo tra paesi rivieraschi, «sovrani» sulle due coste dello Stretto, che riduce la presenza militare statunitense ad un ingombro inutile e dannoso. Molto lontano, diciamo, dal «dominio pieno» che Trump vorrebbe vantare come la «vittoria» che gli consentirebbe di metter fine alla guerra senza apparire un coglione.
Ammesso che «riaprire uno Stretto» che era già aperto prima della guerra possa essere spacciato per un «successo» di cui vantarsi…
L’esclusione silenziosa degli Usa dal Golfo, in base all’accordo tra Tehran e Muscat, è così evidente che il presidente lunatico è arrivato a minacciare anche questo Paese. “Se l’Oman si metterà di mezzo“, ha detto il presidente nell’intervista telefonica, “li bombarderemo senza pietà“.
Facile a dirsi, complicato a farsi (anche se l’Oman non ha certo la potenza di Tehran e, soprattutto, ha sempre coltivato ottimi rapporti con Washington), nel momento in cui il Pentagono è costretto a spostare l’unica portaerei di stanza nel Pacifico – la USS George Washington, partita dal Giappone – per sostituire la USS Lincoln i cui marinai stanno dando fuori di matto, tra tentati suicidi, danneggiamenti mirati e piccoli atti di sabotaggio per ottenere un ritorno a casa dopo oltre un anno in mare (percorso identico a quello della USS Gerald Ford, in cantiere ormai da mesi).
Le minacce all’Oman e lo spostamento della portaerei stanno provocando tra l’altro preoccupazioni al Congresso Usa, che prepara altre iniziative per militare i poteri di guerra del Presidente. Anche qui il ridicolo è protagonista, perché la consuetudine parlamentare Usa consente di farlo indicando contro quale paese si vuol impedire un’escalation «a capocchia».
Il deputato democratico californiano Ro Khanna ha ironizzato dicendo che “A questo punto potremmo dover presentare risoluzioni sui poteri di guerra per gli altri 192 Paesi” con cui l’America non è per ora in conflitto aperto.
Lo schiaffo più forte arriva però da Israele, dove Trump ha spedito il genero tuttofare (e «tutto-prendere», quanto ad affari) Jared Kushner, peraltro anche finanziatore di alcuni gruppi di coloni in Cisgiordania. Lo scopo era quello di convincere Netanyahu a ridurre le incursioni omicide su Gaza, visto che «il genero» aveva ottenuto due giorni fa da Hamas – al Cairo – l’impegno a disarmare ma in modo controllato e a condizione che l’esercito israeliano si ritiri dalla Striscia.
Non se ne parla proprio. In Israele tra due mesi si vota, «Bibi» rischia la galera se perde (per corruzione, mica per il genocidio), e dunque non farà nulla che gli possa far perdere anche un solo voto. Per essere più chiaro ha sventolato sotto il naso di Kushner due sondaggi.
Uno indicava che la maggioranza degli israeliani si oppone alla ricostruzione di Gaza prima della smilitarizzazione dell’enclave. L’altro rilevava che la maggior parte degli israeliani vuole continuare gli attacchi contro le «minacce imminenti» a Gaza (la dizione con cui ogni volta l’Idf giustifica i suoi omicidi mirati con contorno di «vittime collaterali»).
Due sondaggi, aggiungiamo noi, che confermano come il problema sia Israele in quanto tale, come Stato genocida e terrorista, non solo il suo attuale governo criminale (per di più corrotto, certo, ma è un «reato minore»).
La discussione tra «il genero» e il genocida si sarebbe così spostata sulla «ricostruzione di Gaza» (da fare comunque dopo il «completo disarmo di Hamas», in modo da non far trovare alcuna resistenza alle truppe di Tel Aviv), sulla definizione più precisa di cosa vada inteso per «pericolo imminente» e su una minima riduzione della frequenza dei raid aerei sulle tendopoli degli sfollati.
Praticamente nulla da poter rivendere come un «pieno controllo della situazione», neanche su quello che dovrebbe essere il «socio principale» in Medio Oriente. A conferma del cosiddetto «sospetto» che la parte più mefitica degli «Epstein files» sia in realtà nelle casseforti del Mossad, non a Washington…
Ma se gli States non sono in grado di esercitare «pressione» su nessuno, il loro ruolo in quell’area diventa marginale, almeno in prospettiva. Un grande, pesantissimo elefante che una volta entrato nella cristalleria non sa più come uscirne. Può fare ancora grandi danni, ma non può neanche permettersi di sfasciare tutto, perché l’economia globale è fatta in modo tale da ricadergli sulla testa.
Uno spettacolo quasi triste, nonostante Trump si sforzi di renderlo un molto dadaista…
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