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Kushner smantella l’accordo «storico». Ben Gvir inaugura il braccio della morte

Il Board of Peace del presidente Trump starebbe lavorando a un nuovo piano per il disarmo di Hamas, destinato a stravolgere quello già accettato dal gruppo palestinese. Nelle sue ultime dichiarazioni, il leader del cosiddetto «Consiglio di pace», incaricato dall’Onu di sovrintendere al piano per Gaza, aveva legato il disarmo alla cessazione dei bombardamenti israeliani.

Trump aveva definito la roadmap accettata da Hamas «un accordo storico» e «un passo monumentale» verso la pace, assicurando che anche Israele ne fosse soddisfatto.

Ora, secondo diversi funzionari dello stesso Bop, l’incontro tra Jared Kushner e il premier Benyamin Netanyahu avrebbe rovesciato priorità e programma. Il genero del tycoon ha fatto proprie le richieste di Tel Aviv e minacciato Hamas con la ripresa su larga scala degli attacchi israeliani: un linguaggio ben lontano dalla diplomazia e dal ruolo che dovrebbe avere nel Bop.

In un’intervista al Times of Israel, il ricco imprenditore ha affermato che qualsiasi accordo verrà fuori, Israele ne uscirà comunque vincitore: il gruppo palestinese disarmerà alle sue condizioni, oppure Tel Aviv avrà il sostegno da Stati uniti e altri Paesi per «finire il lavoro».

Kushner ha dichiarato che l’esercito non dovrà ritirarsi da Gaza e che la ricostruzione resterà ferma fino al completo disarmo. Israele, ha aggiunto, sarà libero di colpire, anche se nel colloquio sarebbero state definite con Netanyahu le «minacce imminenti» a cui potrà «rispondere».

I militari hanno subito mostrato quanto siano stringenti questi limiti: ieri un drone israeliano ha fatto strage in un caffè sul lungomare di Gaza.

Il premier è in pieno delirio da campagna elettorale e mentre bombarda Gaza, Libano e Siria – anche a costo di una condanna di rito da parte di Washington – trova il tempo di inaugurare «Netanyahu road», la nuova strada intitolata a suo padre e costruita all’interno dell’enorme insediamento illegale di Ariel, nella Cisgiordania palestinese occupata.

Al momento, i piani elettorali di Netanyahu procedono senza grandi scosse. Un sondaggio di Channel 12 indica Yashar di Gadi Eisenkot come primo partito, ma il blocco delle opposizioni resterebbe a un seggio dalla maggioranza. Intanto le primarie del Likud premiano soprattutto i vertici del governo uscente e i sostenitori della riforma giudiziaria.

Il primo degli eletti nella lista dei candidati al parlamento è il ministro dell’energia Eli Cohen, seguito dal presidente della Knesset Amir Ohana e dal ministro della giustizia Yariv Levin. Ma c’è spazio anche per l’estrema destra: Almog Cohen, appena arrivato da Potere ebraico, entra ai vertici, mentre l’estremista Tally Gotliv conquista il dodicesimo posto nonostante l’opposizione di Netanyahu.

Il premier, che potrà nominare a sua completa discrezione nove persone nei primi trenta, di cui tre nella decina di testa – si prevede che il partito occuperà circa 22-24 seggi – si è detto «molto soddisfatto» e il Likud ha già annunciato una «grande vittoria» alle elezioni del 27 ottobre.

Di segno opposto il giudizio di Eisenkot: «È, di fatto, la lista del 7 ottobre», ha detto accusando gli stessi dirigenti di aver diviso il Paese, condotto Israele verso «il peggior disastro dalla fondazione dello Stato» e di essere rimasti al loro posto senza assumersene la responsabilità.

La campagna elettorale procede spedita anche per gli altri protagonisti del governo Netanyahu. Ben Gvir, in particolare, sembra non conoscere limiti nella sua quotidiana discesa nell’orrore. Ieri il ministro suprematista ha presentato il nuovo braccio della morte israeliano, in costruzione in seguito all’approvazione della legge sulla pena capitale prevista solo per i palestinesi.

Al centro della struttura il patibolo, circondato dalle cabine dalle quali sarà possibile assistere alle esecuzioni. «Stiamo facendo la storia – ha esultato Ben Gvir – Ho promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri. Lo abbiamo fatto».

Al ministro dovrebbe essere a breve affidata la gestione dei coloni violenti nella Cisgiordania occupata. Dove intanto, a Qabatiya, nel nord, i soldati israeliani hanno marchiato i palestinesi fermati durante il raid di lunedì, scrivendo con un pennarello numeri sulla fronte, sul volto e sul corpo.

È una pratica già documentata nei mesi scorsi: ad aprile decine di donne palestinesi erano state numerate sulle mani prima di entrare nel campo profughi di Jenin. Allora l’esercito aveva parlato di «errore di valutazione» ma ora ammette nuovamente l’accaduto.

Il deputato palestinese, membro della Knesset, Ta’al Ahmad Tibi si è detto «scioccato e nauseato» dal comportamento dei soldati, paragonando i marchi ai numeri tatuati dai nazisti sulle braccia dei prigionieri nei campi di sterminio.

* da il manifesto

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