In questa intervista Luciano Vasapollo resoconta le condizioni incontrate durante il suo recente viaggio a Cuba con una delegazione della Rete dei Comunisti, della quale hanno fatto parte anche Rita Martufi e Giacomo Marchetti. Il suo è un racconto fortemente politico, che interpreta la drammatica situazione dell’isola come il risultato di una strategia di strangolamento economico, finanziario e commerciale condotta dagli Stati Uniti e resa possibile, a suo giudizio, anche dall’acquiescenza dell’Unione europea.
Nel suo racconto, Vasapollo insiste soprattutto su un punto: la guerra non coincide necessariamente con le bombe. Può essere combattuta anche attraverso sanzioni, blocchi commerciali, controllo delle forniture energetiche e impedimenti alle importazioni. Una guerra silenziosa che, secondo la sua lettura, produce effetti concreti sulla vita quotidiana della popolazione cubana.
Professor Vasapollo, quali sono le sue impressioni dopo questo nuovo viaggio a Cuba?
Le impressioni sono quelle di un Paese in guerra, perché di questo si tratta. Non lo dico per esagerare. Il problema è che siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando cadono le bombe, quando vediamo il sangue e i morti. Esistono invece guerre silenziose. Quella contro Cuba è una guerra economica, finanziaria e commerciale, una guerra di asfissia e di strangolamento che dura da decenni.
Il blocco statunitense ha progressivamente sottratto a Cuba possibilità di sviluppo e di autodeterminazione economica, politica e culturale. E negli ultimi mesi, con l’inasprimento delle misure volute dall’amministrazione Trump e soprattutto con il blocco delle forniture di combustibile, la situazione ha assunto caratteristiche ancora più drammatiche.
Lei parla addirittura di una guerra con caratteri genocidi. Non ritiene che sia un termine particolarmente forte?
È un termine forte, ma bisogna capire che cosa produce concretamente una politica di strangolamento. Quando manca il combustibile, inizialmente viene tolto alle automobili private, poi ai trasporti pubblici, quindi ai mezzi dello Stato e progressivamente anche ai servizi essenziali. Arriva un momento in cui vengono coinvolti i mezzi dei pompieri, le ambulanze e i sistemi di soccorso.
Senza combustibile non funzionano i trasporti, le persone non riescono a raggiungere il lavoro, le fabbriche si fermano. Se manca l’elettricità, non funzionano i frigoriferi e diventa difficilissimo conservare gli alimenti. Se mancano carburante ed energia, possono fermarsi anche le pompe che garantiscono l’approvvigionamento idrico.
Questa volta ho trovato una situazione persino peggiore rispetto al viaggio di marzo. In alcune realtà ho visto una mancanza d’acqua protrattasi per quaranta giorni. Non per una scelta della popolazione, ma perché le pompe dei pozzi non possono funzionare senza energia.
Quali sono le conseguenze più drammatiche che ha visto negli ospedali?
La mancanza di energia ha conseguenze che possono diventare questione di vita o di morte. Quando in un ospedale viene a mancare la corrente, vengono messi in difficoltà strumenti indispensabili per curare i malati. Ci sono bambini malati di leucemia o di cancro che necessitano di cure e apparecchiature che dipendono dalla disponibilità di energia elettrica.
E poi ci sono gli apagones, le interruzioni di corrente che possono durare trenta, quaranta o cinquanta ore consecutive, prima che l’elettricità ritorni magari soltanto per un periodo limitato. Quando tutti questi elementi si sommano – combustibile, elettricità, acqua, trasporti, medicine, alimenti – gli effetti sulla popolazione diventano devastanti.
Qual è, secondo lei, l’obiettivo politico di questa strategia?
Cuba non è in guerra con gli Stati Uniti. Non c’è una guerra dichiarata e Cuba non rappresenta una minaccia militare per Washington. Il punto, a mio avviso, è un altro: distruggere l’esempio di un altro mondo possibile.
Cuba dimostra che un Paese può organizzare la propria società al di fuori della logica dell’imperialismo e del capitalismo dominante, puntando sulla sanità pubblica, sull’istruzione gratuita, sullo sport e sull’accesso universale ai servizi fondamentali. È questo il vero problema per l’imperialismo: l’esistenza di un’alternativa.
Quindi il blocco non sarebbe soltanto uno strumento di pressione economica, ma una strategia ideologica?
Esattamente. Cuba viene punita perché ha scelto l’autodeterminazione e perché continua a rappresentare un modello alternativo. L’imperialismo statunitense non vuole semplicemente ottenere determinate concessioni economiche: vuole dimostrare che il socialismo non può funzionare.
E qui vedo anche una grande responsabilità dell’Europa. L’Unione europea continua a proclamare la propria autonomia strategica, la propria difesa dei diritti umani e il proprio multilateralismo, ma quando si tratta di Cuba troppo spesso accetta la logica imposta da Washington. Questa acquiescenza europea è politicamente grave.
Lei denuncia anche un grande silenzio mediatico. Perché?
Perché Cuba viene raccontata troppo spesso attraverso categorie precostituite. Si parla di crisi, di difficoltà, di problemi interni, ma raramente si mette al centro il fatto che esiste un blocco economico e finanziario che condiziona profondamente la vita dell’isola.
E questo silenzio riguarda anche una parte della sinistra europea. Non parlo soltanto della destra. Mi chiedo perché tanta stampa che si definisce progressista non racconti ciò che sta vivendo il popolo cubano e non racconti soprattutto la sua capacità di resistere.
Che cosa significa, concretamente, questa resistenza?
Significa inventiva, solidarietà e organizzazione collettiva. Ho visto persone affrontare la mancanza d’acqua attraverso una redistribuzione comunitaria. Una famiglia riesce a procurarsi una certa quantità d’acqua e la condivide con altre famiglie. Nei quartieri ci si organizza per capire chi ha una riserva e chi invece non ne ha.
Lo stesso accade con il cibo. Se una famiglia può cucinare una certa quantità di riso, ne prepara molto di più e lo distribuisce. Non è soltanto solidarietà individuale: è una forma di comunione dei beni di fronte a una difficoltà collettiva.
Anche sul piano dei trasporti avete visto forme di adattamento?
Certamente. Dove manca il carburante si cerca di utilizzare mezzi elettrici. Ho visto vecchi furgoncini sui quali sono stati installati pannelli solari. Si cerca di trasformare ciò che è possibile trasformare. Dalla Cina stanno arrivando pannelli solari che possono contribuire a questa riconversione.
Quando c’è un mezzo disponibile, viene utilizzato collettivamente. Cinque o sei persone salgono sullo stesso furgone e condividono il viaggio. È una risposta comunitaria a una situazione che rende impossibile la normalità.
E come reagiscono le persone agli apagones, alle lunghe interruzioni di corrente?
Con una dignità impressionante. La sera, quando manca la luce, le persone escono dalle case, si siedono sui muretti, parlano. I ragazzi si ritrovano insieme. Se qualche telefono ha ancora un po’ di carica, si ascolta della musica.
C’è una dimensione comunitaria molto forte. Per certi aspetti mi ha ricordato quello che accadeva una volta nei paesi della Calabria, della Sicilia e del Mezzogiorno: stare insieme, condividere quello che si ha, affrontare collettivamente le difficoltà.
È quella che definisco un’arte della sopravvivenza, ma anche un’arte del sorriso.
Questa capacità di resistere da dove nasce?
Nasce dalla storia di Cuba. È un popolo abituato alla lotta contro il colonialismo. Nell’Ottocento c’è José Martí e la resistenza al colonialismo spagnolo. Nel Novecento ci sono stati governi fantoccio e la forte influenza statunitense, fino alla Rivoluzione che ha cambiato radicalmente il volto dell’isola.
Poi sono arrivati decenni di blocco. Cuba ha imparato a resistere e a organizzarsi.
Lei contesta anche la definizione di “crisi umanitaria” riferita a Cuba. Perché?
Perché bisogna stare molto attenti alle parole. Non voglio che si trasformi una guerra economica in una presunta incapacità dello Stato cubano di governare il Paese.
Se si parla semplicemente di “crisi umanitaria”, si rischia di cancellare le cause politiche della situazione. E soprattutto si rischia di offrire agli Stati Uniti la giustificazione per un intervento presentato come umanitario. Prima si crea una situazione insostenibile attraverso il blocco e poi si interviene sostenendo di voler risolvere l’emergenza che si è contribuito a creare.
Cuba non è uno Stato fallito. Non lo è.
Perché è così importante sottolinearlo?
Perché abbiamo visto in questi giorni la capacità di Cuba di organizzare eventi internazionali di grande portata. Abbiamo partecipato a un convegno per i cento anni dalla nascita di Fidel Castro con circa 1.500 partecipanti, dei quali 1.100 stranieri provenienti da 63 Paesi.
Questo non è il quadro di uno Stato semplicemente collassato. È un Paese sottoposto a una pressione enorme che continua a organizzare la propria vita politica, sociale e internazionale.
Qual è allora la chiave per comprendere la resistenza cubana?
È la convinzione che esista un progetto alternativo. La resistenza non è soltanto sopravvivenza materiale. È anche convinzione politica. Molti cubani continuano a credere nel processo rivoluzionario e nel progetto socialista.
Abbiamo incontrato Miguel Díaz-Canel e abbiamo avuto con lui un confronto di circa tre quarti d’ora. Abbiamo espresso la nostra vicinanza e il nostro apprezzamento per il lavoro di resistenza che sta portando avanti insieme al popolo cubano.
Ma questa adesione riguarda davvero tutta la popolazione?
Non necessariamente. Non bisogna idealizzare. Ci sono persone che non sono comuniste, che non sono iscritte al Partito e che possono avere critiche nei confronti della Rivoluzione. Ma anche molti di loro comprendono che il ritorno sotto una logica coloniale e imperialista significherebbe una regressione drammatica.
C’è un sentimento anticolonialista e antimperialista che attraversa la società. La memoria di ciò che era Cuba prima della Rivoluzione rimane molto forte.
Lei sostiene quindi che la battaglia cubana abbia un significato che va oltre l’isola?
Assolutamente sì. La questione cubana riguarda tutti noi perché mette in discussione il sistema di potere internazionale. Cuba continua a sostenere che un Paese piccolo possa autodeterminarsi, scegliere il proprio sistema economico e politico e costruire relazioni internazionali senza sottostare ai diktat di Washington.
È questo che l’imperialismo non accetta.
E quale ruolo dovrebbe avere l’Europa?
L’Europa dovrebbe smettere di essere semplicemente un’appendice della politica estera statunitense. Se davvero vuole parlare di autonomia, sovranità, diritti umani e pace, deve avere il coraggio di applicare questi principi anche quando Washington preferirebbe il contrario.
La subordinazione dell’Unione europea agli interessi geopolitici statunitensi è uno dei problemi centrali della nostra epoca. L’Europa non può continuare a presentarsi come potenza autonoma mentre accetta il paradigma imperialista degli Stati Uniti.
Che cosa chiede allora alla società italiana ed europea?
Di non voltarsi dall’altra parte. Di conoscere Cuba, di rompere il silenzio e di costruire solidarietà concreta. Noi continuiamo a portare alimenti e soprattutto medicine. Le consegniamo alle istituzioni, ma anche alle comunità, ai nuclei familiari e ai Comitati di difesa della Rivoluzione, che le redistribuiscono nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle scuole.
Eppure anche la solidarietà internazionale viene ostacolata. Secondo quanto ci è stato riferito durante la nostra esperienza, migliaia di container contenenti alimenti e medicine destinati a Cuba rimangono bloccati nei porti caraibici. È un’altra dimostrazione, a nostro giudizio, di quanto sia estesa la pressione esercitata dal blocco.
Qual è dunque il suo appello finale?
Aiutiamo Cuba. Stiamo vicino a Cuba. Rompiamo il silenzio. Non accettiamo che una guerra economica venga resa invisibile soltanto perché non produce quotidianamente immagini di bombardamenti.
Cuba sta pagando un prezzo enorme per la scelta di autodeterminarsi. E proprio per questo la solidarietà internazionale non deve essere carità: deve essere una scelta politica contro ogni forma di imperialismo, colonialismo e subordinazione.
Quella cubana è una battaglia che riguarda anche la possibilità di immaginare un ordine internazionale diverso, nel quale i popoli possano decidere il proprio futuro senza essere strangolati perché hanno scelto una strada che Washington non condivide.
Da Il Faro di Roma
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