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Sulla morte di Hind Rajab. Israele mente fingendo di “cercare la verità”

Storicamente, Israele non ha mai accusato un singolo soldato israeliano di aver ucciso un palestinese a Gaza durante i suoi attacchi su larga scala nel territorio, iniziati a intensificarsi nel 2008.

L’esercito israeliano è tornato alla ribalta mercoledì, dopo aver ammesso per la prima volta di aver sparato contro il veicolo in cui la piccola Hind Rajab, di 5 anni, è stata brutalmente assassinata nel gennaio del 2024. Tuttavia, questa “ammissione” è presentata in modo disonesto ed è una chiara manovra di pubbliche relazioni orchestrata da Israele per insabbiare le proprie azioni.

L’omicidio di Hind Rajab per mano dell’esercito israeliano è uno dei Crimini di Guerra più eclatanti commessi durante il Genocidio di Gaza, tanto da essere diventato il soggetto di un pluripremiato docudrama, “La Voce di Hind Rajab”. Le registrazioni audio della giovane ragazza, diffuse dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercava disperatamente di esercitare pressioni internazionali su Israele affinché consentisse ai propri operatori di salvarla, sono diventate virali e hanno commosso milioni di persone in tutto il mondo.

Israele ne è ben consapevole e ha quindi scelto di avviare un’indagine penale sull’accaduto, al fine di dare l’impressione di assumersi le proprie responsabilità.

Si tratta di uno dei cinque episodi che il “Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” afferma di aver indagato, tre dei quali ha scelto di non approfondire ulteriormente, assolvendo le proprie forze da ogni colpa:

– L’uccisione dei sette operatori umanitari di World Central Kitchen (Centro di Vettovagliamento Mondiale) nell’aprile del 2024, mentre operavano a Deir al-Balah. Le vittime erano cittadini australiani, britannici, palestinesi, polacchi e con doppia cittadinanza americana e canadese, presi di mira a bordo di tre veicoli chiaramente identificabili. Alcuni dei sopravvissuti hanno tentato la fuga a bordo di altri veicoli e sono stati colpiti ripetutamente da mitragliatrici.

– L’attacco di carri armati del febbraio 2024 contro un centro di accoglienza di Medici Senza Frontiere a Khan Younis, che ha causato la morte di due dipendenti e il ferimento di altri. Nonostante fosse noto che il luogo ospitasse una base di Medici Senza Frontiere, gli israeliani hanno semplicemente affermato di non esserne a conoscenza; non hanno mai presentato alcuna prova di aver colpito un obiettivo militare.

– L’attacco del novembre 2023 contro un convoglio di Medici Senza Frontiere chiaramente identificabile a Gaza, che ha causato la morte di altri due dipendenti. Si trattava di un convoglio che stava evacuando 137 civili e che aveva coordinato l’operazione con l’esercito israeliano, fermandosi persino per ore a un posto di blocco affollato per ottenere il via libera da Israele.

Un altro episodio su cui Israele afferma di aver avviato un’inchiesta penale è il massacro di 15 paramedici e soccorritori palestinesi a Tel al-Sultan, Rafah. Il 23 marzo 2025, quando si persero i primi contatti con gli operatori di emergenza, l’ufficio stampa di Gaza credette che il gruppo fosse stato rapito e si appellò alla comunità internazionale. Israele si rifiutò di riconoscere l’accaduto.

Verso la fine del mese, dopo il ritiro delle forze israeliane dalla zona, venne scoperta una fossa comune senza nome, contenente i corpi dei 15 paramedici, soccorritori e autisti di ambulanze. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo fu giustiziato a distanza ravvicinata, uno ad uno, prima che gli israeliani seppellissero i corpi e le ambulanze per eliminare le prove.

La difesa iniziale di Israele, alla fine di marzo, sostenne che una serie di veicoli senza contrassegni si erano diretti verso di loro con i fari spenti e senza segnali di emergenza, spingendo le forze israeliane ad aprire il fuoco per autodifesa. Questa versione dei fatti è stata successivamente contraddetta da prove video emerse ad aprile che mostravano il contrario, spingendo le Forze di Difesa Israeliane a cambiare versione e ad affermare di aver scambiato le luci di emergenza per una minaccia.

Alla fine di aprile del 2025, l’esercito israeliano ha concluso, a seguito di un’indagine interna, che l’incidente poteva essere attribuito a “errori professionali” e “incomprensioni operative”. In seguito, gli israeliani hanno nuovamente cambiato versione, affermando, senza alcuna prova, che sei delle vittime avevano legami con il gruppo armato Jihad Islamica Palestinese.

Ora stanno adottando una versione diversa, basata sulla loro ultima cosiddetta indagine, secondo cui “gli spari esplosi durante l’incidente sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale“. Indagini indipendenti, tra cui una condotta da Forensic Architecture, hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato almeno 900 proiettili ed eseguito esecuzioni a distanza ravvicinata.

Mettere a tacere la voce di Hind Rajab

Diversi organi di stampa hanno riportato che Israele ha avviato un’indagine penale interna sull’uccisione di Hind Rajab e ha ammesso di aver sparato contro il veicolo in cui è stata uccisa, insieme a sei membri della sua famiglia. Tuttavia, l’indagine interna israeliana ha appena tratto un’altra conclusione che mira a insabbiare l’intero evento, proteggendo i suoi soldati anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

I risultati dell’indagine indicano che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane hanno sparato contro un veicolo che si stava avvicinando“, è quanto afferma ora l’esercito israeliano a seguito della sua ultima indagine.

A seguito della revisione dei risultati e a causa di apparenti mancanze nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’incidente da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare“.

Si tenga presente che questa è esattamente la stessa scusa usata per coprire le esecuzioni di 15 soccorritori e paramedici nel Massacro di Rafah; ora affermano che saranno oggetto di un’indagine penale. Si tratta di una scusa che presuppone che le forze israeliane abbiano semplicemente agito per autodifesa, sparando contro ciò che interpretavano come una minaccia.

Inoltre, nell’incidente sono stati colpiti due veicoli, non uno. Due paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese sono stati uccisi in seguito a un doppio colpo sparato contro la loro ambulanza.

Numerose indagini forensi e satellitari indipendenti sono state condotte sui dettagli dell’incidente, tra cui una del Washington Post e un’altra di Forensic Architecture in collaborazione con EarShot e Fault Lines, che hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato 335 proiettili contro la Kia Picanto in cui Hind Rajab e sei membri della sua famiglia sono stati uccisi.

Le prove dimostrano anche che era impossibile che il veicolo si fosse diretto a Sud, come affermato dai militari israeliani, seguendo le istruzioni impartite alla popolazione locale quel giorno, poiché le strade che portavano a Sud dalla loro posizione erano tutte bloccate. Le indagini hanno inoltre concluso che l’auto è stata colpita da una distanza sufficientemente ravvicinata da permettere ai soldati israeliani di vedere i civili innocenti che si erano rifugiati al suo interno.

I colpi israeliani hanno penetrato il veicolo anche dal lato destro. Anche se gli israeliani continuano ad affermare che l’auto si stesse dirigendo verso di loro, presumibilmente guidata da una bambina terrorizzata di 5 anni, è chiaro che il veicolo non è stato colpito frontalmente, il che significa che non rappresentava una minaccia.

Detto questo, gli operatori della Mezzaluna Rossa di stanza a Ramallah hanno trascorso circa tre ore al telefono con la piccola Hind, cercando disperatamente di ottenere il permesso israeliano per soccorrerla. A quel punto, la vicenda era diventata un incidente internazionale.

Per 12 giorni, a partire dal 29 gennaio 2024, Hind Rajab è stata ufficialmente considerata “dispersa” e presunta morta, fino al 10 febbraio, quando il suo corpicino è stato ritrovato nel quartiere di Tal al-Hawa, crivellato di proiettili.

Quando Israele è stato finalmente costretto ad affrontare la questione, ha affermato che le sue forze non erano nemmeno di stanza nella zona e che non erano in corso operazioni militari in quel momento. Ha persino avviato un’indagine interna, che ha prodotto la stessa scusa con una formulazione diversa.

Questa versione dei fatti è rimasta più o meno invariata per circa due anni e mezzo, con funzionari e militari israeliani che periodicamente apportavano piccole modifiche alle loro affermazioni, nonostante le prove che emergevano a smentirle. Israele ha persino tentato di attribuire la responsabilità degli omicidi ai combattenti palestinesi, un’altra tattica utilizzata innumerevoli volte per giustificare i propri Crimini di Guerra.

Storicamente, Israele non ha mai incriminato un singolo soldato israeliano per l’uccisione di un palestinese a Gaza durante le sue offensive su larga scala nel territorio, iniziate nel 2008.

La condanna più severa mai inflitta a un soldato israeliano per la sua condotta a Gaza è stata quella di un membro della Brigata Givati ​​nel 2009, durante quella che Tel Aviv ha definito “Operazione Piombo Fuso”, che ha ricevuto una pena di 7 mesi e mezzo di reclusione. Non per aver ucciso, violentato o torturato palestinesi, bensì per aver rubato una carta di credito.

 * Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele). – traduzione: La Zona Grigia – Articolo originale: https://www.palestinechronicle.com/israel-lies-again…/

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