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Un’app per tutelare i soldati israeliani dall’arresto per crimini di guerra all’estero

Si chiama Shachpatz, ovvero “giubbotto antiproiettile“, l’app creata per garantire la massima protezione ai soldati israeliani dal possibile arresto per i crimini di guerra commessi nel corso del genocidio a Gaza. A progettarla e lanciarla è stata Shurat HaDin, un’organizzazione israeliana di estrema destra guidata dall’avvocata Nitsana Darshan-Leitner.

L’interfaccia dell’applicazione permette di mettersi in contatto con una rete d’emergenza composta da circa 600 avvocati dislocati in 17 paesi, tutti pronti a intervenire nel giro di poco tempo per difendere il suprematista sionista che, dopo aver commesso crimini di guerra e contro l’umanità, decide di viaggiare e si ritrova, giustamente, in una stanza con agenti di polizia e un magistrato che chiede conto del suo operato in uniforme.

L’applicazione, che aggrega avvisi di sicurezza del ministero degli Esteri e dell’IDF, contatti diretti delle ambasciate e, appunto, legali reperibili giorno e notte, offre anche una serie raccomandazioni preventive, a partire dalla “bonifica” dai dispositivi elettronici di tutte le varie foto e selfie tra le macerie di Gaza – o peggio – a cui siamo stati ormai purtroppo abituati.

Quell’esibizione di violenza coloniale e razzista è stata infatti raccolta da varie organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani in dossier d’accusa ideali per identificare i reparti, le azioni e gli spostamenti dei suoi membri oltreconfine. Attività fondamentale per punire i crimini di guerra commessi dall’IDF, ma considerata una sorta di persecuzione dai perpetratori del genocidio.

La fondatrice e presidente di Shurat HaDin ha affermato che “c’è stata una vera e propria caccia alle streghe contro i soldati delle IDF fin dall’inizio della guerra“, ed ha accusato organizzazioni e gruppi filopalestinesi di esserne responsabili. Dimenticando che sono state le stesse Nazioni Unite, a più riprese, a denunciare ciò che stava accadendo a Gaza, e tuttora sul primo ministro pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale.

Oggi si contano almeno 95 procedimenti aperti in 16 paesi contro uomini delle forze armate israeliane. Casi incardinati sul principio della giurisdizione universale, che consente ai tribunali nazionali di perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi o dalla nazionalità degli autori.

Ovviamente, i numeri dimostrano come la responsabilità non cada nella “caccia alle streghe” filopalestinese, ma nelle azioni genocidiarie dei sionisti. La nascita di una simile infrastruttura è anche il sintomo evidente di un timore concreto che serpeggia tra i ranghi dell’esercito israeliano, mentre a livello mondiale solo chi ha sostenuto e guadagnato dall’economia del genocidio si ostina a negare la realtà dei fatti.

Il fronte di questi ultimi, purtroppo, ha reso l’Italia una sorta di porto franco per tali criminali di guerra, anche se il nostro sistema giuridico avrebbe tutti gli strumenti per perseguirli. Nell’app, senza dubbio, il Belpaese è indicato come un luogo adatto per i carnefici sionisti. Speriamo che l’autunno in arrivo sia intenso come lo scorso, facendo sì che il nostro paese smetta di accogliere soldati dell’IDF.

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