Ci sono momenti nei quali la storia smette di essere un esercizio accademico e diventa una domanda politica. Il XVIII vertice dei BRICS, che si riunirà il 12 e 13 settembre a Nuova Delhi, è uno di quei momenti. Perché oggi non basta più proclamare il multipolarismo: occorre dimostrare che esso è capace di difendere i popoli aggrediti dall’imperialismo.
La prima domanda ha un nome preciso: Cuba
Da oltre sessant’anni l’isola resiste al più lungo sistema di sanzioni economiche della storia contemporanea, che nel tempo è diventato sempre più crudele fino a rappresentare un vero e proprio genocidio. Infatti la nuova offensiva statunitense ha compiuto un salto di qualità.
L’amministrazione Trump, sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio, non si limita più a impedire il commercio diretto con L’Avana: pretende di imporre al mondo intero un blocco petrolifero extraterritoriale, minacciando ritorsioni contro chiunque venda combustibile a Cuba. È il tentativo di trasformare l’embargo in una legge universale, violando la sovranità degli Stati e il diritto internazionale.
Quando manca il carburante, non si fermano soltanto le automobili. Si fermano gli ospedali, le scuole, i trasporti pubblici, la produzione alimentare, la vita quotidiana di undici milioni di persone. Per questo i dirigenti cubani parlano di una politica di asfissia e molte organizzazioni internazionali la definiscono una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite.
Il multipolarismo si misura con le petroliere
I BRICS rappresentano oggi quasi la metà del PIL mondiale e oltre la metà della popolazione del pianeta. Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica e i nuovi membri dispongono di risorse energetiche immense. Se questa alleanza vuole davvero costruire un ordine internazionale alternativo, la domanda è semplice: perché Cuba continua a rimanere al buio?
Non servono soltanto comunicati finali che condannino le sanzioni. Servono decisioni politiche. Una missione energetica comune, una flotta commerciale protetta, accordi di pagamento in valute nazionali, assicurazioni condivise contro le ritorsioni occidentali. In altre parole, serve la capacità di trasformare la solidarietà in infrastruttura.
La Cina ha già dimostrato che un’altra strada è possibile inviando pannelli solari, alimenti e attrezzature senza condizioni. Come ha ricordato Miguel Díaz-Canel, non è carità: è giustizia. Ma la giustizia non può dipendere dalla generosità di un solo Paese. Deve diventare una scelta collettiva del Sud globale.
La lezione del Vietnam
Farruco Sesto ci invita a guardare verso il Vietnam, e la sua intuizione è preziosa. Per decenni il Vietnam è stato il simbolo della possibilità di sconfiggere il più potente esercito del mondo. Le immagini degli elicotteri americani in fuga da Saigon appartengono alla memoria universale della liberazione, così come Playa Girón dimostra che anche Cuba seppe respingere l’invasione dell’impero.
Ma la grandezza del Vietnam non consiste soltanto nella vittoria militare. Consiste nell’aver saputo costruire la pace senza rinunciare alla propria sovranità. Hanoi ha aperto relazioni economiche con gli Stati Uniti senza trasformarsi in una colonia politica. Ha mantenuto radici salde e rami flessibili, secondo la celebre metafora della diplomazia vietnamita.
È una lezione importante anche per la sinistra occidentale: la sovranità non coincide con l’autarchia, e l’apertura al mondo non deve significare subordinazione all’impero.
Da Nuova Delhi deve partire un segnale
Il vertice dei BRICS non sarà giudicato dai documenti che approverà, ma dalle conseguenze concrete che produrrà.
Se da Nuova Delhi partirà un corridoio energetico capace di garantire petrolio a Cuba, il multipolarismo avrà compiuto un passo storico. Se invece prevarranno prudenza diplomatica e timore delle sanzioni statunitensi, allora il rischio è che i BRICS restino una straordinaria potenza economica priva del coraggio politico necessario.
Ho Chi Minh scriveva dal carcere: “Senza il freddo inverno e la sua desolazione, come potrebbe esistere la dolce primavera?”
La guerra economica e la resistenza dei popoli
Dentro questa lettura complessiva non possiamo eludere una realtà che ormai si impone con drammatica evidenza: esiste una guerra economica che, nel caso palestinese, assume i caratteri di una vera e propria strategia di distruzione delle condizioni materiali di sopravvivenza di un intero popolo.
Non siamo di fronte soltanto a sanzioni, embargo o pressione diplomatica. Quando vengono colpiti sistematicamente cibo, energia, infrastrutture, sanità, abitazioni e possibilità stessa di ricostruire una vita collettiva, la guerra economica diventa parte integrante di un progetto di annientamento. È una dimensione del genocidio che non può essere separata dalle bombe e dalle operazioni militari.
Ed è proprio qui che la questione iraniana assume un significato che va ben oltre il Medio Oriente. La resistenza dell’Iran dimostra che l’imperialismo statunitense, pur disponendo di una forza militare, finanziaria e tecnologica enorme, non è un potere onnipotente. Abel Prieto lo ha espresso con una formula che dovrebbe diventare una chiave di lettura dell’attuale fase storica: combattiamo contro un nemico molto potente, ma non todopoderoso. ([Cuba en Resumen][1])
È una differenza decisiva. Perché se si considera l’impero imbattibile, la resistenza appare inutile; se invece si comprende che anche il potere imperiale ha contraddizioni, limiti e punti di rottura, allora la storia torna a essere nelle mani dei popoli.
L’Iran, in questo senso, rappresenta una delle dimostrazioni più importanti della fase attuale. Gli Stati Uniti possono esercitare una pressione enorme, possono imporre sanzioni, mobilitare alleati e utilizzare una superiorità militare straordinaria, ma non riescono automaticamente a trasformare questa superiorità in una vittoria politica.
La resistenza iraniana mette in discussione proprio il mito dell’invincibilità dell’impero. E questa è una questione ideologica prima ancora che militare: dimostra che l’ordine imperiale non è naturale, non è eterno e soprattutto non è imbattibile.
La storia ci offre un precedente ancora più potente: il Vietnam. Un popolo organizzato, sostenuto da una mobilitazione di massa e da una straordinaria capacità di resistenza politica, sociale e militare, riuscì a sconfiggere una delle più grandi potenze della storia contemporanea.
Il Vietnam dimostrò che la sproporzione degli arsenali non determina necessariamente l’esito della storia. Oggi quel principio ritorna, in forme diverse, nella resistenza dei popoli che rifiutano di accettare la propria subordinazione.
Il Venezuela ha smarrito l’orizzonte di Chávez
Ed è qui che emerge una dolorosa questione: la deriva del Venezuela. Essere solidali con il popolo venezuelano non significa tacere davanti agli errori della sua classe dirigente. Al contrario, significa difendere l’eredità più autentica della Rivoluzione Bolivariana.
Hugo Chávez aveva immaginato un socialismo profondamente latinoamericano, radicato nel cristianesimo della liberazione, nell’umanesimo di José Martí, nell’internazionalismo di Fidel Castro. Non era un socialismo burocratico né un capitalismo con bandiera rossa. Era il progetto di una democrazia partecipativa fondata sulla dignità dei poveri.
Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a un processo di normalizzazione che rischia di sacrificare quella tensione etica originaria. Crescono le diseguaglianze, avanzano logiche di mercato senza adeguati contrappesi popolari, mentre il linguaggio rivoluzionario viene talvolta utilizzato per giustificare pratiche sempre più lontane dall’ideale chavista.
La critica non nasce da destra. Nasce dentro la tradizione socialista e antimperialista. Perché tradire Chávez significa indebolire anche Cuba. Le due rivoluzioni sono sempre state sorelle: una non può salvarsi se l’altra perde la propria anima.
Venezuela: dalla resistenza alla capitolazione
È proprio attraverso questo confronto che diventa necessario essere molto più severi nel giudizio sul Venezuela. Non basta parlare di una semplice deviazione rispetto al socialismo cristiano e bolivariano. Qui siamo davanti, nella lettura proposta da questo editoriale, a una vera capitolazione politica e strategica: alla rinuncia progressiva all’autodeterminazione e all’accettazione di una condizione di dipendenza dagli interessi imperiali.
Il riferimento a Bolívar non è ornamentale. Il cuore del bolivarismo è l’indipendenza, la sovranità, l’unità latinoamericana, il rifiuto di ogni forma di subordinazione a una potenza straniera. Per questo la questione venezuelana non può essere ridotta a una disputa interna alla sinistra o a una diversa interpretazione del socialismo.
Se un processo politico che si era presentato come parte della resistenza latinoamericana finisce per accettare una crescente ingerenza degli Stati Uniti e rapporti con Israele, allora occorre avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Il punto diventa ancora più doloroso quando questa scelta viene confrontata con la storia della solidarietà tra Venezuela e Cuba. Cuba ha pagato un prezzo enorme per la solidarietà internazionalista e per la difesa dei processi latinoamericani, mettendo a disposizione medici, insegnanti, tecnici e uomini impegnati nelle missioni internazionaliste.
Per questo la prospettiva di una Venezuela che non garantisca alla sua alleata storica le risorse energetiche necessarie mentre accetta rapporti con potenze considerate responsabili di politiche di aggressione rappresenta una contraddizione politica che non può essere nascosta dietro formule diplomatiche.
La differenza, dunque, non è soltanto tra governi. È tra modelli di comportamento storico. Cuba resiste. L’Iran resiste. Il Vietnam ha resistito fino alla vittoria. Al contrario, quando un governo rinuncia progressivamente alla propria sovranità e accetta di diventare terreno di mediazione degli interessi delle potenze dominanti, non siamo più davanti a una strategia di resistenza, ma a una capitolazione. E la sinistra non dovrebbe avere paura di dirlo.
BRICS e fronte antimperialista
In questo quadro acquista un significato particolare anche la crescita dei BRICS. Non dobbiamo trasformarli in ciò che non sono: i BRICS non costituiscono un blocco socialista e al loro interno convivono sistemi politici, economici e sociali profondamente differenti.
Ma rappresentano comunque una possibile infrastruttura geopolitica alternativa all’unipolarismo statunitense e, soprattutto, la possibilità concreta di mettere in discussione il monopolio politico, finanziario e commerciale dell’Occidente.
La questione riguarda anche l’Europa. Non possiamo continuare a parlare dell’imperialismo statunitense come se l’Unione Europea fosse un soggetto estraneo ai processi di guerra e riarmo. La Russia sta affrontando un conflitto nel quale l’Unione Europea, e in particolare grandi potenze europee, hanno assunto un ruolo centrale attraverso finanziamenti, forniture militari e sostegno politico all’Ucraina.
La guerra è inserita nella più ampia strategia della NATO e l’Europa non può essere rappresentata semplicemente come vittima passiva delle decisioni di Washington.
Di fronte a questa offensiva, la questione decisiva diventa allora quella dell’organizzazione popolare. Laddove il partito rivoluzionario mantiene un rapporto reale con le masse, non come apparato separato ma come strumento politico dentro le masse e per le masse, la capacità di resistenza appare maggiore. È una delle ragioni per cui Cuba, Cina e Vietnam continuano a rappresentare esperienze differenti ma fondamentali nella discussione sul futuro del socialismo.
Ed è qui che il Vietnam torna nel nostro ragionamento, non soltanto come pagina gloriosa del passato, ma come esperienza ancora presente. La sua storia ci ricorda che l’autodeterminazione non viene concessa dall’impero: viene conquistata attraverso organizzazione, coscienza politica, capacità di mobilitazione e costruzione di rapporti internazionali alternativi.
Da una parte, dunque, abbiamo la resistenza dei popoli e degli Stati che difendono la propria sovranità; dall’altra, un fronte sempre più articolato di potenze che, attraverso i BRICS, può contribuire a costruire un ordine internazionale meno dipendente dal centro imperialista occidentale. Non è ancora il socialismo, e sarebbe un errore chiamarlo così. È però una frattura dentro l’ordine unipolare.
E proprio questa frattura apre lo spazio politico nel quale Cuba, Iran e Vietnam possono essere letti insieme: esperienze diverse, storie diverse, modelli diversi, ma accomunate dall’idea che la sovranità non sia negoziabile e che un popolo possa resistere anche quando davanti ha un nemico immensamente più forte.
È questa la lezione che l’imperialismo vorrebbe cancellare: non è necessario essere più forti dell’avversario per impedirgli di vincere. È sufficiente che un popolo non accetti di essere sconfitto.
Cuba vive oggi il suo inverno più duro. Il compito dei BRICS è dimostrare che la primavera multipolare non è soltanto una promessa, ma una responsabilità condivisa. E il Venezuela, per essere davvero fedele a Chávez e a Fidel, deve ritrovare quella dimensione etica, popolare e cristiana del socialismo che fece della solidarietà internazionale la sua ragione più profonda. Perché un mondo nuovo non si costruisce con gli slogan, ma con il coraggio di rompere l’assedio contro chi resiste.
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