Il punto di svolta in Medio Oriente appare per il momento legato all’esito di due elezioni da qui ad un mese: quelle di midterm per negli Stati Uniti (3 novembre) e quelle politiche in Israele (27 ottobre).
Non stranamente, quelle di Tel Aviv sono meno importanti, anche se simbolicamente di un certo impatto. La sconfitta di Netanyahu, e la sua uscita di scena con possibile ingresso in carcere, non cambierebbe di molto la politica di Israele nei confronti dei vicini (tutti: dalla Siria all’Iran, da Gaza al Libano, ecc). La stragrande maggioranza della popolazione, infatti, è ormai preda del suprematismo etnico-religioso più folle, grosso modo nei termini del delirante discorso di “Bibi” all’Onu, davanti a una platea svuotata.
Il clima internazionale intorno a questo paese va infatti cambiando, sia pure con una lentezza esasperante. E persino l’America di Trump – il miglior complice che Israele potesse sperare, probabilmente tenuto per le palle con gli archivi dell’ex agente del Mossad, Jeffrey Epstein – è obbligata ora a mostrare molta più freddezza.
Netanyahu, per dire, arrivando a New York è stato fatto scendere in un aeroporto militare, anziché in uno civile, come sempre avvenuto. Ed è ripartito di corsa, senza il consueto passaggio per in saluto con il tycoon, ufficialmente “impegnatissimo” con Xi Jinping.
L’eventuale uscita di scena dell’”appestato” – “l’ebreo ab-errante”, nella fulminante vignetta di Mannelli – potrebbe permettere di resettare l’immagine di Israele, nel tentativo di presentarsi al mondo grondando meno sangue. Difficile, certo, ma tanti sionisti che avvertono ormai l’isolamento nel mondo saluterebbero l’evento con qualche gioia e immensa faccia tosta.
Quelle statunitensi sono ovviamente le elezioni più importanti. Tutte le decisioni rilevanti di Trump ruotano intorno a questa scadenza, anche se prova a far finta di no.
Una delle più impattanti sul mercato mondiale, ma fin qui tenuta sottotraccia nei media europei ed italiani, è stata la decisione di vietare per 90 giorni l’esportazione di diesel raffinato negli Usa. Che si somma all’analoga decisione di Mosca, motivata però con i danni subiti da alcune raffinerie colpite grazie ai droni e all’assistenza satellitare fornita da Usa e “volenterosi” europei.
Questi ultimi, una vera congrega di minus habens, si stanno lamentando – senza strillare, ovvio – con “l’alleato d’Oltreoceano”, segnalando che “l’Unione Europea guarda con preoccupazione alla notizia secondo cui gli Stati Uniti intendono vietare le esportazioni di gasolio, anche verso l’Unione Europea“, ha dichiarato Olof Gill, portavoce della Commissione Europea. Quasi una via libera a che il gasolio raggiunga e superi la soglia dei 3 euro al litro…
Come se a Washington non sapessero che la UE in questi mesi ha dovuto aumentare le importazioni di carburante americano per compensare le ridotte forniture dal Medio Oriente (Hormuz funziona comunque a scarto ridotto) ed anche da Mosca, tramite complesse triangolazioni per salvare la faccia sulle “sanzioni”.
L’esito delle elezioni di midterm appare comunque abbastanza segnato, tanto che tra i repubblicani si scommette ormai sui giudizi da dare, che vanno da “cattivo” a “catastrofico”.
Ma anche in casa “dem” le cose non vanno per nulla bene. Abbiamo detto diverse volte dell’ondata “socialista” – “con caratteristiche americane” – che ha eliminato un alle primarie un gran numero di vecchi poltronisti dell’establishment.
Ora esce fuori che anche tra i residui candidati “normali” cresce l’insofferenza per lo stato comatoso di un “comitato elettorale” ormai imbolsito ed incapace di trovare fondi sufficienti per alimentare la campagna pubblicitaria (niente “alti ideali”, insomma). Specie di fonte ad un elettorato che, anche quando non sedotto dalle sirene di sinistra, giudica ormai l’establishment come un problema, non la soluzione.
Tutto ciò avrà conseguenze, per ora incalcolabili con precisione, sul comportamento del prossimo Congresso davanti alle politiche di Trump. Un presidente senza più maggioranza potrebbe ancora operare ricorrendo ai “decreti esecutivi”, ma tempo sei mesi ogni decisione finirebbe sub judice. Poco tempo per le “grandi riforme”, ma abbastanza per fare altre guerre e colpi di mano.
La cosa è quasi esplicita sul fronte iraniano. Consapevole che questa è forse la guerra più indigesta per l’elettorato Usa (anche e soprattutto quello “Maga”, cui era stato venduto il “basta guerre costose, pensiamo solo all’America), Trump ha respinto la proposta di Araghci all’Onu: sbloccare bilateralmente Hormuz in sette giorni, restituire parte dei fondi sovrani congelati nelle banche occidentali, ripristinare l’esenzione dalle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e osservare un «cessate il fuoco su tutti i fronti», compreso il Libano, e avviare subito dopo la trattativa sul nucleare, riaprendo i lavoratori di Tehran alle visite dell’Aiea (che non può invece entrare, da sempre, in quelli isareliani).
Di fatto, il tycoon ha anche garantito che un’altra ondata di bombardamenti insieme ad Israele avverrà ad urne Usa chiuse. Il che, naturalmente, rende inutile qualsiasi ragionamento sulla “pace”. Così come rende aria fritta la richiesta alla Cina di non supportare (economicamente, militarmente o con i satelliti commerciali) l’Iran.
Paradossalmente, i freni vengono tirati dai generali statunitensi, che di recente hanno firmato una serie di pareri convergenti sui limiti ormai raggiunti dall’operatività dell’esercito Usa. Se arriveranno ordini di attacco, naturalmente obbediranno. Ma se i risultati non saranno quelli attesi loro “l’avevano detto”.
Non sollevano l’entusiasmo neanche gli scoop che si susseguono sull’entità (militare, economica e persino di uomini) sulle perdite effettive dei primi sei mesi di guerra all’Iran, che accusano Pete Hegseth, lo squilibrato messo a fare il “ministro della guerra”, di nascondere i numeri reali.
Ultimo della serie quello del Washington Post, ormai lontano dal mondo “dem” dopo l’acquista da parte di Jeff Bezos (Amazon), “vicinissimo” a Trump ma attento a fare i soldi, non l’eroe…
I problemi aumentano, le soluzioni diminuiscono, qualsiasi cosa fai diventa sbagliata…
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