I governi che restano a metà strada tra cambiamento radicale e compromessi con gli interessi costituiti non vanno mai molto lontano.
In Spagna il governo guidato da Pedro Sanchez – il più “a sinistra” nello sconquassato panorama europeo – è stato battuto in Parlamento proprio su due decreti legge che, bloccando ulteriori sfratti per le fasce più deboli, venivano incontro alle proteste dei movimenti sull’abitare dopo lo scandaloso sfratto di Maricarmen Abascal, un donna di 87 anni portata via in barella dalla casa che abitava da 70 anni ma i cui proprietari – un fondo immobiliare, che aveva comprato lo stabile di recente – pretendevano ora un affitto quintuplicato, impossibile da pagare.
Contro il decreto hanno votato ovviamente la destra – guidata curiosamente da un omonimo della signora sfrattata, Santiago Abascal, franchista a capo di Vox – e la pattuglia di Junts, ovvero la formazione di Carles Puigdemont, indipendentisti catalani centristi, schierati con gli speculatori immobiliari.
178 a 172 il risultato del voto, che costringerà probabilmente Sanchez alle dimissioni, lunedì, nel tentativo di cavalcare la piazza andando a nuove elezioni. Gioco rischioso, ma il restare dopo la sconfitta sarebbe la soluzione peggiore…
Nella vicenda si intrecciano interessi sociali, scelte politiche e nazionali, parecchia miopia politica da tutte le parti e gioco al massacro da parte delle destre, favorite da un establishment europeo che vede ormai come il fumo negli occhi tutto ciò che odora di “difesa degli interessi popolari”. Anche minimi, come in questo caso.
Lo sfratto di Maricarmen aveva innescato una protesta molto più consistente di quanto i movimenti per l’abitare spagnoli fossero stati in grado di costruire fin qui.
Sotto accusa è la turistificazione selvaggia delle principali città del paese (Barcellona e Madrid su tutte) che, insieme all’incremento della popolazione e alla scarsità di un patrimonio abitativo di proprietà pubblica, ha fatto levitare verso l’alto il prezzo delle case e conseguentemente anche degli affitti. Protagonisti sono insomma quelli che tutti, comunemente, chiamano ormai “fondi avvoltoio”.
I catalani centristi di Junts, ora guidati dall’imprenditrice tessile Miriam Noguera, dal canto loro, potevano forse a ragione dolersi del fatto che l’amnistia promessa da Sanchez per le vicende di ormai un decennio fa, e in assenza della quale Puigdemont resta esule a Bruxelles dove era andato da europarlamentare eletto, non è mai arrivata.
Ma certo non sembra una scelta intelligente far cadere l’unica coalizione che li poteva “tollerare”, e a cui avevano permesso di formare il governo attualmente in carica, pur di soddisfare gli appetiti degli immobiliaristi e “vendicarsi” di Sanchez. Un futuro governo di estrema destra non sarà certamente clemente con gli indipendentisti – sia catalani che baschi, o galiziani – dopo averne preteso gli arresti, la messa fuori legge e aver impedito ogni amnistia.
Il voto di Junts, fra l’altro, spacca verticalmente proprio gli indipendentisti catalani, con Gabriel Rufián di Esquerra Republicana che ha mostrato in aula una banconota da 50 euro a Noguera urlando che è quella la sua vera bandiera, uguale a quella di Vox e Partito Popolare.
il ministro del consumo di Sumar (Podemos in altra veste), Pablo Bustinduy, ha in pratica aperto la campagna elettorale attaccando frontalmente la destra: «Non si tratta di aritmetica parlamentare: oggi è conflitto di classe. Voi difendete un’oligarchia internazionale che ricava il reddito dagli stipendi delle classi lavoratrici, guadagnati con il loro sforzo, per distribuirselo come dividendo. Si può gridare a squarciagola ‘Spagna’ o ‘Catalogna’, ma votare contro il decreto significa votare contro il proprio popolo per sventolare la bandiera della rendita».
Il dado politico sembra quindi ormai tratto e non paradossalmente il fatto che il governo sia caduto su una “questione di lotta di classe” porta chiarezza nell’altrimenti inguardabile scontro politico-parlamentare, di un livello appena meno imbarazzante di quello italico.
Le piazze spagnole sono in questi giorni occupate dalle “acampade” dei movimenti. La lotta per la casa è diventata l’innesco di una protesta politica generale, che spazza via le ambiguità – come “l’indipendentismo” interclassista – e rimette sui piedi lo scontro che oppone interessi sociali che, nell’avanzare della crisi, soprattutto europea, stanno diventando apertamente inconciliabili.
Anche a dispetto dei felpati “socialisti” di Sanchez…
Intanto, Il sindacato degli inquilini ha invitato “tutti i sindacati e i consigli di fabbrica, le associazioni di quartiere e scolastiche, i gruppi studenteschi universitari e la società spagnola in generale a scendere in piazza domani e a iniziare immediatamente a organizzare uno sciopero generale che paralizzi il paese”.
Ieri sera è stata convocata una grande assemblea all’accampada di Puerta del Sol, mentre a Barcellona una mobilitazione ha assediato la sede di “Junts per Catalunya” che in Parlamento ha votato contro la legge sulle abitazioni. Per oggi sono già indette una cinquantina manifestazioni in altrettante città della Spagna.
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Riccardo
scusate, ma c’è una inesattezza nell’articolo, l’amnistia è stata votata e approvata nel parlamento spagnolo, sono i giudici che non vogliono applicarla per gli alti carichi dell’indepentismo catalano