Pochi avrebbero immaginato che la resistenza organizzata ad uno sgombero qualsiasi – quello di una 87enne madrilena residente al quartiere Retiro dalla casa in cui viveva da 71 anni – sarebbe diventata “la scintilla” che sta facendo esplodere la polveriera iberica, mettendo il diritto all’abitare e la lotta allo strapotere della rendita come principale questione politico-sindacale del dibattito pubblico.
Maricarmen Abascal è stata sfrattata al quarto tentativo di sgombero da una casa in cui aveva sempre pagato l’affitto; da 8 anni lottava per poter restare nell’appartamento in cui aveva vissuto una vita ricevendo solo dinieghi dai proprietari che avevano acquistato l’edificio, Urbagestión S.L.
Alla fine poteva essere uno sgombero come tanti – solo nella capitale spagnola ce ne sono 3 al giorno – ma non è stato così.
Da quel momento si è sviluppato un movimento radicale di massa che ha dettato l’agenda governativa e strappato alla destra l'”egemonia narrativa” sulle priorità politiche da affrontare; imponendo, obtorto collo, la convocazione di uno sciopero generale alle due maggiori centrali sindacali del paese, le CCOO e la UGT, su pressione dei combattivi sindacati degli inquilini.
Le organizzazioni, alla cui guida vi sono Unai Sordo e Pepe Álvarez, hanno confermato un accordo di principio già raggiunto prima, nel caso di rigetto parlamentare dei due decreti sul diritto all’abitare. Come poi si è verificato.
L’ultimo sciopero generale delle due centrali sindacali – che in Europa si sono caratterizzate per il minor numero di scioperi generali – risale al 2012, contro i tagli dell’allora governo del PP di Mariano Rajoy. Lo scorso anno, infatti, ad ottobre, non fu accolta la proposta di uno sciopero generale contro il genocidio palestinese ed in appoggio alla Global Sumud Flottilla – portata avanti da sindacati per così dire “minori”, come la libertaria CGT, nonostante la pressione della base e l’adesione di almeno un migliaio di sezioni sindacali e comités de empresa alle astensioni parziali dal lavoro.
Alicia del Río, portavoce del Sindicato de Inquilinas, è stata lapidaria: “lo sciopero ci sarà perché abbiamo già un accordo con la CGT, con il sindacalismo combattivo”. E continua “la nostra intenzione è che il potere popolare va a reclamare alle centrali sindacali. Non possono stare con gli occhi chiusi su questo”.
La notizia dello sciopero generale che non ha ancora una data di convocazione, ma sarà probabilmente ad inizio novembre, è arrivata lo stesso giorno in cui Sánchez ha convocato le elezioni anticipate al 29 di novembre, dopo la bocciatura da parte del Parlamento spagnolo dei due decreti sul diritto alla casa che, in soldoni, avrebbero impedito gli sfratti per alcuni anni e rinnovato automaticamente i contratti d’affitto in essere, tamponando almeno in parte parte dell’emergenza abitativa.
Le urne, in un clima già elettorale e con una destra che era in forte ascesa nei sondaggi, si apriranno quindi 9 mesi prima del previsto scioglimento delle Cortes, in un contesto politico però molto differente da quello in cui lo stesso Sánchez aveva convocato a sorpresa, nel 2023, le precedenti elezioni anticipate, dopo la batosta subita dal PSOE alle elezioni municipali e regionali.
Se si dovesse ragionare secondo i risultati dei sondaggi la destra vincerebbe, sommando dei voti del PP e di VOX, con oltre il 50% dei consensi.
Lo scenario che si apre ora, però, è di estrema polarizzazione. C’è un movimento radicale di massa che non vuole lasciare le strade e le piazze – come ha dimostrato la manifestazione di Barcellona di lunedì sera – e si appresta a costruire lo sciopero generale.E c’è una destra che, dopo anni di governo “socialista”, si prepara a dare l’assalto politico alla Moncloa, con i neo-falangisti di Vox che da lungo tempo impongono ai popolari la propria agenda politica.
Certamente, agli occhi delle popolazioni spagnole, il governo uscente ha accumulato molte delusioni: dai casi di corruzione dentro il PSOE, alla gestione di Ceuta, fino alla tragedia ferroviaria di Adamuz.
Le elezioni potrebbero però trasformarsi in una sorta di referendum sulla vivienda, tema su cui i socialisti possono recuperare quel consenso anche tra le file del voto popolare conservatore. É chiaro che per governare la Spagna è necessaria una più solida maggioranza parlamentare, ed è proprio questo che il Premier uscente, chiede agli elettori.
La campagna elettorale comincerà ufficialmente il 13 novembre e si concluderà il 27, mentre i neo-eletti alle camere vedranno la riunione costitutiva della loro nuova composizione il 23 dicembre.
Il governo cercherà di attuare almeno uno dei due decreti concernenti la questione del diritto all’abitare, bocciati venerdì scorso, attraverso lo strumento di una speciale Diputatión Permanente, un organo previsto per coprire i periodi di “vacanza” delle camere, in cui il governo uscente avrebbe i numeri – 35 necessari su 69 – per farli passare (se verrà confermato l’appoggio del PVN basco) ed in cui sostegno di Junts risulta irrilevante ai fini del “decreto Maricarmen”.
Sarà una corsa contro il tempo, sia per la sinistra che ha sostenuto organicamente l’attuale governo, che si è ribattezzata Frente Amplio (IU, Movimento Sumar, Más Madrid e Comune), di fatto l’ex creatura elettorale Sumar che manca di una candidatura unitaria, e quella che aveva rotto con il PSOE, come Podemos, che ha tra le figure di spicco l’eurodeputata Irene Montero, con una linea più coerente di lotta al carovita e contro la guerra.
Si apre una stagione inedita in Spagna, anche perché il contesto continentale vede crescere un movimento policentrico, in cui la pace sociale si è rotta e il conflitto, sempre più politico, sta producendo una polarizzazione difficilmente immaginabile grazie all’azione di soggettività politico-sociali che sembravano minoritarie e marginali nei singoli contesti nazionali.
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