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Gideon Levy: “In Israele si nega il genocidio, la questione palestinese è stata completamente rimossa”

A Modena il 24 ottobre, presso il teatro Tenda, si è tenuto l’ormai consueto appuntamento per la consegna del 17° Premio Internazionale “Stefano Chiarini”.

Quest’anno il premio è stato conferito al giornalista Gideon Levy, editorialista del quotidiano israeliano Haaretz e collaboratore, dal 2010, della rivista Internazionale, da sempre critico nei confronti dei governi di destra israeliani e in generale di quei governi che negano l’esistenza del popolo palestinese e dei suoi diritti.

Levy stesso, intervistato da Flavio Novara dell’Associazione “Per non dimenticare ODV” presso il Teatro delle Passioni, ha raccontato di quando, nel 1982, da giovane inviato di Haaretz, intraprese un viaggio nei Territori Occupati della West Bank, ed è li che si rese conto che “il dramma più grande di Israele è nel suo cortile di casa”.

Il continuo lavaggio del cervello, il continuo lavoro di disinformazione del mainstream e dei social, la predisposizione della società civile a non informarsi, insieme con la voglia degli israeliani di rimanere nella loro bolla sionista, permette, di fatto, ad una destra violenta e suprematista di commettere crimini di ogni sorta contro i palestinesi, la loro vita e le loro proprietà.

Levy continua il suo racconto ed immancabilmente si giunge al 7 ottobre, data fatidica che ormai non si può eludere nei dibattiti sulla questione mediorientale.

Prima di ogni giudizio e/o condanna, racconta il contesto di Gaza degli ultimi venti anni e parla di una vera e propria prigione in cui due milioni di persone vivono in un limbo senza diritti o prospettive future di sviluppo. Definisce “stupidi” tutti quelli che non credevano ad una rivolta della resistenza palestinese, e, pur non giustificando le azioni di Hamas del 7 ottobre, condanna il genocidio in atto a Gaza senza riserve alcune.

Nella sua disamina spiega inoltre che in Israele si è fatta strada la convinzione che Netanyahu e i suoi accoliti possono fare quello che vogliono al di sopra del diritto internazionale, ma quello che fa più spavento è che nella società israeliana ci sia la convinzione che non ci sono palestinesi innocenti.

Questo ha trasformato una guerra senza limiti in un genocidio, ma, attenzione, ribadisce Gideon Levy, il genocidio non sta solo nel tragico numero di morti; è la distruzione di tutta una società, scuole ospedali infrastrutture case strade uffici ambulanze, eliminazione fisica di tutto ciò che può dare un senso civico di comunità, e quindi rappresentanti-chiave della società come medici giornalisti infermieri e personalità istituzionali e politiche.

Gideon Levy torna poi a parlare della situazione interna di Israele, che conosce molto bene, e afferma in modo inequivocabile che la situazione è molto seria e pericolosa.

Gli israeliani nella loro totalità negano il genocidio, preferiscono non vedere e non sapere, e allo stesso tempo le frange più oltranziste rivendicano con fierezza le azioni criminali perpetrate dall’IDF a Gaza ed ora anche in Cisgiordania.

Inoltre, non crede affatto (ed è molto chiaro su questo) che le prossime elezioni cambieranno le carte in tavola; la campagna elettorale si è caratterizzata per la totale assenza di qualsiasi riferimento a Gaza Cisgiordania o Libano del sud, o, in generale, alla questione palestinese: completa rimozione del problema; non si è mai parlato dei progetti futuri su queste aree.

Quello che accomuna le forze politiche di destra è il progetto di pulizia etnica, l’idea che la privazione dei servizi essenziali sia funzionale ad allontanare i palestinesi dalla loro terra, anzi, l’idea che la punizione collettiva dei palestinesi sia perfettamente giustificata; le opposizioni, d’altro canto, si limitano a tacere, facendo trasparire un loro fattivo atteggiamento complice.

Si permette anche una battuta sui giornali che, in Italia, parlano di una “sinistra israeliana”: “dategli il mio telefono”, dice.

Proprio mentre si svolge l’incontro arrivano le notizie di distruzione di interi isolati a Al Khalil (Hebron) come atto di vendetta in seguito alla morte di due militari israeliani dopo uno scontro a fuoco con due palestinesi. Un ennesimo pogrom contro la popolazione palestinese.

Per Gideon Levy al momento non ci sono soluzioni all’orizzonte. Se Netanyahu sarà cacciato (come lui spera ma non … garantisce), il nuovo governo opererà per un trasferimento in massa della popolazione di Gaza, ma non in paesi confinanti con Israele, bensì il più lontano possibile.

Se invece Netanyahu dovesse restare al suo posto, riprenderanno i massacri (e anche le aggressioni all’Iran).

Per quanto riguarda l’apartheid si ritorna al primo punto dell’incontro: se un popolo non vuole sapere, non sa, e gli israeliani non vogliono sapere.

E’ più facile andare avanti, così come detta il progetto sionista della prima ora: un popolo senza terra e una terra senza popolo, e se su quella terra c’è un popolo si passa alla fase due, “o noi o loro”. Questa è semplicemente la negazione dell’altro e succede perché nessuno racconta quello che c’era prima del 1948.

A questo punto le domande si spostano dalla questione palestinese a quella iraniana e anche qui Gideon Levy non fa mancare il suo giudizio imparziale sulla questione.

Parla espressamente di un paese, l’Iran, molto grande, con forti radici culturali nell’area, che merita rispetto, ma che in ogni caso è un forte competitor israelo-statunitense, e questo per le lobby occidentali non è sopportabile.

Netanyahu sogna di eliminare l’Iran degli ayatollah soprattutto perché, se l’Iran si dotasse di bomba atomica, la supremazia sionista nell’area entrerebbe in seria crisi.

Comunque Gideon Levy spera in una soluzione pacifica e osserva che una guerra del genere sarebbe pericolosa per due motivi: primo perché non c’è equilibrio tra le parti, e Israele, anche se non lo ammette, ha la bomba atomica, secondo perché degli USA e in particolare di Trump non ci si può fidare.

L’incontro finisce con molte domande del pubblico rimaste in sospeso e il nostro ospite alla fine ripete quello che già ha detto il giorno prima durante la consegna del premio: la società civile israeliana è ormai succube di un mainstream che non esalta la destra genocidaria sionista ma neanche vi si oppone, e di fatto ne è complice.

Ci ripete che la più grande vittoria della Hasbara in occidente è stata quella di far credere che antisionismo significhi antisemitismo e che parecchi paesi europei sono “caduti nella trappola” emanando leggi in tal senso, ma questo resta un problema delle democrazie europee che devono decidere definitamente da che parte stare.

Infine, ci chiede di continuare la nostra lotta, perché solo un intervento della Comunità Internazionale può interrompere questo circolo vizioso e salvare i palestinesi dalla totale eliminazione; un intervento deciso della Comunità Internazionale, sanzioni serie contro Israele, potrebbero riportare il paese nel solco delle democrazie occidentali, come successe per il Sudafrica.

* Associazione “Per non dimenticare”

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