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Il genocidio prima del 7 ottobre, tecnicamente

Sono andato a leggermi una parte dei cablogrammi di WikiLeaks riguardanti Israele, la Palestina, Gaza, l’Iran, gli Stati Uniti e le monarchie arabe. La quantità di documentazione è semplicemente impressionante. Li ho letti per circa una settimana e più leggevo e più mi convincevo che quella fosse la parte più importante dell’intero archivio, al punto da sospettare che sia proprio questa la ragione per cui Assange ha dovuto pagare un prezzo così alto?

Quando si parla di WikiLeaks, quasi tutti ricordano le rivelazioni sulla guerra in Iraq e in Afghanistan, molto meno conosciuta è invece la parte su Israele: migliaia di documenti riguardanti la Palestina, Gaza, l’Iran e i rapporti tra Israele, gli Stati Uniti e le monarchie arabe, maggiormente oscurati dall’informazione occidentale. E non parlo di semplici indiscrezioni, ma di cablogrammi diplomatici americani che raccontano strategie, valutazioni e decisioni riservate su questioni che ancora oggi sono al centro della politica internazionale.

Ho selezionato, credo i più rivelatori tra quelli che ho letto, soprattutto quelli che mostravano una realtà sul campo, diametralmente opposta alle dichiarazioni pubbliche. Analizziamoli insieme.

Tra i documenti più significativi vi è un cablogramma dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Tel Aviv, datato 3 novembre 2008, che recita: “Funzionari israeliani hanno confermato in più occasioni ai funzionari dell’Ambasciata degli Stati Uniti che intendono mantenere l’economia di Gaza sull’orlo del collasso, senza però spingerla oltre il limite della crisi umanitaria.”

Ma cosa significava, concretamente, “mantenere Gaza sull’orlo del collasso”? Significava innanzitutto controllare rigidamente tutto ciò che entrava nella Striscia. Ricordiamo che siamo nel 2008, pochi mesi prima dell’operazione Piombo Fuso. L’ingresso di alimenti, medicinali, carburante e beni commerciali era sottoposto a severe limitazioni, mentre l’apertura dei valichi variava continuamente in funzione dei capricci delle autorità israeliane.

Un cablogramma descrive un episodio particolarmente significativo: in una determinata giornata vennero autorizzati ad entrare 440.000 litri di carburante destinati alla centrale elettrica di Gaza, una quantità sufficiente a coprire circa un giorno e mezzo di fabbisogno. Il significato pratico di una scelta del genere appare evidente. Se si consente l’ingresso di carburante sufficiente appena per un giorno e mezzo, la centrale è inevitabilmente destinata a fermarsi periodicamente, per poi riprendere a funzionare soltanto quando viene autorizzata l’entrata di un nuovo quantitativo minimo di carburante.

Le conseguenze saranno: interruzioni dell’energia elettrica, difficoltà nel funzionamento degli ospedali, problemi nell’approvvigionamento idrico, nel trattamento delle acque reflue, nella conservazione degli alimenti e in tutte quelle attività che dipendono dall’elettricità. Lo stesso cablogramma riferisce che la centrale elettrica di Gaza risultava spesso ferma. Un altro cablogramma affronta invece il tema degli aiuti umanitari. L’UNRWA riusciva a riprendere la distribuzione degli alimenti soltanto nei periodi in cui i valichi venivano temporaneamente aperti. Grazie a una richiesta di accesso agli atti promossa dall’organizzazione umanitaria israeliana Gisha, venne reso pubblico un documento interno del 2008 del Coordinator of Government Activities in the Territories (COGAT), noto come “Red Lines”.

Quel documento conteneva stime del fabbisogno calorico della popolazione, calcoli sul numero minimo di camion necessari e valutazioni sui quantitativi minimi di alimenti da consentire l’ingresso nella Striscia al fine di evitare una diffusa malnutrizione. Washington era pienamente informata della logica con cui veniva gestito il blocco economico della Striscia.

A mio giudizio, questi documenti si inseriscono in un quadro più ampio della storia: la pressione economica esercitata sulla Striscia di Gaza appare coerente con una strategia di forte contenimento e provocazione di Hamas e della popolazione dell’enclave. Tale pressione ha contribuito ad alimentare un ciclo di tensione e di violenza con l’obiettivo di provocare una risposta armata dei miliziani di Hamas, per giustificare successive operazioni di rappresaglia. Un altro degli aspetti più interessanti emersi dalla lettura dei cablogrammi di WikiLeaks riguarda gli incontri riservati tra i principali esponenti della leadership israeliana e i funzionari americani. Qualunque fosse l’argomento della riunione, il messaggio finale era sempre lo stesso. Per Israele la priorità assoluta aveva un nome preciso: Iran. Tra i protagonisti più interessanti emerge senza dubbio Meir Dagan, direttore del Mossad. Nei cablogrammi Dagan descrive una strategia molto più articolata, basata non soltanto sulle sanzioni economiche ma anche su operazioni clandestine, sabotaggi, guerra informatica, sostegno ai gruppi ostili al regime iraniano e azioni finalizzate a rallentare il programma nucleare.

Tra gli interlocutori compare frequentemente anche Amos Gilad, uno dei principali referenti militari israeliani nei rapporti con Washington. Anche lui ribadisce costantemente che l’Iran rappresenta la vera minaccia strategica e insiste sulla necessità di mantenere una pressione politica ed economica crescente. E naturalmente non poteva mancare Benjamin Netanyahu.

Chi segue da anni la politica israeliana avrà sicuramente visto circolare decine di filmati, alcuni risalenti anche a venticinque o trent’anni fa, nei quali Netanyahu ripete sempre lo stesso concetto: “all’Iran mancano pochi mesi per costruire la bomba atomica”. A volte tre mesi, a volte due, a volte uno.

C’è però un altro elemento che raramente viene ricordato. Per tutti questi anni l’Iran ha consentito le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) nell’ambito degli accordi vigenti.

Nel 2015 venne raggiunto il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare sottoscritto da Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione Europea. L’intesa prevedeva forti limitazioni al programma nucleare iraniano in cambio della revoca graduale delle sanzioni economiche e un sistema di ispezioni internazionali senza precedenti.

A interrompere quell’accordo non fu però l’Iran, bensì gli Stati Uniti, quando nel 2018 il presidente Donald Trump, durante il suo primo mandato, decise unilateralmente di ritirarsi dal JCPOA e di reintrodurre le sanzioni. Da quel momento l’accordo entrò progressivamente in crisi e anche l’Iran iniziò, negli anni successivi, a ridurre il rispetto di alcuni degli impegni assunti.

Ma perché l’Iran viene considerato una minaccia così centrale? La mia impressione è che la risposta possa essere ancora una volta ricercata negli sviluppi degli anni successivi. L’Iran ha dimostrato di possedere capacità militari e missilistiche tali da rappresentare un fattore di deterrenza regionale nei confronti di Israele e degli Stati Uniti. In pratica l’Iran è l’unico attore capace di ostacolare l’espansione coloniale di Israele.

Trump l’8 maggio 2018, definisce l’accordo “orribile” e “a senso unico”, come lui usa dire ogni volta che qualcosa non gli piace: “orribile, terribile”. Sostiene che sia incapace di impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare e addirittura sostiene che l’Iran sta continuando a svilupparla. Secondo lui il sistema delle ispezioni è troppo debole e, inoltre, l’accordo non pone limiti al programma missilistico iraniano.

Secondo Trump, l’Iran non deve possedere bombe nucleari e deve anche essere limitato nella sua capacità di difesa o di attacco. Quale paese al mondo avrebbe accettato accordi del genere?

Un aspetto molto interessante è stata l’influenza, indovinate di chi? Sempre di Netanyahu. Pochi giorni prima dell’annuncio di Trump, Benjamin Netanyahu tenne una conferenza stampa nella quale mostrò il cosiddetto archivio nucleare iraniano, frutto di un’incursione segreta di agenti del Mossad. Sembrava quasi stesse dettando la linea politica a Trump, oltre ad ammettere candidamente che loro facevano incursioni clandestine sul territorio iraniano.

Del resto c’è una storia che racconta che per loro i confini valgono meno di quanto vale il diritto internazionale per Tajani, fino a un certo punto. Sono passati otto anni e anche nel 2018 Netanyahu diceva che mancavano pochi mesi al nucleare iraniano. Sono passati otto anni e quest’arma nucleare ancora non c’è. Esattamente come non c’erano le armi di distruzione di massa in Iraq. Però serviva una scusa per attaccarlo.

Ma se gli Stati Uniti escono dall’accordo, gli altri attori dell’accordo come si comportano? Nel 2018 l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica aveva ripetutamente certificato che l’Iran stava rispettando gli impegni nucleari previsti dal JCPOA. Anche Francia, Germania, Regno Unito, Unione Europea, Russia e Cina erano favorevoli a mantenere in vita l’accordo e tutti quanti criticarono aspramente la decisione di Trump, soprattutto la Russia che accusò apertamente Washington di violare il diritto internazionale.

Dopo il ritiro Washington reintrodusse le sanzioni della cosiddetta “massima pressione” e l’Iran inizialmente continuò a rispettare l’accordo, ma poi, nel 2019, iniziò progressivamente a superare alcuni limiti, chiaramente sostenendo che stava rispondendo alle violazioni americane e alle continue minacce di attacco di Israele.

In conseguenza di questo, poi, i rapporti tra Europa e Iran si sono deteriorati sia per il sostegno iraniano alla Russia, sia per le repressioni e le violazioni dei diritti civili del regime degli ayatollah (mi viene quasi da ridere, sembra il bue che dice cornuto all’asino).

Già questa, a mio giudizio, è una questione che bisognerebbe approfondire. Perché, tornando a Meir Dagan, l’allora direttore del Mossad, in un incontro avvenuto nel 2007 con il sottosegretario americano Nicholas Burns, Dagan espose quella che definì una strategia in cinque pilastri.

Il primo pilastro era la pressione economica, il secondo pilastro era l’isolamento diplomatico. Secondo me il pilastro centrale è il terzo: le operazioni clandestine, cioè operazioni di sabotaggio e di attacco condotte sul territorio iraniano. È interessante rileggere queste cose con il senno di poi, perché tutto ciò che è scritto, si è realmente verificato negli anni successivi: sabotaggi contro impianti nucleari, omicidi di alcuni scienziati nucleari iraniani attribuiti al Mossad e operazioni di guerra informatica.

Ma non meno importante è il quarto pilastro, cioè il sostegno alle minoranze iraniane. È un passaggio molto interessante, perché Dagan premeva per una maggiore attività con i gruppi minoritari iraniani finalizzata al cambio di regime. I cablogrammi non riportano nomi di gruppi in particolare, ma dai riferimenti gli analisti hanno individuato principalmente i curdi iraniani.

Il quinto pilastro era mantenere sempre credibile l’azione militare su larga scala. Ditemi: quale Paese, al posto dell’Iran, non si sentirebbe minacciato dall’avere vicino una nazione che è sempre in guerra?

Molti cablogrammi pubblicati da WikiLeaks, documentano la convergenza strategica tra Israele, le monarchie del Golfo, l’Egitto e gli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Per decenni l’opinione pubblica occidentale è cresciuta con l’idea di un Medio Oriente diviso in due blocchi contrapposti: da una parte Israele, dall’altra il mondo arabo.

I cablogrammi raccontano una realtà molto diversa. Uno dei documenti più noti è quello datato 20 aprile 2008. L’ambasciatore saudita a Washington, Adel al-Jubeir, riferisce ai diplomatici americani le parole del re Abdullah. La frase è rimasta famosa: «Tagliate la testa del serpente.» Il serpente era chiaramente l’Iran.

Sempre nello stesso cablogramma viene spiegato che il sovrano saudita aveva ripetutamente esortato gli Stati Uniti ad attaccare militarmente l’Iran per porre fine al suo programma nucleare. Le stesse richieste emergono nei cablogrammi riguardanti il Bahrain, la Giordania, l’Egitto, l’Arabia Sauditae gli Emirati Arabi Uniti.

Ma il vero elemento storico che dovrebbe far riflettere è un altro. Tutte queste monarchie, almeno pubblicamente, mantenevano posizioni molto dure nei confronti di Israele. Dietro le quinte, però, condividevano la stessa priorità strategica: contenere l’Iran, indebolirne l’influenza regionale e sostenere un intervento militare americano. Alla luce di questi documenti, gli Accordi di Abramo del 2020 non appaiono più come una svolta improvvisa, ma come la formalizzazione di un’intesa strategica che esisteva già da molti anni.

Se i cablogrammi esaminati ci hanno mostrato quanto l’Iran rappresentasse la priorità assoluta di Israele, quelli che riguardano la collaborazione con gli Stati Uniti ci permettono di capire qualcosa di ancora più importante: il livello di integrazione raggiunto dai due apparati politico-militari.

Leggendo questi documenti si ha infatti l’impressione di osservare due strutture che lavorano quotidianamente sugli stessi dossier, condividendo valutazioni, analisi strategiche e scenari militari.

Uno degli strumenti principali di questa cooperazione era il Joint Political Military Group (JPMG), un organismo permanente attraverso il quale alti funzionari israeliani, rappresentanti del Pentagono, diplomatici del Dipartimento di Stato e responsabili dell’intelligence americana si incontravano periodicamente per confrontarsi sulle principali questioni di sicurezza del Medio Oriente. L’Iran rappresentava, ancora una volta, il tema dominante.

Tra gli interlocutori che compaiono con maggiore frequenza troviamo ancora una volta Amos Gilad, uno dei principali referenti militari israeliani nei rapporti con Washington. Nei suoi incontri con gli americani emerge con chiarezza una convinzione costante: la minaccia principale non era rappresentata soltanto dall’eventuale programma nucleare iraniano, ma anche dalla crescente capacità missilistica di Teheran e dalla rete di alleanze costruita dall’Iran nella regione.

Rileggendo oggi quei documenti diventa quasi naturale comprendere perché, ogni volta che Israele viene colpito da missili provenienti dall’Iran o da gruppi a esso collegati, gli Stati Uniti intervengano immediatamente con mezzi, radar e sistemi di difesa a supporto di Israele.

Anche il quotidiano britannico The Guardian, analizzando questi cablogrammi, descrive il rapporto tra intelligence israeliana e americana come una cooperazione estremamente stretta, caratterizzata da un flusso continuo di informazioni, valutazioni e pianificazione strategica.

Una serie di cablogrammi estremamente rivelatori, dimostrano come gli stessi diplomatici americani fossero perfettamente consapevoli che la continua espansione degli insediamenti israeliani stesse rendendo impossibile, la nascita di uno Stato palestinese. Per anni l’opinione pubblica occidentale ha avuto l’impressione che il principale ostacolo alla pace fosse rappresentato esclusivamente dal terrorismo palestinese o dall’assenza di interlocutori affidabili.

Leggendo questi documenti emerge invece un quadro molto diverso. Gli stessi funzionari americani descrivono l’espansione degli insediamenti e le demolizioni delle abitazioni palestinesi, come fattori che, giorno dopo giorno, stavano modificando irreversibilmente la geografia della Cisgiordania.

Uno dei cablogrammi più significativi è il 05TELAVIV1844, dedicato alla cosiddetta area E1, il corridoio compreso tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim. A prima vista potrebbe sembrare una normale zona edificabile. In realtà quella striscia di territorio rappresentava uno dei punti più delicati dell’intero conflitto. Se Israele avesse completato la costruzione in quell’area, avrebbe collegato fisicamente Gerusalemme Est ai grandi blocchi coloniali della Cisgiordania, interrompendo la continuità territoriale tra il nord e il sud di un futuro Stato palestinese.

Si stavano costruendo strade, svincoli, reti infrastrutturali, collegamenti viari e servizi destinati a rendere permanente la presenza israeliana nella zona. E con una precisione svizzera, se guardiamo oggi quello che succede in quel territorio, scopriamo che nel 2025 abitazioni e infrastrutture sono in stato avanzatissimo.

Un altro gruppo di cablogrammi affronta invece il tema delle demolizioni delle abitazioni palestinesi. Nel documento 08JERUSALEM1522, il Consolato americano di Gerusalemme racconta la demolizione di quattro abitazioni palestinesi a Gerusalemme Est, due delle quali nel quartiere di Beit Hanina.

Le autorità israeliane giustificano l’intervento sostenendo che gli edifici fossero stati costruiti senza autorizzazione. I proprietari spiegano invece ai diplomatici americani che ottenere quei permessi era praticamente impossibile. Le loro terre erano state classificate come “zone verdi”, rendendo di fatto vietata qualsiasi edificazione palestinese. Spiego meglio questo passaggio: Israele decide sul territorio palestinese dove si può costruire e dove non lo si può fare. Ma ci rendiamo conto?

Una delle proprietarie, Husnia Ajluni, dopo aver visto la propria casa ridotta in macerie, indica agli americani gli insediamenti israeliani di Ramot Allon e Ramot Shlomo, chiedendo come fosse possibile che gli israeliani potessero continuare a costruire mentre ai palestinesi veniva impedito perfino di edificare sulle proprie terre.

I permessi vengono concessi con estrema difficoltà ai palestinesi e quando questi ultimi costruiscono comunque, perché hanno bisogno di una casa in cui vivere, gli edifici vengono demoliti perché privi di autorizzazione. Nel frattempo gli insediamenti israeliani continuano ad ampliarsi.

I cablogrammi mostrano anche come gli Stati Uniti fossero perfettamente consapevoli di questo meccanismo e come, in alcuni casi tentarono di arginare la troppo esplicita espansione israeliana. Ma come reagiva Israele a queste pressioni americane? Anche qui WikiLeaks offre una risposta molto chiara.

Nel cablogramma 09TELAVIV2021 viene riportata una riunione della Commissione Esteri e Difesa della Knesset durante la quale Netanyahu chiarisce che Israele non avrebbe mai accettato un congelamento totale delle costruzioni negli insediamenti e che sarebbe continuata la costruzione di circa 2.500 unità abitative e tutte le infrastrutture pianificate. Quindi come sempre, Israele fa quello che gli pare.

Terminata la lettura dei cablogrammi di WikiLeaks, è difficile continuare a osservare il Medio Oriente con gli stessi occhi.

Per anni il dibattito pubblico è stato costruito sulla narrazione: Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra; l’Iran come unica minaccia; il processo di pace continuamente ostacolato dall’estremismo palestinese. I documenti raccontano una realtà totalmente opposta.

Tutto questo non emerge da rivelazioni complottistiche, emerge da documenti diplomatici americani, da conversazioni riservate tra governi alleati. Il valore più importante di WikiLeaks é stato quello di permettere all’opinione pubblica, di leggere ciò che i governi si dicono quando credono che nessuno li stia ascoltando.

Una cosa sono le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa e i comunicati destinati alle popolazioni, altra sono i cablogrammi riservati, nei quali gli stessi governi parlano con maggiore franchezza dei propri obiettivi, delle proprie strategie e delle proprie preoccupazioni.

Dispiace soltanto pensare al prezzo che Julian Assange ha dovuto pagare per aver reso pubblici questi documenti. Anni di isolamento, procedimenti giudiziari e privazione della libertà hanno rappresentato il costo personale di una delle più grandi operazioni di trasparenza della storia contemporanea. E, leggendo questi documenti, mi chiedo quanto sarebbe stata diversa l’opinione pubblica occidentale se questi documenti fossero stati raccontati dai telegiornali e dai principali quotidiani, invece di rimanere confinati quasi esclusivamente agli archivi di WikiLeaks?

È una domanda alla quale ciascun lettore darà la propria risposta. Ma è una domanda che, dopo aver letto questi documenti, diventa difficile non porsi.

* da Facebook, politico austriaco

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