Mentre ancora non si erano aperte le urne per le elezioni di midterm, che i sondaggi definiscono “uno tsunami blu” (il colore del partito democatico), Trump ha ordinato un estemporaneo attacco contro l’isola di Qeshm – la più grande nello Stretto di Hormuz.
Al tempo stesso sia da Tehran che da Washington – dal lato vicepresidente J.D. Vance – si assicura che si stanno portando avanti colloqui miranti alla pace o quanto meno a una sospensione a tempo indeterminato delle ostilità.
Finora, sappiamo che ci sono state cinque esplosioni sull’isola di Qeshm in Iran. Nei precedenti round di guerra, era stata colpita più volte perché è un’isola strategica.
Curiosamente, né il Pentagono né la Repubblica Islamica confermano gli attacchi, che sono stati resi noti solo dai media, sia statunitensi che arabi. Segno, probabilmente, che si vuole mantenere aperta la strada al negoziato pure in presenza di “colpi di testa” che appaiono motivati fondamentalmente dalla pressione di Netanyahu su Trump.
Militarmente questi attacchi non sembrano avere alcun senso, e le “Guardie della Rivoluzione” hanno gioco facile nel presentare semmai i propri successi con l’abbattimento di due droni da ricognizione americani MQM-170 a sud di Qeshm, mentre i suoi sistemi di difesa aerea hanno intercettato e distrutto un drone americano MQ-9 sulla parte orientale dello Stretto di Hormuz.
Il presidente del Parlamento e fin qui capo-negoziatore, Qalibaf, senza neanche nominare gli “incidenti di Qeshm”, ha avvertito ancora una volta che “Qualsiasi errore di calcolo militare da parte degli USA scatenerebbe una risposta iraniana imprevedibile e vasta“. Senza confini geografici limitati al Golfo, insomma, a conferma che l’arsenale missilistico di Tehran si è arricchito di vettori a più lunga gittata.
Ha confermato però che, pur tenendo il dito sul grilletto, il suo paese ha offerto agli USA una risposta “forte e razionale” affidandola ai mediatori qatarioti che nei giorni scorsi erano a Tehran.
In qualche modo le proposte iraniane sono state esposte dal capo di stato maggiore, il generale Ali Abdollahi, come una tabella di marcia per la sicurezza duratura dell’Iran.
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La fine delle ostilità su tutti i fronti, tra cui Libano e Gaza
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La completa revoca delle sanzioni contro l’Iran e lo zero dei suoi beni
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Riparazioni di guerra per Teheran (magari accettando che le navi in transito per Hormuz paghino un pedaggio)
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Riconoscimento della sovranità dell’Iran sullo stretto di Hormuz
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Una garanzia contro la futura aggressione e l’istituzione di un quadro di sicurezza regionale per l’Asia occidentale
La questione principale è la diffidenza tra le due parti. Gli iraniani dicono che due volte in precedenza gli Stati Uniti li hanno attaccati quando erano impegnati nella diplomazia. Ecco perché chiedono passi concreti, come la revoca delle sanzioni, la rimozione del blocco navale, il ritorno di asset iraniani congelati e la possibilità che l’Iran venda petrolio sul mercato globale.
Inutile far previsioni sugli sviluppi, che sembra ormai dipendere non tanto dagli interessi strategici degli Stati Uniti nel Medio Oriente ma dalla forza residua del ricatto israeliano nei confronti di Trump (fin quando potrà mantenersi al riparo dal Congresso), con Netanyahu ormai alle corde se si concretizzerà un qualche accordo di governo tra il blocco di Eisenkot e i due partiti palestinesi-israeliani presenti nella Knesset.
Una volta fuori dal governo, infatti, diventerebbe più probabile la sua messa in stato d’accusa e forse anche di arresto, sia per le vicende di corruzione che per la gestione criminale delle informazioni ricevute prima del 7 ottobre sull’attacco di Hamas.
Anche una eventuale fuga all’estero dovrebbe a quel punto essere ragionata bene, perché non sono pochi i paesi che potrebbero accorgersi, solo a giochi fati, che nei suoi confronti pende un mandato di cattura da parte della Corte internazionale.
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