Per prima cosa, non aspettiamoci un risultato definitivo prima di domani. Può sembrare assurdo, nel paese che si vanta di essere all’avanguardia tecnologica del pianeta, ma lì si vota “a mano”, o anche per posta, ed ogni singolo stato ha le sue regole per lo scrutinio, spesso diverse.
A seconda delle regole, i primi risultati premieranno un partito o l’altro, per poi essere corretti man mano che lo scrutinio prosegue. In genere le città finiscono prima, e i risultati tendono a premiare i “democratici” (stavolta spesso addirittura “socialisti”… con caratteristiche statunitensi), così come il voto per posta, che però da alcune parti viene conteggiato per primo, in altre per ultimo.
In secondo luogo, la grande estensione territoriale fa sì che la costa orientale – e soprattutto la Florida – consegna i propri risultati per prima, in genere illudendo i repubblicani, mentre gli stati del midwest e soprattutto la costa occidentale (la California e lo stato di Washington, quello con capitale Seattle) corregge spesso radicalmente le prime impressioni.
In più, come altre volte, si sono verificati problemi “tecnici” assolutamente ridicoli nel terzo millennio nel paese più avanzato del mondo. Nella contea di Westchester, nello stato di New York, molti elettori non sarebbero riusciti a votare a causa dello spessore delle schede cartacee (che devono essere forate con una macchinetta, non con la matita o una penna).
L‘amministrazione della contea di Westchester è stata costretta così ad avvertire, sul suo sito, che “Sia chiaro: ogni voto valido verrà conteggiato“. Pare che alla fine gli elettori che sono andati al seggio abbiano dovuto compilare schede cartacee come in Italia, anziché utilizzare le macchinette.
In un caos del genere le malevole intenzioni trumpiane pascolano allegramente, tra ridisegno dei collegi elettorali per diluire il vantaggio “democratico” – dove c’è – o blindare il voto repubblicano (si vota col sistema maggioritario: “prende il seggio chi ha un voto in più”), e le minaccia di ricorsi in tribunale per contestare i risultati dove sono negativi.
Anche se l’unico scopo immediato di tali ricorsi sarebbe quello di lasciare nel vago l’attribuzione di alcuni seggi e quindi la maggioranza sia alla Camera che al Senato. In quel vuoto temporale, sarebbe ancora libero di prendere qualsiasi decisione in materia di politica estera pace o guerra.
L’elemento probabilmente decisivo sarà l’affluenza, che fin dalle prime ore è apparsa molto superiore alla norma. Grandi spostamenti di voto sono attesi da gruppi ultimamente aderenti al trumpismo, come i neri, gli ispanici e i giovani. Non paradossalmente su questi ha inciso molto negativamente le “tecniche invasive” dell’Ice alla caccia di “coloured” da sequestrare ed espellere dal paese, nonché il genocidio in Palestina, che ha rovesciato le tendenza soprattutto nelle nuove generazioni.
Un anno fa, metà dei giovani elettori di Trump era certa che avrebbe votato alle elezioni di quest’anno, ma già nella scorsa primavera quel numero è calato drasticamente: la percentuale di giovani che avevano sostenuto Trump e che erano certi di votare è diminuita di 11 punti. Un ultimo disperato tentativo di trattenerne almeno un po’ è arrivato ieri mattina, a urne aperte, con l’annuncio di voler sospendere a fine anno i rifornimenti militari a Israele, circa 4 miliardi.
Ma il dato centrale resta l’enorme peso dei finanziamenti d parte di fondi privati che si è riversato sui candidati. Tra questi, come al solito, è stato protagonista l’Aipac – il fondo elettorale ufficiale della finanza israeliana in America – che nel Michigan ha spinto al clamoroso “tradimento” la propria sovvenzionata, Haley Stevens che, dopo aver perso le primarie contro il ricercatore medico El Sayed – musulmano e antisionista – ha deciso di voltare le spalle al partito democratico e appoggiare il candidato repubblicano, Mike Rogers.
Solo dopo questa giravolta è uscito fuori che la portavoce di Rogers, Abigail Ronson, è “un’agente straniera registrata per conto di Israele“, così come il ghost writer dei comunicati per la campagna, Jesse Stokes. Tutto torna, insomma. Se El Sayed non avesse scompaginato i giochi il Michigan se lo sarebbero formalmente “conteso” due polli in batteria dello stesso fondo “straniero”.
Troppo poco e troppo tardi per mettere in discussione il risultato, probabilmente, ma indicativo del fatto che la “democrazia Usa” è ridotta alla scelta tra prodotti pubblicizzati sullo scaffale del supermercato elettorale, senza “valori” e programmi, che possano garantire al massimo grado gli interessi del finanziatore più generoso. Che è poi Elon Musk, anche stavolta, con quasi mezzo miliardi dollari gettati nella “tenzone”.
Gli stessi sondaggisti però avvertono: molti elettori voteranno “contro qualcuno”, più che i favore di un candidato. Colpa del costo della vita, dei carburanti, dei costi delle cure sanitarie, ecc. Su questo ben pochi candidati hanno proposte chiare (in genere quelli “socialisti”), ma entrambi i partiti sono completamente inattendibili agli occhi della “gente”.
Il paradosso diventa evidente quando misurano il gradimento dei due partiti (non dei singoli candidati): i “democratici” sono considerati ancor meno attendibili dei repubblicani trumpiani. E anche se dovessero vincere largamente questa tornata, ciò non significa affatto che siano favoriti per le presidenziali del 2028.
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