(In aggiornamento) Comincia molto male per Trump. Uno dei primi risultati certi di questa tornata elettorale assegna a Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, la carica di governatrice della Georgia. E’ una donna afroamericana, la prima ad assumere questa carica in tutti gli Stati Uniti e la prima donna comunque a farlo in Georgia, uno stato del sud di lunga tradizione razzista con una forte presenza residua del Ku Klux Klan.
Ha sconfitto il repubblicano Rick Jackson, un miliardario del settore sanitario privato, ed anche questo è un segnale della ritrovata importanza dei temi sociali in tempi di crisi.
Sempre in Georgia il democratico Jon Ossoff ha ottenuto la rielezione al Senato, stroncando così le speranze trumpiane di riprendersi un o stato tradizionalmente repubblicano. Era uno degli stati ritenuti più incerti ed erano state spese cifre folli per appoggiare il suo rivale.
In North Carolina, il democratico Roy Cooper ha sconfitto il candidato scelto personalmente da Trump, Michael Whatley, conquistando uno dei due seggi al Senato degli Stati Uniti attualmente detenuti dal Partito Repubblicano.
Al di là delle singole vittorie in questa o quella località, emerge immediatamente una forte prevalenza di seggi assegnati ai democratici, spesso anche appartenenti all’ala “socialista”, in forte crescita già nei sondaggi.
A rovesciare i rapporti di forza in molte località hanno concorso molti fattori. Uno dei più importanti sembra la violenza dell’ICE – polizia anti-immigrazione che sembra ormai una milizia privata del presidente, con tratti apertamente nazi – che ha fatto cambiare idea a molti latinos ed esponenti della comunità nera.
Ma su tutto sembra dominare la preoccupazione per il costo della vita, a partire da quello dei carburanti, il cui legame con la guerra all’Iran è così chiaro da spostare consensi massicci a favore dell’opposizione (per quanto “tenera” sia sta finora).
Alle 4 di mattina, ora italiana, 100 seggi della Camera risultano già assegnati ai “dem”, mentre solo 53 ai repubblicani. Un’ora dopo lo scarto resta praticamente identico, anzi cresce (142 a 83).
Al Senato, invece – dove è in ballo il rinnovo di 35 posti sui 100 totali – dieci sono quelli già assegnati ai “dem”, mentre solo 5 agli uomini di Trump. Anche qui, alle 5 di mattina, i “dem” risultano avere già 48 seggi in totale (compresi quelli “vecchi”, non interessati da queste elezioni), mentre i repubblicani sono fermi a 37.
Ricordiamo che qui servirebbe uno scarto finale di quattro seggi per rovesciare la maggioranza che finora ha supportato il presidente e lasciarlo assolutamente privo di una qualsiasi maggioranza parlamentare. Alle 4, dicevamo, ai “dem” mancano solo 6 seggi per ottenere questo risultato, mentre ai repubblicani ne mancano 15.
Le prime dichiarazioni del tycoon sono ovviamente furibonde e piene di minacce di far ricorso a “poteri enormi” che peraltro non sono previsti dalla Costituzione, che pure è disegnata in senso fortemente “presidenzialista”. Ma non mancano le esternazioni patetiche, da vecchio rimbambito, come quella secondo cui “i repubblicani stanno perdendo perché non sono candidato io“.
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