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Il nuovo contratto integrativo di Eataly. Analisi di un accordo pericoloso

Qualche giorno fa, è stato siglato il contratto integrativo aziendale (CIA) per i circa 1890 dipendenti del gruppo Eataly. Protagonisti, da un lato, i sindacati Filcams-CGIL, Fisascat-CISL e Uiltucs, e la dirigenza aziendale capitanata da Francesco Farinetti dall’altro.

L’evento fa notizia (qui, qui e qui): si parla di “armonia di intenti per i sindacati”, di “accrescimento dei processi di partecipazione dei dipendenti” e di “nuove forme di welfare aziendale”. Eataly da parte sua ne esce indubbiamente rafforzata, dando di sé l’immagine di un’impresa multinazionale sostenibile, in grado di coniugare crescita, qualità del prodotto e diritti sul lavoro. Un risultato in grado di sostenere le scelte del nuovo presidente esecutivo Andrea Guerra, già consigliere economico di Matteo Renzi, il quale ha accelerato l’ingresso in borsa del gioiello di famiglia Farinetti.

 

Precedenti da dimenticare

Prima di entrare nel merito dell’accordo, ci pare utile collocarne la stipula all’interno di un quadro storico più ampio di quello fornito dalle testate giornalistiche. Un po’ dappertutto si dichiara infatti che le trattative durano ormai da 10 mesi. Se è vero infatti che la piattaforma sindacale è stata presentata a fine gennaio, le trattative tra Eataly e i confederali vengono da più lontano, da quando cioè esplose una mobilitazione per le stabilizzazioni dei dipendenti. Precisamente, il primo incontro tra sindacalisti Filcams CGIL e Francesco Farinetti è databile al 4 settembre 2014, ossia a qualche giorno dopo lo sciopero organizzato dai Cobas all’interno dello store fiorentino. La mobilitazione di alcuni dipendenti e l’inchiesta che abbiamo prodotto insieme a loro, ha scoperchiato un mondo fatto di contratti precari, evasione contrattuale e autoritarismo aziendale. L’accordo del 4 settembre (vedi immagine)–che prevedeva una stabilizzazione a tappe dei dipendenti fiorentini – è stato dunque un primo risultato di quella lotta, anche se non veniva pienamente incontro alle richieste dei lavoratori. Farinetti, non potendo fare unicamente appoggio sulle sue conoscenze politiche, doveva in qualche modo normalizzare la situazione pur di ripulire il marchio Eataly.

2015 11 05 AccordoEatalyCgilCosì, la trattativa iniziata a Firenze prosegue in ambito nazionale. Il primo punto all’ordine del giorno è la stabilizzazione del personale: mentre Oscar Farinetti si ostina a raccontare frottole ai giornali, annunciando un 80% di indeterminati, nella realtà le cose vanno diversamente, in particolare per quanto riguarda i nuovi negozi (Milano, Piacenza, Bari, Firenze). Ancora a febbraio 2015 gli indeterminati sono solo il 65,18% (il CCNL vorrebbe l’80%). Nei nuovi negozi, poi, la situazione è disastrosa: se si eccettua Firenze, dove la lotta ha fatto balzare gli indeterminati al 70%, a Bari siamo al 45,22%, a Milano Smeraldo al 47,7%, a Piacenza al 27,12%. Per consentire il rientro nella “normalità” dell’azienda, i sindacati a Milano firmano un accordo pilota,il primo “accordo nazionale” nella storia dell’azienda: Eataly ad ogni nuova apertura avrà un anno di tempo per rientrare all’interno delle percentuali sui contratti previste dal CCNL Turismo e Pubblici Esercizi. L’accordo viene presentato come una concessione dell’azienda, che stabilizza i suoi dipendenti dopo solo un anno, contro i tre previsti dal decreto Poletti. In realtà, la narrazione che ne fanno i giornali distorce la realtà, perché il decreto Poletti con l’accordo non c’entra proprio nulla! Se infatti il decreto Poletti da la possibilità alle aziende di rinnovare il singolo contratto a tempo determinato fino a tre anni dalla sua prima stipula, l’intesa tra Eataly e i sindacati riguarda le percentuali di contratti precari sul totale dei contratti stipulati in azienda. In questo caso la norma di riferimento non è il decreto Poletti, ma il CCNL di settore, che indica percentuali precise per le nuove aperture, regole che però l’azienda può tranquillamente evadere. L’accordo si rende necessario per dare all’azienda più flessibilità sulla scelta del personale (e per garantirsi la sua “fedeltà”), stabilendo una volta per tutte una delle grandi falsità su Eataly: ogni nuova apertura deve essere trattata come una start-up, anche se – come vedremo – questa categoria è lontanissima dal definire ciò che Eataly è realmente.

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Il nuovo Contratto Integrativo Aziendale

Una volta rodata la concertazione con l’azienda, i sindacati Confederali presentano a fine gennaio 2015 una “piattaforma”, che passa celermente per le assemblee dei lavoratori e finisce subito sul tavolo di trattativa. Nel foglio presentato all’interno delle assemblee in realtà non c’è scritto proprio niente: qualche sviolinata nei confronti dell’azienda – “una delle poche realtà in grado di incidere positivamente sul delicato fronte della occupazione giovanile” – e alcuni punti affrontati in maniera molto vaga. Nonostante i sindacati abbiano deciso di lasciarsi i  “vecchi” problemi sui contratti alle spalle, però, il primo punto della piattaforma fa riferimento ad una questione centrale: quella dell’inquadramento salariale. Nelle assemblee e nella piattaforma non se ne parla, ma dai documenti aziendali risulta che più dell’80% dei dipendenti è inquadrato al 5° livello o a livello più basso (6°, 6° super e 7°). Le cose non tornano, perché stando alle declaratorie del CCNL di settore tantissimi operai dovrebbero trovarsi al 4° livello, e diversi a quello superiore. Evidentemente, la maggior parte del personale è sotto-inquadrata.
I sindacati fanno presente questo aspetto all’azienda – ai lavoratori invece poco o niente –, ma la trattativa langue: di mezzo ci sono tanti affari, a partire da quello di Expo, così,  come da copione, la trattativa riprende ad ottobre e termina alla fine del mese.

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Siamo molto soddisfatti”, questa la reazione dei confederali all’intesa. I resoconti pubblicati su internet dai sindacati di categoria effettivamente sono piuttosto entusiasti: per quanto riguarda la parte salariale, l’azienda concede 2 ore di assemblea in più all’anno (12 invece delle 10 da CCNL); 4 settimane di preavviso per la comunicazione degli orari e l’elezione dei Responsabili dei Lavoratori alla Sicurezza. Un riconoscimento al ruolo importante del sindacato che puzza un po’ di contentino, soprattutto se confrontato con quanto viene concesso in cambio da chi dovrebbe rappresentare gli interessi dei lavoratori.  
I sindacati infatti cedono tanto. In primo luogo accettano di definire Eataly una “start-up”: in questo modo l’azienda può tranquillamente disporre, per tutto il primo periodo di apertura di nuovi negozi, di un margine di manovra molto ampio nella selezione del proprio personale. Non è infatti obbligata in alcun modo a rispettare le percentuali del CCNL (già di per sé piuttosto permissive), né in materia di contratti (e infatti Eataly in tutte le nuove aperture utilizza contratti precari e lavoro interinale a iosa), né in materia di orari di lavoro. Peccato che Eataly, con un fatturato che quest’anno sfonderà il tetto dei 400 mln (di cui 30 guadagnati con Expo, cioè grazie alle nostre tasse), la quotazione in borsa e l’eredità di un colosso come Unieuro, non sia affatto una start-up1.  È facile immaginare come si comporterà l’azienda nel primo anno di vita: dapprima assumerà una grande quantità di giovani attraverso contratti precari, poi col tempo selezionerà i suoi preferiti (non dovendo giustificare i licenziamenti), in base non solo (e non tanto) alle qualità lavorative, bensì dando più peso al rispetto dei ritmi e alla fedeltà all’azienda (così per esempio vengono scelti diversi responsabili di reparto).
In secondo luogo, nonostante le controparti abbiano avuto (almeno) 10 mesi per discutere, viene concessa all’azienda una dilazione temporale nell’erogazione del salario variabile (cioè entro giugno 2017!), in modo che il nuovo management possa approntare “eventuali ulteriori approfondimenti”. Evidentemente, nonostante il balzo in avanti fatto fare ai ricavi aziendali negli ultimi due anni, il salario dei lavoratori può aspettare….
C’è da dire infine che non una parola viene spesa sul controllo dei ritmi e dell’organico. Dalle testimonianze dei lavoratori, sappiamo infatti che esistono reparti che lavorano costantemente sotto organico. Una situazione che induce stress e che spesso è la causa ultima di conflitti tra reparti (sala e cucina) o tra singoli lavoratori, conflitti che esplodono in basso ma che hanno la loro origine in alto, negli stessi interessi aziendali.
Il punto dolente del contratto – “indigeribile”, secondo la Uiltucs – è però un altro: l’azienda non ha voluto trattare sul tema dell’inquadramento, cosicché può risparmiare una bella sommetta (circa un centinaio di euro mensili per dipendente). La cosa buffa è che i sindacati, nonostante si siano da tempo resi conto dell’indisponibilità dell’azienda a trattare su questo punto, hanno evitato di proclamare finanche un’ora di sciopero.

L’ideologia dietro l’economia, l’economia dietro l’ideologia

In fin dei conti, la trattativa – almeno dal punto di vista dei lavoratori – è andata piuttosto maluccio.  Tuttavia, pur considerando che il sindacalismo nostrano non gode esattamente di ottima salute, l’entusiasmo dei dirigenti di federazione non si spiega se non guardando alla seconda parte dell’accordo. Eataly qui propone un vero e proprio modello alternativo di welfare, con tanto di congedo matrimoniale e buoni spesa per le unioni civili (anche omosessuali);  il congedo parentale – tanto per il padre quanto per la madre – per l’inserimento negli asili nido; il diritto allo studio garantito attraverso i corsi aziendali e una maggiore flessibilità oraria per chi volesse seguire lezioni scolastiche o universitarie. Dal punto di vista economico, l’azienda stanzierà 100.000 euro da spendere in welfare integrativo. Facendo un rapido calcolo, si tratta di poco meno di 53 euro a dipendente. Molto meno di quello che l’azienda guadagna mensilmente evitando di inquadrare correttamente i propri dipendenti.

Quello che però colpisce non è il dato numerico (evidentemente sfavorevole al lavoratore), quanto quello politico che lo sovrasta: “Eataly è un’azienda che ci tiene ai propri dipendenti”. Siamo da tempo abituati a un Farinetti in grado di costruire intorno alla sua azienda un’immagine che non è semplice pubblicità, ma un qualcosa di più, in grado di suscitare consenso.  Così, dopo lo sciopero e le polemiche di un anno fa, che l’hanno messa in cattiva luce,  l’azienda si auto elegge paladina dei lavoratori. Ed ecco spuntare fuori dal cilindro l’asilo aziendale, la sanità integrativa, le lezioni (aziendali) retribuite. Poco importa che in termini economici ciò che viene sottratto ai lavoratori sia molto, molto di più di quello che viene loro “concesso”. Poco importa se a decidere sia in ultima istanza sempre l’azienda. Quello che conta è costruire una narrazione in cui l’azienda fa sì tanti profitti, ma in fondo è come una grande famiglia che avvicina i lavoratori ai responsabili, i “nonni contadini” ai consumatori,  che si prende cura di loro. E l’Italia – e con essa le sue istituzioni – sarebbe un posto migliore se fosse al servizio – e se si identificasse con – realtà come quella di Eataly2.  
Avevamo già affrontato il tema del totalitarismo aziendale discutendo di un vecchio spot di McDonald’s, ma vi torneremo sicuramente sopra quando affronteremo i recenti rinnovi dei contratti integrativi di importanti aziende (oltre a Eataly, anche IKEA) o dei CCNL di intere categorie (come la piattaforma dei metalmeccanici proposta dalla FIOM), che dedicano ampio spazio al tema del welfare aziendale. Un tema ambiguo e pericoloso, che se da un lato fidelizza politicamente i lavoratori alle proprie aziende, d’altra parte rappresenta una fase successiva dell’attacco al servizio sanitario nazionale. Ci basti segnalare che uno dei sistemi sanitari più inefficienti e iniqui del mondo, quello statunitense, è basato sull’acquisto aziendale di servizi sanitari privati, mentre quello italiano, che nonostante i tagli continua ad essere relativamente tra i più efficienti dei paesi sviluppati, si fonda (ma ancora per quanto??) sul predominio del servizio pubblico rispetto al privato.
È forse un caso che Eataly, mentre da un lato “offre” ai propri dipendenti l’accesso alla sanità integrativa, si proponga come uno dei maggiori sponsor del Governo Renzi (e quindi dei tagli a servizi e ospedali)?

Ne parleremo nella prossima puntata…

 

1. La start up, secondo il D.L. del 18 Ottobre 2012 n.179, deve essere costituita, e svolgere attività d’impresa, da non più di 48 mesi; avere la sede principale dei propri affari ed interessi in Italia; possedere una produzione annua, a partire dal secondo anno, non superiore ai 5 milioni di euro; non distribuire o aver distribuito utili; deve avere quale oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico; la società non deve essere stata costituita da una fusione, scissione societaria od a seguito di cessione d’azienda o di ramo d’azienda. Oltre a questo, va aggiunto che la “start-up innovativa”, per essere tale, deve possedere almeno uno dei seguenti requisiti necessari:

le spese in ricerca e sviluppo sostenute dalla società debbono essere uguali o superiori al 15% del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione;

la società deve impiegare come dipendenti o collaboratori, a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore ad 1/3 della propria forza lavoro, personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca; è possibile, in alternativa, impiegare come dipendenti o collaboratori, a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore a 2/3 della forza lavoro complessiva, personale in possesso di laurea magistrale;

la società deve essere titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa ad una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o ad una nuova varietà vegetale direttamente afferenti all’oggetto sociale ed all’attività d’impresa.

È evidente che Eataly non rispetta nessuno di questi requisiti.

2. Su questi aspetti consigliamo la lettura dell’ultimo lavoro di Wolf Bukowski, La danza delle mozzarelle. Slow food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Roma, Edizioni Alegre, 2015. Cfr. anche questo articolo che scrivemmo poco dopo lo sciopero del negozio fiorentino.

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2 Commenti


  • Francesco

    Con questo modo di pensare, poi non lamentiamoci se le aziende lasciano l’Italia e se poi migliaia di persone restano a casa…


    • Redazione Contropiano

      interessante… quindi l’unica soluzione è infilare la coda tra le gambe, accettare qualsiasi salario (o anche niente) e stare sempre zitti? tutto per il bene delle imprese, che così restano qui e non minacciano più di andarsene… E infatti se ne stanno andando i giovani..

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