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Ilo: al livello globale, le diseguaglianze nel lavoro sono in aumento

«There is a growing perception that labour markets are not adequately distributing the fruits of economic growth» (c’è una percezione crescente che i mercati del lavoro non stiano distribuendo adeguatamente i frutti della crescita economica).

Inizia così, serafico, l’edizione 2020 del World employment and social outlook (Weso), pubblicazione annuale dell’“Internaitional labour organization” (Ilo), rilasciata sul proprio sito la sera di domenica 20 gennaio, che vuole dare una sguardo unitario e comparabile sulle sfide che il “mondo del lavoro” si trova ad affrontare.

Il quadro descritto è tutt’altro che roseo, specialmente se inserito in una “congiuntura storica” che mostra tutte le sue incertezze fatte, per ora, di instabilità geopolitica e guerre commerciali da montagne russe, causate da una incapacità sistemica dell’attuale modello di produzione di garantire pace e prosperità per tutti.

Per lo studio, il punto d’osservazione è quello privilegiato del campo del Lavoro, le cui condizioni sono il riflesso diretto della capacità di far valere i propri interessi nei confronti del Capitale – intesi dall’Ilo, in ossequio alla teoria neoclassica dominante, come i due fattori produttivi che prendono parte al ciclo di produzione, le cui remunerazioni derivano dalla forza di far prevalere, appunto, le rispettive “ragioni”.

Le direttrici su cui poggiare i key finding esposti dal Weso sono due: da una parte, quella “orizzontale” della comparazione tra macroaree geografico-economiche; dell’altra, quella “verticale” sia tra lavoratori e capitalisti, sia tra i lavoratori di differenti paesi.

La tendenza su cui si stagliano le più recenti rilevazioni è quella di un aumento della divergenza tra l’aumento del Pil pro capite nei paesi a medio-basso e medio-alto reddito rispetto a quelli a basso reddito, essendo quel valore cresciuto in media, in questi ultimi, solo dell1,8% negli ultimi 18 anni. Lo sviluppo tecnologico e la specializzazione produttiva che ha conosciuto “almeno” il nuovo millennio rende più difficile l’aggancio dei paesi meno industrializzati ai tipi lavori ad alto valore aggiunto (richiedenti più competenze, e dunque meglio pagati) caratteristici dei paesi “a capitalismo maturo”, rendendo molto ardua la riduzione del tasso di povertà nei paesi a basso reddito.

I problemi sono anche maggiori per chi invece fatica a entrare nel mercato del lavoro, o da questo non trova le soddisfazioni che auspicherebbe o di cui avrebbe bisogno. Secondo l’Ilo infatti 470 milioni di persone (dei circa 3,3 miliardi di lavoratori worldwide) o sono disoccupati (188 mln), o vorrebbero lavorare di più (165 mln), o non riescono a entrare nel mondo del lavoro (lavoratori potenziali, 120 mln). Inoltre, il pericolo sociale della disoccupazione (o dell’inattività) è in diminuzione solo nei paesi ad alto reddito, e se a livello globale questa segna una stabilizzazione (5,4%, secondo l’istituto ginevrino), significa che nei paesi più poveri è in crescita, con gli evidenti pericoli che essa porta con sé.

Tuttavia, avere un lavoro non è garanzia né di adeguata remunerazione, né di decenti condizioni lavorative, i quali (soprattutto il primo) molto spesso spingono un individuo nelle braccia della cosiddetta economia informale, con tutte le carenze di diritti e protezione sociale che questa comporta. Il weso riporta che più del 60% della forza-lavoro impiegata nel mondo risulta esserlo in questa categoria.

A riprova di quanto appena detto, l’Ilo informa che 630 milioni di lavoratori e lavoratrici (quasi il 20%) non guadagnano abbastanza da far uscire se stessi o la propria famiglia fuori dalla soglia di relativa o estrema povertà, definita come il guadagno di meno d 3,20 dollari statunitensi al giorno, espressi a parità di potere d’acquisto (Ppp). Su questo aspetto, «progressi molto limitati sono stati conseguiti nei paesi a basso reddito», e nel biennio 2020-2021 ci si aspetta che il numero aumenti.

Tutto ciò, se è amplificato per quella fetta di popolazione che vive nelle aree urbane, comunque non frena l’emigrazione di chi vive nelle zone rurali verso quelle urbanizzate, non essendo le prime in grado di dare una prospettiva di lavoro e di vita tale da impedirne il trasferimento. Non sorprende allora che tale fenomeno migratorio sia più accentuato nei paesi a medio-alto reddito, dove si stima che ben due terzi della popolazione in età lavorativa vive proprio nelle zone urbane.

Come tristemente noto, donne e giovani sono le categorie che in tutti i mercati del lavoro soffrono delle maggiori diseguaglianze e disparità di trattamento, legate alla percentuale di partecipazione al lavoro, al tasso di occupazione, alla qualità del lavoro svolto e al reddito percepito.

Reddito, nel complesso per il campo del lavoro, che vede ridurre la sua quota nei confronti di quella del capitale lungo una linea “tendenzialmente stabile” a partire dai primi anni settanta (figura sopra), e che registra all’interno dello stesso campo una forte diseguaglianza, in termini distributivi, tra il primo e l’ultimo decile (7,400$ contro i 22$ in media al mese, sempre espressi in Ppp).

“C’è una percezione crescente che i mercati del lavoro non stiano distribuendo adeguatamente i frutti della crescita economica”, si scriveva in apertura. A nostro avviso, chi al lavoro si reca, o vorrebbe recarsi, tutti i giorni, invece, quella percezione ce l’ha chiara oramai da molto tempo. Solo nel nostro paese, per maggiori informazioni, chiedere ai 160 tavoli di crisi aperti al Ministero dello sviluppo economico.

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