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Riaperture. Nel terziario i “prenditori” invocano deregolamentazione totale

In settori come il Turismo, la ristorazione, i servizi, nel giorno della riapertura – prevista per oggi 18 maggio – già spira una brutta aria per lavoratrici e lavoratori. La Federterziario, l’organizzazione padronale del settore,  ha partecipato lo scorso 12 maggio con una sua delegazione composta dal Segretario Nazionale Alessandro Franco, il Presidente Nicola Patrizi e il Presidente del Centro Studi prof. Francesco Verbaro, ad una audizione alla Commissione Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale del Senato.

Il Segretario della Federterziario, Alessandro Franco ha ricordato come questo settore rappresenti le micro, piccole e medie imprese, che costituiscono il 90 per cento del tessuto produttivo italiano, ma sono anche fisiologicamente le più fragili e le più esposte a fenomeni emergenziali o recessivi, “per questo motivo ha da subito offerto il proprio contribuito avanzando proposte a supporto alle imprese italiane del Turismo e non solo”.

Ma se andiamo a vedere quali siano queste proposte, ci troviamo di fronte – oltre alla canonica invocazione di meno tasse e contributi previdenziali – ad una richiesta generalizzata di deregolamentazione selvaggia sul lato del lavoro. Le richieste di questa organizzazione padronale sono quelle di un “credito d’imposta per software e macchine elettroniche portatili che permetta e favorisca il telelavoro agile e il telelavoro e per l’adeguamento dvr e piano per la sicurezza e la sospensione del decreto dignità per i contratti di lavoro a tempo determinato”.

In pratica l’organizzazione degli imprenditori del terziario, chiede che in un settore del mercato del lavoro già abbondantemente “deregolato” ed a forte precarizzazione, si aumentino ulteriormente i fattori di indebolimento delle già risicate garanzie contrattuali di lavoratrici e lavoratori del settore.

Per supportare il turismo – sostiene Federterziario– occorre defiscalizzare gli operatori turistici, attivare un bonus assunzioni e formazione personale per emergenza Covid e incentivi per la riassunzione dei lavoratori, oltre alla riduzione dei costi previdenziali e sostegno al lavoro dipendente.

Per il settore balneare la proposta è una riduzione dei costi previdenziali per il lavoro dipendente pari al 70% per l’anno 2020 e del 50% per gli anni 2021 e 2022”.

Più in generale chiede nuovamente “un ricorso ai voucher assunzione: con il superamento per un anno delle restrizioni introdotte dal Decreto Dignità in materia di lavoro e la sospensione delle restrizioni all’utilizzo di contratti flessibili, oltre a sospendere per un anno l’incremento contributivo dell’1,9% previsto dal comma 28 dell’articolo 2 della legge 92/2012 previsto per i contratti di lavoro flessibili, sia per il pubblico sia per il privato.

Quale sia la situazione di lavoratrici e lavoratori di questi settori (Turismo, ristorazione, servizi etc,) lo ha già documentato l’INPS qualche settimana fa e ne abbiamo scritto sul nostro giornale.

Il salario medio annuo di chi lavora in questi settori è del 127% inferiore a quello di chi lavora nei settori ritenuti essenziali nei codici Ateco sulla base dei quali sono state decise chiusure e ripartenze nelle scorse settimane. Questa differenza si attenua – ma resta comunque notevole – nel salario medio settimanale scendendo al 47% , anche perché le settimane medie di lavoro nei settori non essenziali sono 19 contro le 31 dei settori essenziali. Infatti in questi settori i lavoratori temporanei sono il 48%, quelli a part time sono il 56%, le donne il 56% , i giovani il 44%, gli stranieri il 20%, cioè condizioni di genere e anagrafiche che si intrecciano con la parte più fragile dei contratti di lavoro.

Anche questa fetta di “prenditori”, particolarmente presenti nelle grandi aree metropolitane (sempre secondo l’INPS), chiede una ripartenza delle proprie attività che gli consegni mani libere sulle condizioni di lavoro e una precipitazione all’indietro dopo la minima regolamentazione introdotta di recente abolendo ad esempio i voucher e limitando il ricorso a contratti “flessibili”, fattori che hanno fatto crescere proprio in questi settori il lavoro povero.

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