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Basta salari da fame, se n’è accorta anche la UE

Giovedì 9 convegno USB a Napoli sul salario minimo, con Tridico e Turco

Il Consiglio dell’UE ha dato il via libera alla negoziazione con il Parlamento europeo per una Direttiva sul salario minimo. Sembrerebbe una buona notizia, soprattutto perché finalmente si prende atto che molti lavoratori in Europa e in Italia percepiscono salari insufficienti e sono costretti ad uno stato di miseria.

Una ammissione indiretta che il lavoro di per sé non costituisce l’arma decisiva per combattere la povertà se non è accompagnato da un salario almeno “sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa” come recita la nostra Costituzione all’articolo 36.

E in effetti il richiamo a determinare “livelli adeguati di salari minimi” costituisce una conferma dell’urgenza di mettere mano alla questione salariale, soprattutto in un Paese come il nostro che risulta essere l’unico in tutto l’Occidente dove i salari hanno subito una contrazione se confrontati con quelli di vent’anni fa.

Le buone notizie però finiscono qui. La Direttiva infatti non intende spingere i diversi paesi ad adottare una soglia minima legale dei salari ancorandola a qualche fattore oggettivo, non introduce cioè dei criteri di riferimento, per esempio il costo della vita, l’inflazione, un paniere di beni essenziali, ecc. per determinare quando un salario possa dirsi “adeguato”.

Al punto 21 delle considerazioni che fungono da premessa della normativa, si chiarisce che “i salari minimi sono considerati adeguati se sono equi rispetto alla distribuzione salariale del paese e se consentono un tenore di vita dignitoso” ma l’unico criterio proposto è il riferimento agli indicatori internazionali “quali il 60 % del salario lordo mediano e il 50 % del salario lordo medio” che, non si sa bene in base a quali motivazioni, dovrebbero permettere di considerare “adeguati” i salari.

E, infatti, se adottassimo questi riferimenti per l’Italia, dovremmo tener conto che il salario orario lordo mediano dei lavoratori dipendenti, riferito alle posizioni lavorative nei settori privati non agricoli, è calcolato pari a 11,2 euro, e quello medio invece è pari a 14 euro (Fonte Istat anno 2016, come riportato dall’INAPP nella Nota per il Presidente della XI Commissione della Camera dei Deputati) con la conseguenza che i valori di riferimento sarebbero rispettivamente 6,72 euro e 7,00 euro, cioè molto al di sotto di quei 9 euro che erano stati proposti nel 2019 dall’allora ministra del lavoro Nunzia Catalfo.

La stessa Direttiva poi non impone di scegliere tra soglia minima dei salari stabilita per legge o minimi salariali definiti attraverso la contrattazione sindacale.

All’articolo 1 comma 3 della Direttiva infatti si dice “Nessuna disposizione della presente direttiva può essere interpretata in modo tale da imporre agli Stati membri nei quali la determinazione dei salari sia garantita esclusivamente mediante contratti collettivi l’obbligo di introdurre un salario minimo legale o di rendere i contratti collettivi universalmente applicabili”.

Eppure, nelle considerazioni che fanno da premesse alla Direttiva si sottolinea, al punto 13, che “negli ultimi decenni le strutture di contrattazione collettiva tradizionali si sono indebolite, in parte a causa di spostamenti strutturali dell’economia verso settori meno sindacalizzati e in parte a causa del calo delle adesioni ai sindacati dovuto all’aumento delle nuove forme di lavoro e del lavoro atipico”.

Si prende cioè atto di un indebolimento strutturale della contrattazione ma poi ci si limita a raccomandare ai governi di sostenere la contrattazione collettiva, considerandola decisiva al fine di difendere le retribuzioni.

L’Italia è uno dei sei paesi della Ue dove non c’è il salario minimo legale. Cgil, Cisl e Uil sono ostinatamente contrarie perché vogliono “difendere le prerogative della contrattazione”, che sulla carta copre la quasi totalità del lavoro dipendente.

Eppure, secondo i dati Eurostat l’Italia è al quarto posto in Europa come percentuale di lavoratori poveri. Risultava povero al 2019, prima della pandemia, l’11,8% dei lavoratori, dopo di noi stanno peggio solo la Romania, la Spagna e il Lussemburgo, rispettivamente al 15,4, al 12,8 e al 12%.

Una dimostrazione pratica di come il sistema della contrattazione, anche quando come in Italia arriva a coprire formalmente buona parte della forza lavoro, non è di per sé sufficiente a salvare i salari.

Del resto, non c’è bisogno di affrontare la questione del salario minimo per capire che Cgil, Cisl e Uil non intendono difendere i salari: basta dare un’occhiata alle loro piattaforme in occasione dei rinnovi contrattuali di qualsiasi categoria. 

La contrattazione nel nostro Paese è bloccata da un sistema che spinge verso il basso il potere d’acquisto dei salari. Dobbiamo riuscire a forzarla e a ridare spazio al ruolo dei lavoratori in ogni rinnovo contrattuale, nazionale o territoriale che sia.

Ma la partita del salario è ormai questione generale del Paese e anche l’approvazione della Direttiva europea, per quanto ambigua e contraddittoria sia, può diventare un’occasione per porre al centro dell’agenda politica la necessità di forti aumenti salariali.

Il 9 dicembre a Napoli la Federazione del Sociale USB e Slang USB organizzano il convegno Introdurre il Salario Minimo. Difendere ed estendere il Reddito di Cittadinanza al quale parteciperanno il presidente dell’INPS Pasquale Tridico e il vicepresidente del M5S Mario Turco con delegati e lavoratori delle categorie a basso salario. Alle ore 16, Centro sociale Carlo Giuliani, via Cesare Rosaroll 49. Diretta streaming sui canali USB.

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