A Genova gli operai della ex Ilva hanno occupato la prefettura entrando all’improvviso nel palazzo dopo tre giorni di presidio in largo Lanfranco.
A Taranto nei giorni scorsi hanno bloccato le strade e la raffineria Eni. Le organizzazioni sindacali Usb, Fim, Fiom, Uilm hanno deciso di prolungare lo sciopero di altre 48 ore, confermando i blocchi sulla Statale 7, sulla Statale 106 e in corrispondenza dei varchi della raffineria Eni.

Nella mattinata di oggi 15 ottobre, gli operai sono partiti in pullman alla volta di Bari per trasferire la propria mobilitazione davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia. I manifestanti chiedono un confronto diretto con il presidente della Regione, Antonio Decaro.
L’iniziativa nasce dall’insoddisfazione dei sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb nei confronti del recente decreto approvato dal Governo. Pur apprezzando la misura della cassa integrazione straordinaria in deroga concessa all’appalto per evitare i licenziamenti, le organizzazioni sindacali giudicano il provvedimento parziale. Mancano garanzie solide sul futuro industriale dello stabilimento, sul piano di decarbonizzazione degli impianti e su un reale intervento pubblico nella gestione della crisi.
“Hanno ragione a rifiutare l’elemosina della cassa integrazione e la svendita alle multinazionali, hanno ragione a pretendere la nazionalizzazione dell’azienda ed un vero piano per il lavoro e l’ambiente” – commenta lo storico ex sindacalista Giorgio Cremaschi – “Il capitalismo privato all’ILVA ha fallito in tutti i modi, ora ci vuole un piano pubblico. E i soldi? Prendeteli al riarmo e ai regali alle imprese”.
“La mobilitazione permanente che abbiamo deciso di avviare nasce dalla consapevolezza che siamo arrivati a un punto di rottura” – scrive l’USB in un articolato documento – “La sospensione delle produzioni, la prospettiva dello spegnimento degli impianti e l’assenza di garanzie industriali e occupazionali impongono una risposta che non si esaurisca nelle prossime ventiquattro ore”.

Quello che sta accadendo a Taranto, a Genova, a Novi Ligure, a Racconigi e negli altri stabilimenti del gruppo riguarda il futuro di un’intera filiera industriale, decine di migliaia di lavoratori tra diretti e indotto, il destino economico di interi territori e la capacità stessa dell’Italia di mantenere una produzione siderurgica nazionale.
Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre l’ultima colata di ghisa ha preceduto la sospensione della produzione nell’area a caldo di Taranto. Gli impianti sono stati mantenuti in riscaldo, in attesa dell’udienza della Corte di Cassazione del prossimo 20 ottobre. In assenza di un provvedimento favorevole, l’azienda ha annunciato la sospensione del mantenimento in riscaldo dal 24 ottobre e lo spegnimento entro il 25, prospettando conseguenze irreversibili sulla possibilità di riavviare gli impianti. Entro il 15 novembre è inoltre prevista la fermata generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, con ricadute sull’intero sistema produttivo.
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