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Giappone: la quarta esplosione è quella immobiliare

Qualcuno vi vede una sorta di bozzolo, un’incubatrice protettiva per studenti che lì dentro entrano informi come bruchi ma ne usciranno svolazzanti splendide farfalle. Ospita infatti tre dei migliori istituti di moda e design, con un’accoglienza per oltre 10 mila studenti. Geniale, quasi commovente.
La sua costruzione – iniziata nel 2006 – è terminata soltanto nell’ottobre dell’anno scorso. Ha «appena» 50 piani e 204 metri di altezza. Non il più alto della città, certo il più riconoscibile. Come ogni altro grattacielo di Tokyo, è appoggiato su fantastiliardi di dollari, anzi è la «base certa» dei titoli finanziari derivati. Gli immobili sono infatti la «garanzia», il «sottostante», del circuito impazzito mutui-cartolarizzazioni.
Il suo valore venale? Dipende, direbbe Marx.

Qualità estetica e costruttiva eccezionali, posizione, collegamenti, prestigio: nulla manca a questo edificio per diventare il simbolo di una potenza economica lungimirante e ricca di gusto. Fino alla mattina dell’11 marzo il suo prezzo sarebbe stato battuto al termine di un’asta molto affollata. Anche il giorno successivo ci sarebbe stata ressa per aggiudicarselo: in fondo il terremoto gli aveva fatto un baffo. Aveva oscillato – come previsto – più volte e per lunghi minuti. Ma senza alcun danno. Quale miglior test per un oggetto unico?
Lo tsunami non lo aveva neppure visto, s’era sfogato più a nord, a quasi 200 chilometri, tra Sengai, Miyagi, la provincia di Fukushima. Anche le centrali nucleari avevano tenuto benissimo, no?
No. Col passare delle ore i maledetti reattori con quasi 40 anni di onesto servizio hanno preso a fondere uno dopo l’altro, a rilasciare – obbligatoriamente, pena l’esplosione dei vari contenitori e altrettante Chernobyl – radioattività; tra un’esplosione all’idrogeno e una (solo temuta) nucleare. A ogni ora, l’immaginaria ressa per comprare la Cocoon Tower si assottigliava.
Ieri mattina, nel distretto centrale di Shinjuku è stato rilevato un livello di radiazioni superiore di 21 volte la soglia normale. Le ambasciate straniere hanno cominciato ad avvertire i propri connazionali: «lasciate il paese, o almeno Tokyo e il nord, se proprio dovete restare». All’aeroporto la ressa c’era più del solito, ma per andare via. Tutti i voli in partenza erano sold out. Su quelli in arrivo, probabilmente, si poteva viaggiare gratis. Air France li aveva sospesi del tutto, Air China li aveva ridotti ai soli diurni, per evitare che la notte restassero lì a caricare radioattività. Alitalia no, «non c’è ragione» (sembra come «Fascisti su Marte», quando Guzzanti ordina «respirate!»).
Impossibile ora chiedersi quale possa essere il valore di quel capolavoro architettonico: non si può fare l’asta, quindi non si può fare il prezzo. Se il proprietario volesse venderlo davvero in poche settimane, dovrebbe mettere in conto di perdere qualche decina di milioni di euro rispetto alla cifra sborsata da poco. Così per tutta Tokyo (la megalopoli contiene 35 milioni di abitanti). Ancor più per ogni appartamento, villa, casetta con o senza l’amata engawa (la passerella di legno), man mano che si sale verso nord. Una svalutazione crescente, per cerchi concentrici, fino al punto zero dell’evacuazione di massa, a 30 chilometri da Fukushima.
Sì, vabbè, ma prima o poi tutto tornerà alla normalità, partirà la ricostruzione… Il problema, economicamente parlando, è: quando? Gli immobili giapponesi sono i più cari del mondo. La «bolla immobiliare», qui, era diventata una mongolfiera grazie a tanta ricchezza, 110 milioni di abitanti su una superfice pari all’Italia e la borsa più importante dell’Asia.
E allora? Nel 2007 la crisi finanziaria è iniziata per una bazzecola, al confronto: un po’ di chicanos, di neri o bianchi poveri senza soldi né lavoro, avevano smesso di pagare il mutuo per le catapecchie che erano stati costretti a comprare (niente case popolari, negli Usa). Ne uscì la crisi dei mutui subprime. Quante banche, in queste ore, stanno contando le perdite dovute all’esplosione della bolla immobiliare del Sol Levante?

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