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Uscire dall’euro? Non è più un tabù

 

Proponiamo qui intanto un articolo da Lettera 43, giornale online fatto con molta (e vera) professionalità.

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Euro, la fine di un tabù

Quanto costerebbe agli Stati l’uscita dalla moneta unica.

di Barbara Ciolli

Prima dell’opzione di un referendum in Grecia, l’euro era sacro. «Tornare indietro non si può, dobbiamo salvare la moneta unica», aveva dichiarato Angela Merkel, signora dell’Eurozona, con Nicolas Sarkozy al seguito.
Di fronte a un «sì» di massa alla consultazione popolare, al G20 di Cannes i leader dell’Unione europea hanno gettato la maschera, rompendo un tabù: se Atene vuole uscire, vada. Non sarà certo la fine del mondo, paventata solo fino a un mese fa.
Ovvio che, per tutti, saranno dolori, Germania inclusa. Ma se per la Grecia il crollo sarà irrimediabile, i Paesi forti resteranno a galla.
Alla fine, per tutto, o quasi, si troverà un rimedio. I «trattati irrevocabili», potranno essere modificati. Anche perché, se le clausole europee non prevedono l’uscita dall’euro, nessun comma vieta a uno Stato membro di prendere una decisione politica unilaterale, per di più legittimata dalla volontà popolare.
I CONTENZIOSI LEGALI. Se ciò dovesse avvenire, si apriranno spinosi contenziosi legali con gli altri Stati e con i creditori privati, sia stranieri sia nazionali: veri e propri grovigli giuridici, per sciogliere i quali saranno impiegati anni. Tuttavia, anche queste perdite saranno difficilmente rimborsabili in tutta Europa, e a rimetterci l’osso del collo saranno soprattutto i cittadini greci. Inoltre, se l’uscita provocherà un effetto domino, tutti i Paesi Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) dell’Eurozona saranno flagellati dalla svalutazione.

Lo scenario: Grecia e Italia fuori dall’euro

Teoricamente, ciò che ora è diventato possibile per la Grecia, è uno scenario futuribile anche per gli altri anelli deboli dell’Ue.
Ammettere, per la prima volta, questo sviluppo a breve termine significa aprire un varco, una sorta di exit strategy, percorribile, a mali estremi, anche dagli altri Stati della cosiddetta Europa del Sud, a bassa velocità.  
Per il Vecchio Continente sarebbe un passo indietro, una sconfitta politica, oltre che economica. Ma tant’è, ha scritto l’autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung, «l’euro non è mai stato il coronamento del processo di unificazione» e ora «le probabilità di creare una sorta di Stati Uniti d’Europa si assottigliano sempre di più». «L’euro», inoltre, «non è solo una vittima della crisi del debito sovrano, è una delle sue cause principali», tanto più che «il marco è stato sostituito non perché era una cattiva moneta, ma perché era una moneta troppo buona».
ISOLARE IL PAZIENTE GRECO. Così, mentre alla vigilia del voto nel Parlamento ellenico per la fiducia al premier George Papandreou, anche lo Spiegel ha titolato «Buona notte, Grecia!», un’eventuale uscita dall’euro, per gli analisti tedeschi, è diventata «gestibile», se non auspicata. A patto, però, che «il paziente greco venga isolato», frenando il più possibile una reazione a catena ad altri Stati.
«Nessuno potrà impedire al Paese di abbandonare l’Eurozona. Per la Grecia, comunque, sarà una catastrofe. È come se, non potendo uscire dalla porta, lo Stato si trovasse a dover saltare una finestra dal 17esimo piano», ha spiegato a Lettera43.it Giacomo Vaciago, economista dell’Università Cattolica esperto in politiche monetarie.
RISCHIO EFFETTO DOMINO. Già prima del crollo, i titolari del conti correnti inizieranno ad assaltare le banche, e la dracma reintrodotta avrà un valore stimato dal 30% al 50% inferiore all’euro. Nessun investitore straniero correrà ad acquistare la nuova valuta. E, con la massiccia svalutazione, anche l’industria ellenica del turismo, di fatto l’unico motore per lo sviluppo, subirà pesanti contraccolpi.
«Per l’Italia, al contrario, uscire dall’euro non avrebbe ripercussioni interne così drastiche», ha concluso Vaciago, «il Paese ha un’industria più articolata. Una svalutazione avrebbe, se non altro, il vantaggio di rimettere in moto l’economia. Anche se, per l’estero, le ricadute sarebbero più pesanti e i contribuenti italiani, inoltre, pagherebbero uno scotto enorme. Con un effetto di generale impoverimento».

Le regole dei trattati Ue e i vincoli legali

La Germania, al contrario, sarebbe il meno penalizzato tra gli Stati di Eurolandia. Anche se, comunque, uno studio del colosso bancario Ubs ha stimato un onere tra i 6 e gli 8 mila euro, a carico di ogni cittadino tedesco, il primo anno dell’uscita dall’euro (4 mila euro i successivi), a fronte di una perdita tra i 9.500 e gli 11.500 euro per ogni contribuente greco.
La forbice tra i due Stati non è larghissima. La salute delle due economie, però, è molto diversa. Al contrario di Atene, se fosse Berlino a spiazzare tutti, scegliendo di uscire dall’euro, non ci sarebbe alcun crac verso l’esterno, anzi.
IL RITORNO DEL SUPERMARCO. Banche e creditori stranieri sarebbero ben contenti di avere in pancia obbligazioni tedesche, perché il marco si apprezzerebbe rispetto all’euro. L’export ne risentirebbe pesantemente, schiacciato dalla nuova supervaluta. Ma, nonostante questo lato negativo della medaglia, il sistema-Paese reggerebbe.
Non a caso, ha scritto sempre la Faz, nonostante il governo Merkel abbia esorcizzato fino all’ultimo lo spettro della fine della moneta unica, a porte chiuse, sin dai primi vertici del 2010 sul rafforzamento del Fondo salva-Stati (Efsf), la Cancelliera ha posto all’Ue la questione di regolare uscita dall’euro.
IL VUOTO LEGISLATIVO UE. Da un punto di vista legale, infatti, i trattati Ue e sull’euro hanno previsto l’entrata, ma non l’uscita dall’Eurozona. «Solo con il trattato di riforma di Lisbona, in vigore dal dicembre 2009, è stata inserita la clausola di recesso dall’Unione, non dall’euro», ha spiegato a Lettera43.it Tito Ballarino, giurista e ordinario di Diritto internazionale all’Università di Padova.
Questa procedura, al limite, potrebbe essere applicata anche per abbandonare l’area euro. Per farlo, però, si impiegherebbero anni. Così come per rivedere i trattati dell’Ue. D’altra parte, un Paese sovrano politicamente ha piena facoltà di chiedere al suo popolo, ed eventualmente, recedere dalla zona comune.
IL NODO DEI RIMBORSI. Con un passo del genere, si aprirebbe il nodo legale dei debiti di Stato, da onorare ai creditori stranieri, dopo essere svantaggiosamente stati convertiti nella nuova moneta. «Un accordo possibile, considerata l’emergenza, potrebbe essere quello di far uscire la Grecia dall’Eurozona, con la clausola che i debiti contratti in euro restino da ripagare in euro», ha concluso l’esperto.
Tuttavia, «per la legge internazionale, il diritto di come regolare il proprio debito è riservato ai Paesi indebitati». I quali, ha precisato Ballarino, «non hanno l’obbligo di onorare i propri debiti. E non è neppure ipotizzabile che, come le aziende in bancarotta, gli Stati siano costretti a cedere le loro proprietà ai creditori. Questi ultimi, infine, non possono inviare il loro esercito, come avveniva nei secoli passati».

Sabato, 05 Novembre 2011

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