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Scossone all’Unicredit. Movimenti tellurici nella grande finanza


Il “tedesco” Dieter Rampl non si ricandiderà alla presidenza di Unicredit. La decisione è arrivato nel corso di un consiglio di amministrazione drammatico, nel corso del quale il banchiere tedesco ha dovuto prendere atto del mancato sostegno dei soci alla sua rielezione la prossima primavera, quando ci sarà l’assemblea di bilancio di fine maggio. Il Consiglio di Amministrazione durato oltre sei ore, ha visto la partecipazione di Farhat Omar Bengdara, ex governatore della Banca centrale libica, tra i grandi soci della banca anche dopo la diluizione a seguito del recente aumento di capitale da 7,5 miliardi (nella compagine azionaria c’è anche il fondo di Abu Dhabi, Aabar, come maggior socio col 6,5%). Leonardo Del Vecchio (Luxottica) ha confermato di aver raddoppiato la sua partecipazione. Si segnalano poi i recenti ingressi, non ancora ufficializzati, di Francesco Gaetano Caltagirone e di Diego Della Valle, a fianco delle fondazioni. Una delle indicazioni emerse dalla riunione è che Unicredit andrà avanti sulla soluzione Unipol per Fonsai (gruppoLigresti). Nel corso della riunione è stato fatto un aggiornamento sullo stato dei lavori sul gruppo Fonsai, del quale la banca è creditore e azionista.

L’uscita di Dieter Rampl – già amministratore delegato di Hvb, l’istituto bavarese comprato da Unicredit nel 2005, chiude definitivamente una stagione per Unicredit, che poco più di un anno fa aveva visto l’estromissione del suo amministratore delegato,l’ultranoto Alessandro Profumo. Rampl, una decina di giorni fa al Forex di Parma, aveva chiesto il favore unanime degli azionisti alla sua ricandidatura al vertice. Un sì che però non è arrivato. La sintetica nota diffusa nella serata di martedì lascia trasparire l’esito del confronto con il nucleo storico degli azionisti, Fondazioni in testa. «Il presidente Dieter Rampl – si legge – ha informato il Cda di non essere disponibile per un ulteriore mandato». Si apre ora un’altra partita cruciale per la seconda banca italiana, già messa alla prova negli ultimi mesi da una ricapitalizzazione da 7,5 miliardi, la più imponente mai realizzata in Piazza Affari e alla fine superata con successo. Secondo il Sole 24 Ore, la mossa “apre così ufficialmente la corsa alla presidenza di UniCredit. Il vicepresidente Fabrizio Palenzona ha escluso nelle scorse settimane una sua candidatura, tuttavia secondo alcune fonti si potrebbe andare proprio in quella direzione”. Altre fonti avanzano la candidatura dell’attuale direttore della banca d’Italia Saccomanni o del prof.Gros Pietro. Ma sarebbe Fabrizio Palenzona, che dentro il consiglio di amministrazione dell’Unicredit è il rappresentante della Fondazione Crt (Cassa di Risparmio di Torino) ad avere maggiori chance di prendere in mano l’Unicredit. E Palenzona è un nome e un uomo ingombrante. Il movimento No Tav ha curato un corposo dossier su questo corpulente banchiere bene ammanicato con la politica.

Il dossier dei No Tav su Fabrizio Palenzona: “Chi era costui?”

Sabato 23 settembre, ci informano le cronache, il personaggio in questione ha  pronunciato una delle frasi chiave del suo peraltro non ricchissimo repertorio linguistico: “La ricreazione è finita” intendendo con questo significare che i Valsusini (Cittadini e Amministratori) se ne devono fare una ragione: la nuova ferrovia Torino Lione va fatta e sarà fatta.

Dov’è la notizia? Potrebbe essere questa la prima legittima reazione del cittadino-medio della nostra valle bombardato ormai da mesi dalla massoneria di mezzeuropa con toni forse un po’ più eleganti, ma ugualmente perentori.

Come spesso accade la notizia non sta però nella frase, ma in chi l’ha pronunciata (chi è costui…); tantopiù che il nostro è ripetitivo: “ La ricreazione è finita, i tempi lunghi sono un ricordo del passato. «Oggi perdere anni significa accumulare ritardi non più accumulabili. (…) Se abbiamo a cuore il futuro dell’Italia dobbiamo fare la Torino-Lione e la Asti- Cuneo” aveva tuonato il nostro dalle colonne de “La Stampa” il 18 settembre 2005 – un anno fa – bacchettando Pecoraro Scanio che era appena venuto in Valle di Susa a impegnare se stesso e il suo partito a fianco della “lotta No Tav”…Ma anche allora la reazione dei più (alle prese coi proclami quotidiani di Bresso, Saitta & Chiamparino) fu quella di chiedersi chi diavolo fosse costui…

Eppure, nel frattempo, anche ai non addetti ai lavori questo nome avrebbe dovuto cominciare a dire qualcosa: un’ANSA da Milano, il 16 marzo 2006 informava, infatti, che la magistratura del Principato di Monaco aveva sequestrato un conto corrente aperto presso la filiale monegasca della Banca del Gottardo denominato Chopin e riconducibile secondo i pm di Milano a Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, indagato nell’inchiesta sulla scalata ad Antonveneta.

Noi Valsusini siamo, per dna, garantisti, prima ancora che democratici, e simpatizziamo epidermicamente con chi viene ingiustamente accusato dalla magistratura. Ci auguriamo quindi che il Vicepresidente di una delle banche più radicate sul nostro territorio abbia già potuto dimostrare la propria completa estraneità o che lo possa fare quanto prima; (molti di noi hanno depositato i pochi sudati risparmi proprio nella “sua” banca! Volete che ci si auguri che sia un birbante?). Tuttavia le notizie, (divenute rapidamente una vera e propria strage giudiziaria), su Antonveneta, Furbetti del quartierino, Aldoconsorte e la mancata banca di Fassino, hanno turbato una intera estate;  e alcuni cittadini già provati direttamente e duramente da bond argentini, cirio e parmalat hanno temuto di dover ricorrere al materasso o ad una mattonella traballante per riporci i pochi risparmi che l’euro di Prodi (gestione Tremonti) ci ha consentito di metter via…

In  ogni caso abbiamo provato a informarci su chi sia costui.

Cinquantatré anni a settembre, segno della Vergine, Fabrizio Palenzona nella vita ha già fatto tutto. È stato a destra, al centro, a sinistra, con la finanza laica e con quella cattolica, (…) oggi l’imponente Fabrizio (1,90 di altezza per 1,5 quintali e spicci) è schierato a sinistra con la Margherita. Comincia così una sorta di biografia, ovviamente non autorizzata, che Diario ha pubblicato qualche mese fa a firma di Domenico Marcello col significativo titolo “L’uomo che si è fatto banchiere” mentre il sottotitolo conferma una certa propensione per il linguaggio western:

Intercettato, chiama «maiali» gli investigatori. Ora è indagato per la Popolare di Lodi. Ma il suo capolavoro sono le autostrade. E i derivati…”
Ma allora banchiere o autostradale? Tutti e due, anzi di più, molto di più: ci troviamo infatti di fronte a un mastodonte (vista anche la mole) del conflitto di interessi: è diventato vicepresidente di Unicredit (gennaio 1999) grazie alla fondazione CRT nella quale si era “autonominato” Consigliere da Presidente della Provincia di Alessandria(!). Ed essendo Unicredit azionista di Mediobanca ne è diventato consigliere nel marzo 2001, (col beneplacito di Enrico Cuccia e a Vincenzo Maranghi). Ma proveniva da Unitra (autotrasporto) quando ha conquistato la Presidenza dell’Aiscat (l’Associazione delle Società Concessionarie di Autostrade e Trafori) grazie agli ottimi rapporti instaurati con i due maggiori gestori del settore: i Benetton di Ponzano Veneto e i Gavio di Tortona.

E di Tortona è  stato Sindaco, spendendosi per la Linea ad alta velocità Milano Genova di cui Gavio era General Conctractor, mentre per i Benetton Unicredit avrebbe sostenuto il titolo Autostrade nella corsa al rialzo degli  ultimi tre anni – leggiamo ancora su Diario.  Alla base di questa scelta ci sarebbe l’operazione varata alla fine del 2002 dall’azionista di riferimento Schemaventotto. Questa società è per il 60 per cento dei Benetton e ha tre partner finanziari con cui Palenzona ha rapporti privilegiati. Sono la Fondazione Crt,, la stessa Unicredit e le Generali, il colosso assicurativo di cui Mediobanca è l’azionista più importante. Questi soci finanziari che hanno sostenuto i Benetton nella privatizzazione di Autostrade hanno anche partecipato all’opa lanciata da Schemaventotto sull’intero capitale della concessionaria. L’acquisto di tutte le azioni è stato realizzato con uno schema a debito. In altre parole, i compratori non hanno messo soldi ma si sono presi la società indebitandola per quasi 7 miliardi. E in più non hanno fatto gli investimenti per cui si erano impegnati come ha sostenuto Di Pietro ancora la scorsa settimana proprio di fronte a Palenzona che lo ospitava in occasione dei quarant’anni dell’Aiscat. E non era la prima volta che i due si incontravano: una leggenda metropolitana vuole che alla prima esperienza ministeriale l’ex magistrato fosse venuto a Torino per strigliare impresari ed amministratori di autostrade e che l’allora Presidente della Provincia di Alessandria avesse replicato alle accuse con una battuta al vetriolo:”ma almeno questa …Mercedes ce la lasci” avrebbe esclamato giocando sul nome della Bresso (allora Presidente della Provincia di Torino) e sulla marca dell’auto che – ancora magistrato – Di Pietro si sarebbe fatto prestare da un faccendiere successivamente coinvolto nelle famose indagini di “Mani Pulite”! Vero o falso che sia l’aneddoto testimonia della fama di “duro” che circonda l’ex leader dei camionisti divenuto a tappe forzate uno degli uomini più potenti e più temuti d’Italia: all’indomani delle accuse di cui si è detto nessuno si è azzardato a chiederne la testa; si dice che non sia amato né dal brillante amministratore di Unicredit Profumo, né dal management delle Concessionarie autostradali, ma forte della sua stazza appare assolutamente inamovibile.  Del resto chi ne segue le gesta lo ricorda brillante ospite nel salotto di Vespa a duettare col precedente Premier in una delle puntate-cult con lavagna e pennarello, con l’ingegnerlunardi nelle vesti di notaio e il miliardariorio-ridens che sottolineava come quest’uomo così concorde col programma delle Grandi Opere non fosse un suo supporter forzaitaliota, bensì un imponente esponente dell’opposizione “di sinistra”! Ma sulle cose concrete e tra persone pratiche ci si trova facilmente d’accordo, rispondeva ammiccando il nostro…

Da sempre equivicino più che equidistante a tutti quei personaggi della destra come della sinistra disponibili a “spendersi” per la causa, dal Senatore “azzurro” Luigi Grillo, all’europarlamentare UDC Vito Bonsignore, al mancato banchiere diessino Giovanni Consorte, (tutti “perseguitati” dalla giustizia) lo ritroviamo comunque schierato a favore del partito unico del calcestruzzo. Se ne era parlato a lungo come del più accreditato pretendente al ruolo di Governatore del Piemonte prima della discesa in campo della Bresso e prima che alla presidenza della Provincia di Torino fosse destinato un altro esponente della Margherita…chissà come mai ha rinunciato…spirito di servizio? Galanteria? O glielo avrà chiesto Rutelli?!

Ora qualche buontempone ci verrà a raccontare che da un personaggio così…ingombrante non ci si poteva attendere niente di diverso e che la politica, i partiti, sono un patrimonio collettivo dove alla fine prevalgono le posizioni responsabili ed equilibrate…Chissà invece che alla fine non si debba essere (si fa per dire) grati a chi ha voluto ( e potuto)  farsi carico di mostrare il vero volto, quello che conta, di un Governo il cui leader, proprio in queste ultime ore, ha minacciato che se dovesse cadere non sarà il solo a tornarsene a casa: ma davvero c’è in giro qualcuno ( e ci si rivolge a chi conserva un’etica della politica) che possa temere questi ricatti da vecchi maneggioni del carrozzone delle partecipazioni statali?

25 settembre 2006 – Claudio Giorno


Fin qui l’articolo di Giorno… …sull’incontro di Pracatinat e sul pugno battuto sul tavolo accompagnato dalla frase: “La ricreazione è finita” potete leggere un articolo su Carta, di Chiara Sasso  dal titolo: “nel frattempo in Valsusa”…

IL PUGNO SUL TAVOLO è sceso con violenza, insieme alle parole: «La ricreazione è finita». Il monito era rivolto ai cittadini della Val di Susa, colpevoli di aver intralciato la Tav. «La ricreazione è finita », hanno ripreso tutti i giornali: «La Tav si farà con o senza il consenso della popolazione e delle istituzioni locali». Parola di Fabrizio Palenzona, capo dell’Aiscat [Associazione concessionarie autostradali] e vicepresidente di Unicredit, nonché aderente di spicco alla Margherita. Anche lui intercettato, chiama «maiali» gli investigatori; indagato per la Popolare di Lodi, ha la fissa delle autostrade e grandi opere. È accaduto sabato 23 settembre in Piemonte, a Pracatinat, durante un convegno sulle infrastrutture dalla Margherita. «La politica – ha spiegato Palenzona – ha il dovere di imporsi, le grandi opere sono una esigenza collettiva, e poi basta uno a decidere». Gli sono andati dietro gli altri relatori, come l’europarlamentare Gianluca Susta. Così che ci piacciono. Senza tanti giri di parole.

Il giorno prima, venerdì 22 settembre, il viceministro alle infrastrutture Cesare De Piccoli, intervistato alla fiera di Verona, dice chiaramente che per la Tav non c’è un euro. Ma si troveranno, perché la linea da Torino a Trieste e il Corridoio 5 «è una priorità». Mancano i soldi? Arriveranno da Dubai, parola di Palenzona: gli emirati arabi non vedono l’ora di investire da noi.

Intanto la Provincia di Torino si porta avanti con il lavoro, e stampa una cartina con il tracciato già segnalato.

Sulla Stampa scontro fra magistrati.

Il giorno dopo le violenze a Venaus, un procuratore contabile della Corte dei Conti, Ermete Bogetti, aveva aperto una inchiesta per «danno all’immagine dello Stato», a proposito della brutalità delle forze dell’ordine e dell’illegittimità dello sgombero del presidio. Il magistrato aveva delegato la Guardia di Finanza e il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano, a raccogliere testimonianze. Durante l’inchiesta saltano fuori illegittimità e falsificazioni nelle procedure di esproprio dei terreni da parte di Ltf [la società del Tav Torino-Lione] e gli atti vengono trasmessi alla Procura ipotizzando il falso. Il procuratore della Repubblica Marcello Maddalena deferisce il collega Bogetti accusandolo di aver travalicato nelle sue competenze. Come finirà? Chi ha detto che i reality non hanno più audience? «La Tav in Val di Susa s’ha da fare. Dove e come lo stanno decidendo direttamente loro, le popolazioni locali». Ma va?

 Lo ha affermato il ministro per le infrastrutture, Antonio Di Pietro, su Sky Tg24. Poco risalto hanno però i consigli comunali di tutti i paesi della Valle di Susa e i comuni della cosiddetta «gronda» [la cintura di Torino], i quali hanno deliberato l’ennesima bocciatura dei progetti Ltf-Rfi recapitati in Comunità montana alla fine di agosto. Il 29 settembre la Conferenza dei servizi, e l’incontro a Roma si aprirà con le delibere e in tasca la partecipazione alla manifestazione del 14 ottobre.

D’obbligo per la ricreazione portare la merenda, si va a Roma  


…segue la biografia pubblicata da Diario (e quella parola: “derivati” nel sottotitolo, oggi, assume un significato ancora più inquietante)

Fabrizio Palenzona – L’uomo che si è fatto banchiere

Autotrasportatore e politico, si è autonominato al vertice di Unicredit. Intercettato, chiama «maiali» gli investigatori. Ora è indagato per la Popolare di Lodi. Ma il suo capolavoro sono le autostrade. E i derivati...


di Domenico Marcello 

Cinquantatré anni a settembre, Vergine, Fabrizio Palenzona nella vita ha già fatto tutto. È stato a destra, al centro, a sinistra, con la finanza laica e con quella cattolica, amico di Vincenzo Maranghi e di quelli che hanno cacciato Maranghi da Mediobanca. Ha studiato legge a Pavia quando Giulio Tremonti era assistente universitario ed è amico del ministro dell’Economia. Ma è stato anche un fedelissimo di Antonio Fazio, che con Tremonti si è preso a pesci in faccia. Palenzona, del resto, ha anche criticato severamente l’ex governatore della Banca d’Italia per le vicende Cirio e Parmalat facendo fronte unico con l’altro amico ex dc, Bruno Tabacci, che però oggi gioca con il Polo mentre l’imponente Fabrizio (1,90 di altezza per 1,5 quintali e spicci) è schierato a sinistra con la Margherita.

Nonostante i suoi incarichi politici e pur essendo azionista di un’impresa di autotrasporto, nelle didascalie sui quotidiani è definito banchiere, un banchiere che da anni ricopre cariche in Confcommercio e che sul certificato numero 2.504 di Cavaliere del lavoro ricevuto il 31 maggio 2004 è inquadrato sotto la categoria industria.
È cresciuto sotto la benigna protezione dei re di Castelnuovo Scrivia, i fratelli Marcellino e Pietro Gavio, di cui è socio, ma ha saputo entrare nelle grazie dei Benetton, primi concessionari autostradali italiani e dunque concorrenti dei Gavio, per quanto si può essere concorrenti fra oligarchi in Italia (si litiga, si fa un affare, si rilitiga, si fa un altro affare…).

Fino alla dissoluzione dell’armata fazista, è andato d’amore e d’accordo con la pupilla degli occhi dell’ex governatore di Bankitalia, Gianpiero Fiorani. Purtroppo, nella vita non è raro incontrare gente doppia e l’amicizia è presumibilmente terminata quando l’ex boss della Popolare di Lodi, agli arresti, ha detto di avere girato un paio di milioni di euro a Palenzona, vuoi in contanti vuoi sotto forma di plusvalenze su titoli quotati, in cambio di qualche favore reso alla banca lodigiana.

Palenzona ha smentito in modo drastico e si è compiaciuto che la rogatoria sul conto Chopin presso la Banca del Gottardo di Montecarlo sia andata a buon fine, così che si possa dimostrare in tempi brevi la sua estraneità ai versamenti effettuati da Fiorani e da Gianfranco Boni, ex direttore generale della Lodi-Bpi.

Nato a Novi Ligure il giorno dopo la vittoria del suo concittadino Fausto Coppi nel Mondiale di ciclismo del 1953, all’inizio degli anni Sessanta Palenzona si è trasferito qualche decina di chilometri verso nord a Tortona lungo il percorso della Milano-Sanremo. Le sue prime vocazioni sono state la politica, dove raggiungerà incarichi da notabilato di provincia, e il giornalismo, dove supererà l’altro aspirante cronista Fiorani ottenendo la tessera da pubblicista. Ha incominciato a muoversi nell’ambiente dell’Acli e della corrente dc Forze nuove durante i primi anni Settanta, quando la Democrazia cristiana non era precisamente lo sbocco occupazionale preferito dei giovani, ed è rimasto a fare il politico a tempo pieno fino a metà anni Novanta, attraversando una fase in cui il Piemonte orientale esprimeva personaggi di rilievo nazionale come i novaresi Oscar Luigi Scalfaro (Dc) e Pierluigi Nicolazzi (Psdi) o Pier Luigi Romita, socialdemocratico di Tortona.

È stato sindaco democristiano della cittadina per due mandati spesi a sostegno dell’Alta velocità ferroviaria Milano-Genova insieme al vero padrone dell’alessandrino, Marcellino Gavio. Ma le inchieste giudiziarie, la latitanza a Londra di Gavio e la mancanza di fondi per il mirabolante project financing concepito da Lorenzo Necci hanno bloccato il supertreno.

Nel 1995 il sindaco Palenzona è stato sul punto di uscire di scena. Non poteva ripresentarsi per il Comune e per le provinciali l’Ulivo voleva candidare un certo Massimo Bianchi. Il Bianchi, però, ha avuto una provvidenziale crisi di identità politica ed è passato al Polo poco prima del voto. L’ex primo cittadino è stato candidato ed eletto alla guida della giunta provinciale di Alessandria.

Capirai, hanno pensato i pochi dissidenti del feudo di Gavio. Invece Palenzona ha dimostrato che non esistono opportunità minori per una robusta ambizione. In pochi anni, l’ex seguace di Carlo Donat Cattin ha completato la sua metamorfosi. Ha prima ricevuto l’onore di diventare socio dei Gavio nel consorzio di trasportatori Unitra. Ma soprattutto, dopo un’accesa riunione in cui il presidente di giunta Fabrizio Palenzona ha discusso con se stesso la candidatura unica di Palenzona Fabrizio, si è lanciato nei favolosi salotti della grande finanza e nominandosi rappresentante della Provincia di Alessandria nella Fondazione Crt (Cassa di risparmio di Torino). Da qui è scattata la diffusione capillare di Palenzona.

Banche e autostrade. La Fondazione Crt è azionista di Unicredit e dunque Palenzona è diventato vicepresidente di Unicredit (gennaio 1999). Ma Unicredit è azionista di Mediobanca. Dunque, Palenzona è diventato consigliere del prestigioso istituto nel marzo del 2001. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza la benevolenza dei padroni di Mediobanca. A Enrico Cuccia e a Vincenzo Maranghi, Palenzona deve quasi tutto. Poteva rimanere uno dei politici infilati nei consigli delle fondazioni bancarie che il tandem di Mediobanca disprezzava quasi quanto i giornalisti. Invece, l’Obelix di Novi Ligure era piaciuto. Si presentava nella sede della banca in via Filodrammatici, dietro la Scala, in compagnia di Marcellino Gavio che per ristrutturare il gruppo si era messo sotto l’ala di Cuccia. Due provinciali sbarcati nella capitale della finanza, ma umili e rispettosi, usi a obbedir tacendo e con una caratteristica che li rendeva simpatici a ogni banchiere: il contante.

L’unica impresa che raccoglie i soldi meglio di una banca è una concessionaria autostradale. Li raccoglie ogni giorno, come un supermercato, e non ha i fornitori da pagare. Ci sarebbe la manutenzione, le buche per terra, qualche altro lavoretto, ma l’Anas non mette fretta ai pezzi grossi, dunque né a Gavio né ad Autostrade. Cuccia aveva bisogno di liquidità per rafforzare il suo potere e Gavio è stato premiato con il privilegio di diventare azionista di Mediobanca. E dato che Marcellino doveva mandare avanti le aziende, il suo amico Palenzona ha potuto levarsi la soddisfazione di diventare banchiere.

Morto Cuccia, defenestrato Maranghi, Palenzona doveva scegliere. Poteva seguire Maranghi e andarsene, invece se ne è fatto una ragione. Unicredit lo ha confermato e il nuovo management di Mediobanca non ha obiettato alla scelta dell’azionista confermando a sua volta la carica in consiglio. A quel punto, Palenzona ha potuto incominciare a costruirsi la sua rete personale, sempre più larga come prova l’elenco delle sue cariche. Qui si citano le principali. Oltre ai posti in consiglio di Unicredit e Mediobanca, Palenzona presiede la Fai, la federazione italiana di padroni e padroncini di tir, a marzo è stato confermato vicepresidente di Confcommercio guidata dal forzista Carlo Sangalli dopo l’uscita di Sergio Billè. È consigliere anche della multiutility Amga, la muncipalizzata del gas di Genova, e di Schemaventotto, la cassaforte usata dai Benetton per prendersi Autostrade.

Il suo nome appare nella rosa dei candidati alla presidenza di Aeroporti di Roma, la società che gestisce il Leonardo da Vinci e l’aerostazione di Ciampino. Per completare il quadro trasporti e grandi infrastrutture, Palenzona è presidente di Aiscat, la Confindustria delle concessionarie autostradali. Non si tratta di una posizione puramente onorifica. Aiscat è la stanza di compensazione fra concessionari grandi e piccoli, pubblici e privati. Oltre ad Autostrade (Benetton) e alle società del gruppo Gavio, Aiscat raccoglie tutti gli enti locali che hanno investito il pubblico denaro in asfalto a tre corsie. Per fare un esempio, è socia Aiscat la Milano-Serravalle che la Provincia di Milano del diesse Filippo Penati ha appena comprato a peso d’oro da Marcellino Gavio. Non solo. In Aiscat figurano tutte le compagnie petrolifere operanti in Italia, dall’Eni alla Tamoil, più alcune imprese vicine al settore come Autogrill (gruppo Benetton).

Così come è accaduto con l’operazione Unicredit-Mediobanca, a pilotare Palenzona in Aiscat è stato un uomo d’influenza, vale a dire il professor Giancarlo Elia Valori, al tempo presidente uscente della stessa Aiscat e soprattutto presidente della Società autostrade, numero uno dei caselli in Italia. Il Professore ha avuto poi modo di farsi mandare via dal gruppo Benetton per contrasti con l’amministratore delegato Vito Gamberale. Noto per essere estremamente permaloso, Valori se l’è legata al dito non solo con Gamberale, ma anche con Palenzona che ha osato ricambiare la benevolenza del Professore rimpiazzandolo come ufficiale di collegamento fra i due (allora) litiganti Benetton e Gavio. Valori, che ha costruito una carriera sull’arte di diventare potenti creando relazioni fra potenti, non ha gradito il sorpasso del gregario al quale ha tirato la volata.

Ed è proprio il vecchio maestro, anche in senso massonico, che sta muovendo le sue truppe contro il giovanottone di Novi Ligure. Sotto traccia, come sempre. Il fronte più delicato è quello Autostrade-Unicredit perché consente di attaccare Palenzona su vicende vecchie e nuove, con le nuove che servono da pretesto per riportare a galla le vecchie. Secondo le accuse dell’ex amico Fiorani, Palenzona avrebbe ricevuto denaro per avere, da vicepresidente di Unicredit, operato per cedere la banca Iccri alla Popolare di Lodi a prezzo agevolato. Messa in questi termini è un’accusa assurda e Palenzona ha avuto gioco facile a smontarla: neppure nella Cassa rurale di Roccacannuccia il vicepresidente decide il prezzo di una cessione. Men che meno nella prima banca italiana per attivo, margine, redditività e risultato netto.

Questo non significa che Palenzona non abbia preso i soldi da Fiorani e che il prezzo di Iccri non sia stato oggetto di valutazioni contrastanti, magari con un po’ di moral suasion al ribasso da parte di Bankitalia. Ma la vicenda Iccri sembra piuttosto un segnale forte mandato da Fiorani per fare capire che, sullo sfondo, ci sono vicende ancora più grosse. Il punto è che i pagamenti sarebbero avvenuti parte in contanti per mezzo della classica busta e parte attraverso un meccanismo più sofisticato, ossia attraverso operazioni in derivati legati al titolo Autostrade.

Valori e grembiulini. Il segnale di Fiorani è stato raccolto in grande stile dalle truppe di Valori per rivitalizzare un’accusa che circola da un paio di anni. In sostanza, secondo questa tesi, Unicredit avrebbe sostenuto il titolo Autostrade nella corsa al rialzo di questi ultimi tre anni. Alla base di questa scelta ci sarebbe l’operazione sul capitale della concessionaria varata alla fine del 2002 dall’azionista di riferimento Schemaventotto. Questa società è per il 60 per cento dei Benetton e ha tre partner finanziari con cui Palenzona ha rapporti privilegiati. Sono la Fondazione Crt, da dove è partita la carriera del banchiere-industriale-commerciante-politico, la stessa Unicredit e le Generali, il colosso assicurativo di cui Mediobanca è l’azionista più importante.

Questi soci finanziari che hanno sostenuto i Benetton nella privatizzazione di Autostrade hanno anche partecipato all’opa lanciata da Schemaventotto sull’intero capitale della concessionaria. L’acquisto di tutte le azioni è stato realizzato con uno schema a debito. In altre parole, i compratori non hanno messo soldi ma si sono presi la società indebitandola per quasi 7 miliardi. Chi ha aderito all’opa ha ceduto un titolo che andava così così. Chi ha comprato nel febbraio 2003 ha più che raddoppiato il valore con una serie di conseguenze fra le quali una mostruosa e lecita stock option per Gamberale, una meno lecita, secondo Fiorani, plusvalenza per Palenzona e un carico di debito su Autostrade che dà soddisfazione alle banche creditrici. Il ruolo di Palenzona sarebbe stato di muovere le sue relazioni per ottenere sia l’assenso dell’Anas, la proprietaria delle autostrade per conto del Tesoro, sia il via libera del ministero dell’Economia, guidato dall’amico di Pavia Giulio Tremonti. Ecco il vero sfondo delle accuse di Fiorani, dietro il velo dell’operazione Iccri.

Il problema si presenta in un momento delicato per Unicredit. Proprio in questi giorni Alessandro Profumo, numero uno della banca, è alle prese con l’integrazione, piuttosto complicata, del gruppo tedesco Hypovereinsbank da poco acquistato. Delle rivelazioni di Fiorani sul suo vicepresidente farebbe volentieri a meno come farebbe a meno del vicepresidente stesso. Ma Palenzona ha già vacillato senza cadere. Gli è successo tre anni fa quando Maranghi perse la guida di Mediobanca. In teoria, l’uomo di Novi Ligure avrebbe dovuto scontare di avere difeso Maranghi fino all’ultimo e di averlo appoggiato in precedenza contro la stessa Unicredit sulla vicenda Sai-Fondiaria, un’altra storia intricata e complicata da accordi più o meno sottobanco. Ma, appunto, la rete dei rapporti nel frattempo è cresciuta al punto che l’umile Palenzona che si vestiva a festa per andare a trovare il Grande Vecchio di Mediobanca è diventato un potente in proprio.

Refuso (con due elle). Dal suo primo maestro Gavio ha imparato la capacità di trovare sponde politiche in ogni schieramento. Durante la legislatura che si chiuderà con le elezioni del 9 aprile ha potuto contare su ottimi appoggi nel Polo dove – guarda caso – alla notizia dell’avviso di garanzia nessuno ha riservato a Palenzona il trattamento applicato ai finanzieri comunisti di Unipol. Ancora più dell’amicizia con Tremonti, è stato stretto il rapporto con Luigi Grillo, il senatore forzista-fazista presidente della commissione Lavori pubblici, anch’egli indagato per le elargizioni di Fiorani. Grillo significa molto potere fra Genova e La Spezia, dove le casse di risparmio locali sono alleati importanti per controllare gli investimenti sul territorio e dove bisogna gestire con attenzione la lenta progressione verso il traguardo del nuovo aspirante concessionario Vito Bonsignore, socio di Carige. Se poi arriverà un nuovo governo, meglio ancora. Con la Margherita al potere, Palenzona è ancora più coperto.

A turbare queste serene prospettive può essere solo la melodia, molto notturna, del conto Chopin a Montecarlo. Alla fine, è la stessa musica di circa dieci anni fa, quando la sinfonia dei conti esteri era gestita da Pierfrancesco Pacini Battaglia. La struttura operativa era la stessa delle scalate bancarie recenti. Faceva capo alla Fimo, che poi si è chiamata Albis, poi Adamas Bank di Lugano, infine ribattezzata Bipielle Suisse con l’arrivo di Fiorani.

Gli amministratori, in Fimo come in Bipielle Suisse come nel fondo lussemburghese Victoria & Eagle, erano sempre Fabio Conti e Paolo Marmont du Haut Champ, il primo messo agli arresti, il secondo ricercato per la scalata Antonveneta. Che cosa c’entra questa gente con Palenzona? Bisogna fare un piccolo sforzo di memoria.

Pacini Battaglia adesso è in pensione ma dieci anni fa si occupava anche lui di infrastrutture e grandi lavori pubblici insieme all’amico Lorenzo Necci. Quando venne arrestato, nell’agenda del banchiere toscano furono trovati appunti che parlavano del consorzio Alta velocità Milano-Genova, il Cociv. Accanto all’azionista Marcellino Gavio, Pacini si era anche appuntato il nome Pallenzona. Due elle – fece notare Palenzona – dunque certamente non sono io. Il passista-scalatore-sprinter di Novi Ligure è stato anche questo, un refuso.


Altri particolari interessanti su Palenzona, si possono leggere su il Mondo (occorre la registrazione gratuita per accedere all’archivio) riporto solo un paio di articoli:

31 marzo 2006   pag. 031
Un pieno di cariche per i tir di Palenzona di Turano Gianfrancesco 
 primo piano banche e politica la carriera del vicepresidente di unicredito coinvolto nel caso bpi 
Fabrizio Palenzona è di gran lunga il politico di centrosinistra che ha fatto più carriera durante la legislatura del Polo. Le accuse dell’ ex amico Gianpiero Fiorani (Bpi) non lo hanno scosso. L’ ex presidente della Provincia di Alessandria (Margherita), 52 anni, ha ormai acquisito nell’ industria e nella finanza un certo peso. Negli ultimi cinque anni ha raddoppiato gli incarichi estendendo l’ attività a settori come assicurazioni, energia e immobiliare che non aveva mai frequentato. La holding di Palenzona è fatta più di poltrone in cda che di partecipazioni. Ecco come si articola. Logistica e trasporti. È il settore di partenza. Palenzona è imprenditore in proprio con una quota in Unitra, la società che vede i principali autotrasportatori dell’ area Nordovest a cominciare dall’ Autosped G di Pietro Gavio, fratello e socio di Marcellino, il principale alleato di Palenzona. Con altri soci come Giovanni Rosaia e Angelo Sirtori, Palenzona regge l’ associazione di settore (Fai) che lo ha rieletto presidente meno di un anno fa. Attraverso la Fai, Palenzona è stato nominato vicepresidente di Confcommercio sotto la gestione di Sergio Billè e poi riconfermato in marzo dal neoeletto Carlo Sangalli. Grazie al rapporto privilegiato con i Gavio, Palenzona ha allargato i suoi interessi alla logistica lungo l’ asse territoriale che conduce dagli interporti dell’ Alessandrino in mano ai Gavio fino alla costa ligure. Nel marzo 2004 è entrato nel cda della Ram (Rete autostrade mediterranee), una società di scopo costituita da Sviluppo Italia (all’ epoca guidata da Massimo Caputi) sotto l’ indirizzo del ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. Ram ha il compito di sviluppare i corridoi adriatico e tirrenico delle autostrade del mare in modo da favorire il trasporto merci su mezzi alternativi. Non che a Palenzona non piaccia il traffico autostradale. Come successore di Giancarlo Elia Valori alla presidenza di Aiscat, l’ associazione dei concessionari, Palenzona è il vero snodo dei rapporti fra Gavio e Autostrade dei Benetton, prima avversari e oggi soci in Impregilo grazie alla mediazione del colosso di Novi Ligure. Ha poi sostituito Lorenzo Necci come rappresentante italiano di Fiege, importante gruppo tedesco di logistica integrata. Finanza e dintorni. Maranghiano di ferro, ha resistito all’ estromissione di chi lo aveva voluto nel cda di Mediobanca (1999). Anche Unicredito, dopo la prima nomina nel 2001 in rappresentanza della Fondazione Crt, lo ha confermato vicepresidente. I rapporti incrociati fra i due istituti e il gruppo assicurativo inglese Aviva (numero sei nel mondo) hanno consegnato a Palenzona la presidenza di Aviva Italia. Palenzona è anche consigliere di Schemaventotto, holding di controllo di Autostrade partecipata da Unicredito, Fondazione Crt, Generali e Acesa. L’ espansione nel settore finanziario ha portato Palenzona nel cda di Norman 95, immobiliare della famiglia Cimatti partecipata da Aviva, da Bpi e da un altro banchiere amico sia di Palenzona sia di Fiorani: Giovanni Berneschi di Carige. Attraverso il rapporto con Berneschi, è arrivata la nomina nel consiglio di Amga, la municipalizzata dell’ energia genovese quotata in Borsa.


Lo scudo stellare che protegge Palenzona da Il Mondo venerdì, 30 marzo 2007 pag 23
Fabrizio Palenzona (foto) è davvero un uomo fortunato. Sono mesi ormai che sui giornali escono indiscrezioni sul ruolo che il vicepresidente di Unicredit e consigliere d’ amministrazione di Mediobanca ha svolto nella scalata di Gianpiero Fiorani all’ Antonveneta. Si è parlato di bustarelle e di ben 11 conti esteri intestati a lui e alla sua famiglia tra Montecarlo e Nassau. Palenzona, però, è sempre al suo posto. Per carità i magistrati sono ancora al lavoro e bisognerà attendere l’ esito delle loro istruttorie. Ma fa un certo effetto vedere come Palenzona continui imperterrito a svolgere le sue funzioni (nel frattempo è diventato pure presidente dell’ Aiscat, l’ associazione delle concessionarie autostradali che ha ingaggiato un duro braccio di ferro con il governo), protetto da un misterioso quanto potente scudo stellare.

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