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Usa di nuovo a un passo dal “default tecnico”

La crisi rompe gli schemi più consolidati. Anche nel tempio del capitalismo dei nostri tempi, gli Stati Uniti. Se accade, però, non si può dare la colpa semplicemente “ai politici”, anche se sono questi ultimi – per ruolo “professionale” – a dover dare un nome comprensibile ai problemi e alle contraddizioni che li generano.

 

Prendiamo un tema di cui i giornali non si occupano granché. Gli Stati Uniti si trovano nuovamente sull’orlo del default finanziario. Com’è possibile che lo Stato più potente del mondo corra un rischio simile? Il bilancio per l’anno fiscale 2014 (che inizia domani) non è stato ancora approvato e senza un accordo in extremis da domani scatterà automaticamente la chiusura graduale di molti uffici pubblici dell’amministrazione federale.

 

La data che preoccupa di più è però il 17 ottobre, quando il ministero del Tesoro prevede che la spesa federale quotidiana raggiungerà il “tetto” del debito. Una regola un po’ demenziale lì in vigore vuole infatti che la quota di debito pubblico annuale sia prefissata, e che al momento del “superamento” della cifra stabilita occora una decisione del Congresso per alzarla a un nuovo livello. Regola scema che per decenni non aveva creato problemi: democratici e repubblicani, i due partiti che si fingono contrapposti per gestire al meglio la potenza statunitense, hanno sempre rialzato “in automatico” il tetto del debito. Per un buon motivo: la potenza Usa non deve subire indebolimenti, nemmeno temporanei.

 

Da un paio d’anno a questa parte, però, ogni rinnovo diventa occasione per un “braccio di ferro” che lascia sbigottiti gli osservatori. I repubblicani, che sono all’opposizione ma hanno la maggioranza alla Camera, mettono sotto ricatto l’amministrazione Obama (che ha la maggioranza in Senato), chiedendo di rivedere le “riforme” a loro sgradite in cambio di un via libera all’innanzamento del tetto.

 

Senza questo via libera, gli Usa non saranno in grado di prenere soldi in prestito sul mercato per pagare stipendi e gli interessi sul debito, entrando così in “default tecnico”. Per le leggi statunitensi, infatti, se non c’è “copertura” per una serie di spese, non le si effettua. Parliamo dei trasporti pubblici, degli stipendi del pubblico impiego, dell’istruzione, ecc. In pratica, soltanto la polizia, i servizi di sicurezza (in senso lato), i pronto soccorso potrebbero continuare a funzionare. Il resto si ferma. Forse.

 

Obama a sua volta controricatta affermando che, senza questo innalzamento, non solo l’economia americana ma quella mondiale rischiano di venire destabilizzate. La destra minaccia il tracollo delle trattative se non si cancellano i finanziamenti necessari a rendere pienamente operativa la riforma sanitaria voluta Barack Obama, mentre i democratici rimangono per ora con il presidente che ha annunciato di essere contrario ad un accordo che comprometta la sua riforma più importante.

 

Già un anno fa gli Usa si erano trovati nella medesima situazione. Il compromesso trovato allora fu di ricorrere alla continuing appropriations resolution, approvata il 28 settembre 2012, con valore di sei mesi. Ciò evitò che il governo chiudesse i rubinetti il 1 ottobre 2012 e permise di trovare un accordo a marzo 2013 per l’anno fiscale in corso.

 

Si metteranno d’acordo in qualche modo, non c’è nessun dubbio. Ma se il paese dell’imperialismo dominante funziona oggi così male, vuol dire che qualcosa – sotto la spinta della crisi globale che dura da sei anni – si va rompendo. E trasforma “i politici” Usa in qualcosa di più simile al nostro caravanserraglio parlamentare.

 

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