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25 milioni di disoccupati ufficiali, una bomba sotto la Ue

Venticinque milioni di disoccupati. Una nazione intera di media importanza, oppure più degli occupati italiani. Una cifra spaventosa si aggira nell’Unione Europea, ma non interessa affatto ai tecnocrati e/o burocrati messi a guidare una macchina spietata quanto strutturalmente sgangherata come la Ue.

E dire che le statistiche non comprendono nemmeno i famosi “Neet” (Not engaged in education, employment or training) tra i 15 e i 29 anni, una vera e propria “materia sociale oscura” che soltanto in Italia è stimata intorno ai 2,4 milioni di persone. E neanche gli “scoraggiati”, ovvero quelli che il lavoro hanno smesso persino di cercarlo e sono usciti perciò dalle liste ufficiali. Negli Stati Uniti, per esempio, gli “scoraggiati” vengono stimati in 90 milioni, ma “non contano” nulla rispetto al tasso di disoccupazione ufficiale (intorno al 6%), che altrimenti esploderebbe intorno al 40% della popolazione in età lavorativa. Soltanto in Italia, secondo i calcoli dell’Ufficio studi di Confindustria (che comprende giustamente anche gli occupati part-time, dunque con salario insufficiente a sopravvivere), i senza lavoro “reali” sarebbero quasi 8 milioni (7,7).

Intendiamoci: tutti dicono di essere preoccupati per questa massa di senza lavoro… Ma se si guarda a quali politiche vengono prescritte ai vari paesi si vede chiaramente che si cerca di aumentare quella cifra, anziché farla scendere. Austerità e rigore – ovvero tagli alla spesa pubblica (per tutti i paesi dell’Unione, non soltanto per qualcuno) – si traducono in meno investimenti, meno welfare, meno ammortizzatori sociali. Meno posti di lavoro, quindi più disoccupati. L’obiettivo è dichiarato: deflazionare i salari. O direttamente (come chiesto alla Grecia, ancora pochi giorni fa) o indirettamente, utilizzando la pressione di una quantità abnorme di senza lavoro (“esercito salariale di riserva”, in termini marxiani) per ridurre le “pretese” salariali degli occupati.

Dopo sette anni di crisi, con scarsi e fantasmatici momenti di “rimbalzo”, si deve ammettere che la cura ha aggravato la malattia. Quindi andrebbe cambiata. Ma non si può. I trattati intergovernativi – come ricorda sempre la Bce insieme alla Germania – non sono modificabili se non all’unanimità. Quindi non sono “riformabili” (come pure suppone qualche deficiente che dice di essere “molto antagonista”) perché in questo assetto c’è chi guadagna e chi ci perde. E i primi non hanno alcuna intenzione di smettere di farlo.

I fautori dell’Unione Europea speravano disperatamente (permettete un ossimoro anche a noi, visti quanti ne semina il potere, da “guerra umanitaria” a ”austerità espansiva”) che questo fosse l’anno giusto per una “ripresa”, anche se in formato mini.

Niente da fare. Siamo oltre metà anno e le cose fin qui sono andate male. Ma potrebbero anche peggiorare. A maggio la produzione è calata dell’1,1% in tutto il continente, Germania compresa; la fiducia degli investitori tedeschi è scesa a 27,1 punti, sotto le attese, nonostante quel paese sfori da molti anni il limite di surplus consentito (6%). Tradotto: anche lì gli “investitori” puntano soltanto ad arricchirsi, preferibilmente tramite l’aumento delle esportazioni. Il che significa depressione del mercato interno e quindi minori vendite sull’unico mercato che potrebbe – dovrebbe – assorbire quote rilevanti dei beni di consumo prodotti negli altri 27 paesi della Ue.

Ma se tutti i mercati interni nazionali arretrano, ecco che la disoccupazione non può più essere riassorbita, nemmeno parzialmente. E quindi ecco gli oltre 18 milioni di senza lavoro nella zona euro, di cui 3 soltanto in Italia. Potreste dire: beh, ma da qualche altra parte, nel mondo industrializzato, l’occupazione cresce… Niente affatto. Nell’area Ocse – i 34 paesi più industrializzati – il numero di disoccupati ha raggiunto i 44,7 milioni. Sono 10 milioni in più rispetto all’inizio ufficiale della crisi finanziaria (luglio 2008, anche se in realtà l’esplosione della bolla dei mutui subprime risale all’agosto dell’anno prima).

Le giovani generazioni sono dappertutto le più penalizzate, con percentuali da fine guerra: Grecia 57,7%, Spagna 54%, Italia 43%. Ma non è che in Germania facciano salti di gioia. Le percentuali sono minori, ma solo grazie ai “mini-job” che inchiodano alla povertà relativa schiere crescenti di lavoratori poveri. E giovani.

Dal punto di vista strettamente economico questo è uno spreco mai visto. Giovani con formazione magari di ottimo livello sono obbligati a sopravvivere facendo tutt’altro (l’altro giorno veniva enfatizzata la storia di un laureato in astronomia impegnato a costruire remi…). Il che significa, quantomeno, che sono state sprecate le risorse necessarie e fornirgli quella determinata formazione; ma soprattutto che il “valore” creato dal suo lavoro è molto inferiore a quello che avrebbe prodotto se fosse stato impiegato secondo le sue competenze. Un colpo durissimo per la tesi – sempre indimostrata – secondo cui il capitalismo eccelle nell’”allocazione ottimale delle risorse”. Se la disoccupazione di massa diventa “strutturale”, com’è già avvenuto, quelle competenze perdute non attiveranno quindi nessuna nuova “crescita”.

Ora qualche “esperto” comincia a preoccuparsi anche di altro, perché l’assenza cronica di lavoro “deprime” – psicologicamente e fisicamente – le persone che la vivono. E questo potrebbe comportare un aumento considerevole della domanda sociale nei confronti di diversi istituti di welfare, a cominciare dalla sanità. Per tacere dell’ovvio aumento tendenziale della micor-criminalità “da bisogno” (un anziano rubacchia al supermercato o fruga tra i rifiuti, un giovane può cercare di “far valere il fisico” dedicandosi a scippi e furti, oppure andando a ingrossare le fila dei mini-spacciatori. In ogni caso, la disoccupazione va a gravare sui conti pubblici (più reati, più guardie e prigioni; più malattie, più farmaci e ricoveri, ecc).

Insomma: da un lato la disoccupazione distrugge forza-lavoro “abile”, dall’altra fa crescere la spesa (o almeno la domanda di spesa). Un’altra dimostrazione della “caduta a vite” che in economia si chiama deflazione.

Non è una situazione nuova, mai vista al mondo. Ma quando si è presentata, chissà perché, ha sempre anticipato l’esplosione di una guerra globale. Se è vero che la guerra serve a distruggere “il capitale in eccesso”, va anche ricordato che la popolazione in età lavorativa viene classificata come “capitale variabile”. Da distruggere tanto quanto il “capitale fisso”. Ci piace supporre che non siate d’accordo nell’essere soppressi facendovi “competere” – alla fin fine anche militarmente – con altri come voi che parlano un’altra lingua. E che quindi siate disposti a “muovervi” per farvi sentire a chi di dovere.

L’autunno ci aspetta…

 

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