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La “promessa” della banda larga in Italia

Come previsto dal piano comunicazione da 12 miliardi per la banda ultralarga presentato a marzo e dopo il tentativo di Renzi di coinvolgere solo l’Enel e di costringere la Telecom a chiudere la sua struttura di rame, il 6 agosto il Premier è uscito allo scoperto dichiarando di aver staccato il primo assegno di 2,2 miliardi di euro proprio alla Telecom.

In Italia, oggi, i famosi 100 Mbps in download/upload sono una chimera: la Telecom, ad esempio, riesce a garantire al massimo 30 Mbps grazie alla fibra ottica, ma solo sul 21% del territorio (con un 40% di ritardo rispetto la media europea).

Lo stanziamento era già stato ampiamente programmato da mesi e rientra nel piano dei collegamenti in fibra nei territori in cui la fibra non c’è mai stata: significa, in parole povere, cominciare a costruire la nuova rete in fibra nelle aree a fallimento di mercato, ovvero quelle aree attualmente scoperte data la loro scarsa appetibilità di mercato.

Quei 2,2 miliardi, come dichiarato dallo stesso Renzi, fanno parte di un piano d’investimenti valevole 12 miliardi, di cui 5 privati e 7 pubblici: un cospicuo impegno che, stando alle promesse, porterà la copertura della banda ultralarga nell’85% del territorio entro il 2020, garantendo almeno i 30 Mbps a tutta la popolazione entro il 2016.

In realtà, ad oggi, non v’è nessuna certezza.

Perché i veri problemi, che rischiano di rallentare ulteriormente la super velocità, riguardano proprio le aree in cui la fibra è già presente: la Commissione europea, infatti, non consentirebbe finanziamenti statali ad enti privati (la Telecom) che hanno già installato gli armadietti per le strade e non avrebbero alcun interesse a portare la fibra direttamente nelle case.

Il dialogo formale con la Commissione europea si avrà solo in primavera, per cui non resta che attendere quella data per avere ulteriori news sulla banda ultralarga.

Al momento per costruire l’infrastruttura di rete che risponda ai requisiti imposti dal piano del Governo per la banda ultralarga è stata firmata un’alleanza a quattro. Vodafone, Wind, i fondi F2i e Fsi (quest’ultimo controllato da Cassa depositi e prestiti) hanno siglato una lettera di intenti per investire in Metroweb e candidarsi così alla realizzazione del piano del Governo. Il dossier sarà a settembre finirà all’attenzione di Guido Garrone, ad di Metroweb sviluppo.

I fondi pubblici provengono per 4,9 miliardi dal governo e per 2,1 miliardi dai Fondi strutturali regionali. 3,5 miliardi fanno capo al Fondo di Sviluppo e Coesione.

Rimangono ancora molti dubbi sulla copertura per gli incentivi fiscali previsti per gli scavi fibra ottica, da parte del ministero dell’Economia e delle finanza, in quanto molto aleatori e con forte impatto sulle casse dello Stato (50 per cento di credito d’imposta sugli investimenti 100 Megabit…si parla di miliardi).

Infine resta ancora da chiarirsi il ruolo degli operatori privati e di Enel. Vodafone e Wind si sono impegnati a investire, con Metroweb, in reti in fibra ottica (in parte con le sole proprie forze e in parte tramite le gare a incentivo del piano banda ultra larga, a seconda delle zone).

Mentre Telecom Italia va avanti con quello che a oggi è formalmente il più vasto piano di copertura (75 per cento della popolazione con fibra ottica almeno fino agli armadi entro il 2017). Enel collaborerà con gli operatori per la posa della fibra; ma non farà concorrenza a loro e non parteciperà alle gare del piano.

Il quadro si definirà in autunno, forse.

In attesa di tempi migliori tra gli operatori telefonici si è scatenata una guerra inserendo nel canone diversi contenuti ad hoc, in primis il calcio, gratis o a prezzi scontati. Si va da tutta la programmazione Sky a Sky Online, Infinity, Mediaset Premium, TimVision.

Un’arretratezza tecnologica del Bel paese, costretto a fare i conti con il suo passato (privatizzazione delle Telecomunicazioni), che costringe la nostra politica a fare compromessi con i privati pur di rispettare quelli che sono i dettami dell’Unione Europea. E, intanto, l’Italia non cresce.

 

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