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L’evasione fiscale miliardaria delle multinazionali, in Europa

Un recente studio pubblicato da tre economisti, Gabriel Zucman dell’Università di Berkeley, Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’Università di Copenaghen, rivela con dovizia di dati come le multinazionali evadano in modo consistente le tasse, penalizzando le economie di molti paesi europei e avvantaggiandosi dei paradisi fiscali esistenti nel cuore stesso dell’Unione Europea, in particolare in Olanda, Lussemburgo e Irlanda. Con il primo dei tre che molto spesso si erge ad arbitro del “rigore” nei conti pubblici degli altri paesi dell’Unione come Italia, Grecia, Spagna. Insomma predica ma razzola male, anzi malissima.

Nel loro studio, i tre economisti hanno indagato e valutato l’impatto dell’elusione fiscale da parte di grandi gruppi come Amazon, Apple, Facebook, Google e Nike, individuando gli spostamenti degli utili dal paese in cui sono stati realizzati ad un paese che offre aliquote quasi a zero, in primo luogo perché spesso vengono registrati come proventi da attività intangibili come brevetti, ricerca e sviluppo, importazione di servizi.

I tre economisti portano in evidenza alcuni paradossi nella contabilità di Nike, Facebook, Apple e Google. In ciascuno di questi gruppi, la somma dei profitti realizzati dalle società controllate – così come visibile nella banca dati Orbis di Bureau Van Dijk-Moody’s – bizzarramente risulta pari a una frazione minima dei profitti consolidati globali. Il caso più estremo è Facebook, i cui profitti del 2015 sono di circa 11 miliardi di euro ma la somma dei ricavi tassabili di tutte le sussidiarie resta a zero.

Per individuare la reale situazione Tørsløv, Wier e Zucman cercano indizi nella quantità di ricavi tassabili in proporzione al monte-salari dei dipendenti in ogni dato Paese: i profitti trasferiti artificialmente infatti gonfiano il bilancio, ma non il numero dei dipendenti. Lo studio ha cercato di capire in quali paesi risulta che la quota di profitti in mano agli stranieri sia curiosamente fuori proporzione e studiano le comunicazioni sulla contabilità aggregata delle imprese che devono essere inviate obbligatoriamente ad Eurostat da tutti gli Stati aderenti all’Unione Europea.

E qui vengono fuori i buchi neri rappresentati non da paradisi fiscali in esotiche isole caraibiche ma da stati membri dell’Unione Europea. Il Lussemburgo ad esempio, che con aliquote bassissime su una base imponibile tanto artificiale quanto sterminata, presenta profitti societari tassabili pari a sette volte le medie europee (in rapporto al monte-salari). Del tutto fuori linea anche Irlanda e Olanda. Questi tre Paesi nel 2015 pesano da soli per 293 miliardi di euro di base imponibile societaria sottratta al resto del mondo, si tratta più di cento miliardi ciascuna per Irlanda e Olanda.

Alle grandi multinazionali è bastato  registrare in Olanda i profitti realizzati nel resto d’Europa sulla vendita di servizi definiti «intangibili», perché digitali. Questi ricavi, in Olanda, vengono fatti apparire con aliquote quasi pari a zero e il gioco è fatto. Solo per intenderci. Sapete dove la Fca, la ex Fiat, ha portato i libri contabili e paga le imposte? In Olanda!! E in Italia si continua a inseguire gli spiccioli.

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