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Il capitalismo a congresso. La prossima settimana il forum economico a Davos

Puntuale come la neve di inverno, la prossima settimana nella cittadina svizzera di Davos si riunirà il World Economic Forum che vedrà riuniti capi di stato, ministri, amministratori di multinazionali, mecenati del no profit, e opinion maker – insomma gente di potere vero – per discutere le sorti del mondo sulla base delle proprie chiavi di lettura.

Proprio in contrapposizione e in contemporanea a quello di Davos, nel gennaio 2001 nacque a Porto Alegre (Brasile) il Forum Sociale Mondiale che riunì per alcuni anni migliaia di attivisti sociali, sindacali, esponenti di partiti politici che diedero vita al movimento internazionale contro la globalizzazione. Un movimento importante ma che non tenne il passo e non resse all’impatto dei cambiamenti strutturali nelle relazioni internazionali, continuando a confondere la fase della globalizzazione capitalista con quella della competizione globale interimperialista che veniva maturando.

Inutile dire che anche le migliori intenzioni – l’ecologia, il clima, la pace, le disuguaglianze sociali – verranno indicate come problemi urgenti dal Word Economic Forum dei ricchi e dei potenti.Nel 2019 invitarono anche la giovanissima Greta Thurnberg a parlare di ambiente e riscaldamento globale. A dover preoccupare la nostra gente, come al solito, saranno le soluzioni che vedono il club di Davos contrapporsi ad ogni cambiamento di rotta che preveda la riduzione del loro potere e dei privilegi che ne derivano.

Nel documento preparatorio, i templari del liberismo rivendicano a sè di aver indicato già quindici anni fa i rischi legati ad una pandemia globale e i cui effetti – secondo il Global risks report 2021 del World Economic Forum  –  rischiano di pesare sul mondo delle imprese, del lavoro e sulle giovani generazioni sulle quali si sono abbattute due crisi economiche globali.

Il Wef avverte che la pandemia rischia innanzi tutto di ampliare le disparità d’accesso alle tecnologie e alle competenze digitali, e questo in futuro potrebbe “mettere in discussione la coesione sociale”. A pagarne gli effetti infatti saranno “in particolare i giovani di tutto il mondo, perché si trovano ad affrontare la seconda crisi globale della loro generazione, che li potrebbe escludere dalle opportunità del prossimo decennio”.

Il report sottolinea inoltre come le difficoltà finanziarie, di digitalizzazione e di reputazione derivanti dal Covid-19 minacciano anche la persistenza sul mercato di molte aziende e della loro forza lavoro, creando disparità che potrebbero causare una ulteriore “frammentazione della società”.

Ma i boss del business e della politica mondiale sono anche inquieti per le loro sorti. Nel medio periodo (3-5 anni) i ricchi e potenti uomini e donne del Forum di Davos, appaiono preoccupati per i rischi economici e tecnologici, come lo scoppio di bolle finanziarie, il crollo di infrastrutture informatiche, l’instabilità dei prezzi e la crisi del debito. Mentre nel lungo periodo (5-10 anni) si temono soprattutto le minacce derivanti da armi di distruzione di massa, collasso dello stato e perdita di biodiversità, come il progresso di tecnologie pericolose per l’uomo.

Ma il report individua anche una prospettiva geopolitica “sempre più tesa e fragile che ostacolerà la ripresa globale se le potenze di medie dimensioni non avranno un posto al tavolo globale”.

“Mentre i governi, le imprese e le società cominciano a emergere dalla pandemia, devono ora urgentemente plasmare nuovi sistemi economici e sociali che migliorino la nostra resilienza collettiva e la nostra capacità di rispondere agli shock, riducendo le disuguaglianze, migliorando la salute e proteggendo il pianeta”, ha affermato Saafia Zahidi, amministratore delegato del World Economic Forum, concludendo che “Per contribuire ad affrontare questa sfida, l’evento della prossima settimana, The Davos Agenda, mobiliterà i leader globali per dare forma ai principi, alle politiche e alle partnership necessarie in questo nuovo contesto”.

Di una cosa si può essere certi. Quest’anno al World Economic Forum, il gotha del capitalismo, dei suoi governi, dei suoi intellettuali, saranno costretti a discutere sul serio. Perché la crisi della civilizzazione capitalistica ormai è sotto gli occhi di tutti e non lascia più spazi ad una retorica universalista che è ormai piena dei morti, dei feriti e dei danni che costoro hanno inferto per decenni ai popoli e al pianeta. Ma alle sole parole alternativa oppure socialismo, “quelli di Davos” mettono mano la pistola.

 

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