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Più Stato per (qualche) mercato, ce lo chiede l’Ue

Con un comunicato del 23 luglio, la Commissione europea ha annunciato l’adozione di un’estensione per alcune categorie nell’ambito di applicazione del General Block Exemption Regulation (GBER), un regolamento che norma l’approvazione degli aiuti di Stato permessi da Bruxelles, estensione che consente ai paesi membri di fornire sostegno finanziario senza lo scrutinio preliminare da parte della Commissione.

Questa “grande semplificazione”, come si legge nel comunicato, snellisce le procedure tramite cui gli Stati potranno finanziare progetti che rientrano in determinati programmi stabiliti a livello centrale dall’Unione europea nel nuovo quadro finanziario pluriennale (Multiannual Financial Framework, MFF), soprattutto a sostegno della transizione verde e digitale. In particolare, oggetto della semplificazione sono:

– il Fondo InvestEU, la riunione di 13 strumenti di finanziamento che ammontano a 15,2 miliardi di euro creato per il settennato 2021-2027 appositamente per le PMI e per garantire la transizione verde e digitale, così come la ripresa economica dalla crisi generata dal Coronavirus;

– i progetti di ricerca, sviluppo e innovazione (RD&I, nell’acronimo in inglese) che hanno ricevuto un “marchio di eccellenza” nell’ambito del programma Horizon 2020, strumento di finanziamento alla ricerca scientifica e all’innovazione che nel settennato 2014-2020 aveva un budget di ben 80 miliardi;

– i progetti di cooperazione tra le regioni dell’Ue (European Territorial Cooperation, ETC), noti anche come Interreg, che si occupano di trovare soluzioni condivise in settori quali salute, ambiente, ricerca, istruzione, trasporti, energia sostenibile.

Secondo Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, tale estensione offre “maggiori possibilità di fornire aiuti di Stato per sostenere la duplice transizione verde e digitale (…), evitando nel contempo indebite distorsioni della concorrenza nel mercato unico.

Grazie alle nuove norme, sarà più semplice per gli Stati membri fornire rapidamente i finanziamenti necessari per sostenere una ripresa sostenibile e resiliente dagli effetti economici della pandemia di coronavirus”.

Aiuti per progetti di efficienza energetica nel comparto dell’edilizia, per le infrastrutture di ricarica e rifornimento dei veicoli a basse emissioni, per la banda larga, reti mobili 4G e 5G, sono le categorie reputate “priorità assoluta” per la “duplice transizione”, considerata strategica nella crescente competizione interimperialista.

Nel nostro paese, soprattutto negli ultimi mesi, abbiamo imparato come con semplificazione si intenda in realtà un processo di deregolamentazione volto a rilanciare il ciclo di accumulazione e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici da parte del capitale, come fatto per esempio con il codice degli appalti dal governo Draghi.

Nella fattispecie, l’Ue si avvale di un ulteriore strumento che, nelle intenzioni, dovrebbe poter spingere il “polo europeo” ad avvalersi delle armi necessarie a competere con i colossi in primis statunitensi e cinesi per governare la decarbonizzazione delle fonti energetiche utilizzate nel sistema produttivo.

Il finanziamento pubblico di soggetti privati su programmi di rilevanza strategica rientra nella più generale “transizione del modello-Stato” su cui il capitale multinazionale sta spingendo, attraverso i propri rappresentanti che occupano i vari parlamenti dell’Occidente, per gestire il rapporto con il mercato.

Una concezione ben lontana dallo “Stato minimo” teorizzato dai liberisti più ortodossi, inadeguato a mettere una pezza non solo sui fallimenti, ma sulle insufficienze dell’operatore impresa nel guidare la perpetua – rivelatesi storicamente impossibile – e sostenibile crescita quantitativa dell’economia.

Una virata che, se inserita nel quadro della sempre più possibile stagflazione – aumento dei prezzi di beni e servizi associato a un ristagno dei salari –, rischia in questo paese di scaricare (in termini di prelievo fiscale, indebitamento, condizioni di accesso al credito ecc.) tutto il peso della transizione sui portafogli già magri dei lavoratori.

Dal 2014 il GBER ha permesso agli Stati membri di attuare un’ampia gamma di misure di aiuto di Stato senza l’approvazione preventiva della Commissione, portando già nel 2015 al 96% la quota di nuove misure per le quali la spesa non ha richiesto la notifica a Bruxelles.

Il tutto, afferma la Commissione in ossequio all’ideologia ordoliberista (in pillole, il compito dello Stato è costruire un ordine di mercato dove sia garantita la concorrenza tra gli operatori), senza che ne siano distorti i meccanismi di concorrenza.

Questo “principio ideologico” tuttavia è anche quello che impedirebbe all’Ue di far emergere quei campioni indispensabili, da un punto di vista capitalistico, alla feroce competizione con multinazionali la cui potenza di fuoco supera quella a disposizione di gran parte degli Stati del pianeta, su cui tuttavia le risoluzioni dei casi Fincantieri-Stx, Peugeot-Fiat o Mediaset-Vivendi manifestano una contraddizione che continua a macinare nel cuore produttivo europeo.

Che l’Ue riesca a superare questa barriera autoimposta comunque è tutto da verificare. Ne va, crediamo, della sua possibilità di continuare la costruzione di un polo imperialista a tutto tondo.

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